Debito pubblico: una storia triste

1 ottobre 2013 19:06 8 comments

Di Carmine Tabarro

1 Ottobre 2013

Zenit.org

Scriveva lo scrittore e giornalista Ugo Ojetti: “L’Italia è un Paese di contemporanei senza antenati né posteri perché senza memoria di se stesso”. L’entità del nostro debito pubblico ne è un esempio concreto. Difatti il debito pubblico è tra le cause strutturali del declino italiano.

A quanto ammonta il debito pubblico italiano? Il più recente dato diffuso dal governo dichiara che l’Italia vanta un pessimo rapporto debito/Pil del 132,9%, seconda solo al 160,5% della Grecia.
Ma chi sono stati o sono i responsabili di questo dramma che blocca il presente e il futuro del paese, condannandolo al declino? Per far comprendere l’ampiezza del disastro e dell’incapacità della classe dirigente del paese e anche della società civile, va precisato che il debito pubblico italiano è continuato a crescere nonostante il “dividendo” dell’euro; in altre parole con il passaggio dalla lira all’euro abbiamo goduto di tassi d’interessi e inflazione bassa e quindi avevamo ampi margini per ridurlo.

Nonostante questi fondamentali elementi economici positivi, i diversi responsabili del paese degli ultimi venti anni, non sono stati in grado di mettere sotto controllo la finanza pubblica riducendo il debito almeno al di sotto del 100% del Pil.

Ma andiamo con ordine: nel 1965 il nostro debito pubblico, grazie al “boom” economico di quegli anni si attestava al 35% del Pil. Nel 1980 il debito pubblico arriva al 57,6%, un aumento dovuto all’aumento del peso delle spese per il welfare state e spese correnti.

Purtroppo una gran parte di questa spesa sociale non andava a creare solo strutture di giustizia sociale o infrastrutture materiali o immateriali, ma soprattutto a garantire consenso elettorale. Per pareggiare l’aumento del debito pubblico è stata aumentata la pressione fiscale, senza riuscire a pareggiare le perdite.

Dal 1960 al 1980 la spesa per il welfare è passata dal 29 al 42% del PIL (salirà al 53,5% nel 1990), mentre le entrate fiscali sono cresciute dal 30,9% del 1960 al 36,5% del 1979. Le conseguenze sono del tutto evidenti: il deficit nel 1969 era all’1,1%, nel 1970 raggiunge quota 3,6%, e nel 1979 il 10,2%.

Il Welfare state, comprensivo di spese sociali e spese correnti e non per investimenti, è stato finanziato con il debito. A questo vanno aggiunti gli effetti inflattivi dei due shock petroliferi del 1973 e 1979. Ma il peggio doveva manifestarsi.

Nel 1981 avvenne una rivoluzione copernicana in materia di debito pubblico: la divisione tra Tesoro e Banca d’Italia. Con questa decisione la Banca d’Italia divenne autonoma dalla politica e quindi non era più obbligata all’acquisto illimitato del debito pubblico. Senza nessun filtro della Banca d’Italia, nei quindici anni successivi, il debito esplose indebitando il nostro futuro e quello dei nostri figli.

In dieci anni il debito pubblico è raddoppiato dal 66,5% del 1982 al 105,2% del 1992. In questi anni si sono poste le basi per il dissesto finanziario e morale del nostro paese. Si tratta degli anni a cavallo tra la “prima” e la “seconda Repubblica”, e lo scoppio di Tangentopoli. Con la moneta unica il debito scende al 113,7% nel 1999, 109,2% nel 2000, 108,7% nel 2001.

Anche nel 2002, 2003 e 2004 si registra un calo (105,5%, 104,2% e 103,8%). A quel punto la discesa virtuosa si interrompe: 105,9% nel 2005 e 107,6% nel 2006. Nel 2007 il debito scende al 104%, poi anche per effetto della crisi sottovalutata abbiamo una nuova impennata: 105,7% nel 2008; 116% nel 2009, 118,6% nel 2010, 120,1% nel 2011, 127% nel 2012.

Il disastro finanziario del paese ha raggiunto il rapporto “monstre” nonostante tre manovre finanziarie del 2011, per un totale di oltre 80 miliardi a regime. E ora, stando alla Nota di aggiornamento al Def appena approvata dal governo, il debito viaggia verso il 132,9%, con annessa la quota nazionale dei prestiti Efsf diretti alla Grecia e della capitalizzazione dell’Esm (il fondo salva Stati permanente).

Come uscire da questo vicolo cieco?

Certamente la recessione patrimoniale che ha fatto contrarre il Pil del 5,1 per cento (2009), richiede notevoli sacrifici. Quali strade per risanare i conti pubblici, far uscire il paese dal declino degli ultimi venti anni e dare una speranza alle famiglie, ai giovani, al paese?

Elenchiamo alcuni passaggi fondamentali:
- agire sul Pil, attraverso riforme incisive, politicamente “non piacevoli” ma fondamentali ad esempio la riforma della pubblica amministrazione;
- riforma fiscale: tassare meno il reddito da lavoro e da impresa, e in misura maggiore la rendita;
- una vera lotta all’evasione fiscale che vale 120-150 miliardi di euro l’anno;
- vendita degli asset pubblici per abbattere il debito pubblico;
- politiche dell’offerta (liberalizzazioni, riforma vera del mercato del lavoro), in grado di rimettere in moto la scala sociale;
- contenere strutturalmente la spesa corrente (siamo al 51,2% del PIL) con tagli selettivi e non lineari e investire sulle spese produttive;
- politiche fiscali ad hoc per il sud d’Italia: il debito non potrà decrescere se non si liberano tutte le forze del paese, quindi aumento del PIL;
- recuperare credibilità e stabilità politica, così da aggredire quegli 80-90 miliardi di interessi passivi che i governi italiani, di qualunque colore politico, sono costretti a recuperare ogni anno sui mercati per finanziare il debito pubblico di oltre 2mila miliardi.

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