Peccati e reati

9 ottobre 2013 15:55 17 comments

Di Don Fabio Bartoli

9 ottobre 2013

lafontanadelvillaggio2.wordpress.com

A quanto mi dicono uno dei passaggi più efficaci del mio libro è quello in cui parlo di una società che non conoscendo più il peccato lo ha sostituito con il reato e la definisco “terribile”. È una società terribile perché in questo modo rende impossibile ogni perdono ed ogni redenzione. Si perdona un peccato, non un reato! Un reato può solo essere sanzionato.

Si potrebbero portare mille esempi per sostenere questa tesi, dalla legge sul “femminicidio” recentemente approvata alla camera alla disgraziatissima proposta di legge sull’omofobia che nei fatti punisce il reato di opinione. Siccome però non voglio correre il rischio di sviare l’attenzione del lettore da quello che secondo me è il tema centrale, scelgo un esempio più neutro che spero susciti reazioni meno umorali: le sanzioni del giudice sportivo contro i cori razzisti negli stadi di calcio.

In tutti e tre i casi la fattispecie in esame è grave, a volte gravissima: è gravissimo lo stupro, ancor di più l’omicidio o la violenza tra le mura domestiche, è grave il dileggio di chiunque, per il suo orientamento sessuale e ancor di più per il colore della sua pelle o la provenienza etnica, culturale o geografica. Il punto della questione però è se la legge è davvero lo strumento più idoneo per impedire certi comportamenti.

Innanzitutto il rischio è che si cada in un eccesso di sanzione, come nel caso dei cori da stadio, dove per punire quindici deficienti si colpiscono in realtà quarantamila tifosi innocenti.

Poi c’è la difficoltà di definire il reato: ad esempio cantare “Milanesi di m…” è sicuramente sgradevole, e potrei usare aggettivi anche peggiori, ma è davvero un’offesa? Lo sarebbe se dicessi ad esempio “il sig. tal dei tali, residente alla Bovisa è una m…” ma in questo caso? Chi è l’offeso? E chi ha dunque diritto a costituirsi come parte lesa in un processo? La città di Milano? Il sindaco in rappresentanza dei cittadini tutti? E se ad essere offesa è una categoria, che so i tassisti ad esempio, o gli Ebrei? Chi li rappresenta i tassisti? E se non c’è un offeso chiaramente identificabile si può parlare di un offesa in senso giuridico?

Poi c’è il problema della responsabilità: ognuno evidentemente è responsabile per se stesso, ma quando chi offende è parte di un’organizzazione non sempre identificabile con chiarezza nei suoi confini chi paga? L’organizzazione? E perché un’associazione di tifosi o peggio ancora una società sportiva dovrebbe essere ritenuta responsabile direttamente delle boiate che fanno i suoi iscritti? Ammesso naturalmente che gli iscritti siano chiaramente identificabili. Ad esempio chi sa dirmi esattamente con una definizione giuridica cosa è un tifoso dell’Inter o anche un Cattolico se è per questo?

Poi c’è la proporzionalità della pena: se comminiamo mi pare cinquantamila euro per un coro razzista cosa faremo ad un omicida?

D’altra parte il problema oggettivamente c’è. Anche se difficilmente si potrebbe sostenere che abbia i caratteri di urgenza necessari a giustificare un intervento straordinario, come un decreto legge o l’intervento del giudice sportivo. La violenza, negli stadi o tra le mura domestiche, non è certo una novità e gli insulti e la discriminazione non sono certo nati ieri, né si può dire che siano in aumento, negli stadi come altrove.

Se lo scopo di queste leggi fosse quello dichiarato di creare una coscienza, di fare cultura, paradossalmente sarebbe assai meglio seguire la procedura ordinaria, perché un ampio e articolato dibattito servirebbe assai di più allo scopo di una decretazione inevitabilmente frettolosa e raffazzonata nella forma giuridica nonché confusa negli obbiettivi. Il punto è che lo scopo NON è quello di fare cultura, ovvero di educare. Al contrario. Queste leggi o proposte di leggi sono figlie di un fallimento, di un colossale collasso sociale, di una resa. Nascono cioè dalla impossibilità di educare, sono la dichiarazione di impotenza di uno stato che riconosce la sua incapacità ad educare i cittadini.

E poiché non si può educare non resta che reprimere.

E qui veniamo al titolo dell’articolo e all’assunto iniziale: peccati e reati. Perché lo stato non può né sa educare? Perché ha rinunciato ad avere una morale condivisa, e una morale condivisa è il punto di partenza di qualsiasi educazione. Se non c’è alcun punto fermo a cui agganciare la morale allora l’intero edificio educativo appare fondato sulla sabbia.

Nel suo ultimo saggio, Paolo Flores D’Arcais teorizza l’ateismo di stato (non la laicità, l’ateismo, che è altra cosa), arrivando addirittura a definire i credenti “civilmente dei minus habens”. Correttamente anche lui riconosce che uno stato non può sussistere senza una base etica comune, solo che non credendo alla Legge Morale Naturale, non gli resta che fondare questa etica comune sul consenso della maggioranza, questo però in una società variegata e multiculturale come è ormai la nostra, che ci piaccia o meno, significa nei fatti la legge del più forte, la ragione di chi ha gli opinion-maker migliori e i giornali più potenti.

Ecco perché non ci sono più peccati, ma solo reati, ecco perché non si può più educare, ma solo reprimere, ecco perché le nostre scuole annegano nella maleducazione, per non dire peggio. Mi parlate di violenza sulle donne? Di omofobia? Di razzismo? fatevi un giretto in qualsiasi liceo romano e lì ne troverete quanta volete. E allora che facciamo? Arrestiamo tutti gli adolescenti italiani? O ricominciamo ad educare?

Ah già per educare bisogna avere dei valori da trasmettere, bisogna cioè credere in qualcosa… ahiahiahi, vi siete cacciati in un brutto pasticcio temo.

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