Quel che resta del berlusconismo

13 ottobre 2013 12:31 3 comments

Di Massimo Introvigne

13 Ottobre 2013

lanuovabussolaquotidiana.it

Gli editoriali che si susseguono su diversi quotidiani nazionali hanno un punto in comune. Manifestano, oppure criticano, l’incapacità della sinistra italiana di capire il berlusconismo, e la fretta di ridurlo – come già avvenne per il fascismo – a una semplice «parentesi» nella storia d’Italia. Questo atteggiamento non è casuale. Deriva da un errore sociologico che risale a Friedrich Engels (1820-1895) e alla prima Scuola di Francoforte, attiva in Germania fra le due guerre mondiali e che cercava di mettere insieme marxismo e psicanalisi.

Secondo la visione della storia di Karl Marx (1818-1883) e di Engels, il cammino storico è sì accidentato ma si muove in una direzione precisa: quella del «progresso», che culminerà nella società socialista e nel comunismo. La necessità di questo esito può essere provata scientificamente ricorrendo all’economia, che per Marx è la scienza delle scienze. Questa scienza proverebbe che i «lavoratori» – in particolare, ma non solo, gli operai – sono destinati ad acquisire sempre maggior peso sociale. E, siccome questi lavoratori sono per definizione progressisti – ancorché abbiamo bisogno del Partito Comunista per rendersene conto – ecco che la direzione progressista della storia è ineluttabile.

La Scuola di Francoforte si trovò di fronte al dramma dell’ascesa del fascismo in Italia e del nazionalsocialismo in Germania. I suoi esponenti dovettero ammettere negli anni 1930 che il fascismo e il nazismo erano genuinamente popolari, e che fra i loro sostenitori non c’erano solo «ricchi» ma anche milioni di «lavoratori», il che metteva in crisi la teoria marxista. I «lavoratori», che avrebbero dovuto essere antifascisti, invece erano in buona parte fascisti.

Questo problema – si resero conto i teorici di Francoforte – non era nuovo. Engels se l’era già posto a proposito di movimenti ancora più reazionari, secondo lui, della destra politica: le grandi religioni. Anche queste erano cresciute grazie al sostegno di milioni di poveri, non solo dei ricchi. Com’era stato possibile?

Una prima spiegazione – che Engels usava per Muhammad (570-632), il fondatore dell’islam, ma non è che Gesù Cristo gli fosse tanto più simpatico – era che i leader religiosi fossero affetti da patologie – erano schizofrenici o epilettici – o presentassero quelle deformazioni della psiche che la scienza dell’Ottocento attribuiva ai grandi criminali: e che questa follia o depravazione li rendesse in qualche modo affascinanti. La Scuola di Francoforte applicò la stessa interpretazione ad Adolf Hitler (1889-1945) o Benito Mussolini (1883-1945), riducendoli a casi da manicomio criminale.

Ma la spiegazione non convinceva. Ammettendo anche che Muhammad, o Mussolini, fossero pazzi, non si spiegava perché alcuni pazzi «perdono» e finiscono all’ospedale psichiatrico e altri «vincono» e radunano milioni di seguaci. Quando nella sua totalità la Scuola di Francoforte scappò dalla Germania nazista e si trasferì negli Stati Uniti, l’analisi si fece più sofisticata. Si sostenne che i folli criminali che hanno successo nella storia si distinguono per la loro sagacia nell’uso della propaganda. Theodor Adorno (1903-1969) e Max Horkheimer (1895-1973) diedero persino la colpa ai fumetti, che avrebbero veicolato ideologie «di destra», così sottilmente imposte dalle «destre» ai «lavoratori», incorrendo nei giustificati lazzi di Umberto Eco, uomo di sinistra ma grande estimatore dei fumetti.

La sinistra italiana si è trovata di fronte allo stesso problema con Berlusconi. Finita la Prima Repubblica, la direzione della storia e del «progresso» era chiara: i «lavoratori» avevano vinto – con un piccolo aiuto dei magistrati – e la sinistra sarebbe andata al potere. Invece, nel 1994, vinse Berlusconi, con numeri che dimostravano come non avessero votato per lui solo i «ricchi». La sinistra italiana – rimasta più marxista di quelle di altri Paesi – applicò gli schemi di Engels e della Scuola di Francoforte. Cominciò a sostenere che Berlusconi era un «gangster» – nelle ultime settimane Eugenio Scalfari ha rivendicato più volte di essere stato il primo a usare questa espressione per il Cavaliere, prima ancora che entrasse in Parlamento – affetto da vere patologie psicologiche se non psichiatriche. E continuò con la seconda spiegazione: il gangster malato vinceva grazie alla sua abilità nell’uso dei mezzi di propaganda – stavolta (il progresso vale anche per i cattivi) non i fumetti ma la televisione. La sinistra ha continuato per vent’anni a spiegare il berlusconismo con queste categorie. E ha continuato a perdere.

Giunge ora come un soffio di aria fresca il libro di uno storico accademico, Giovanni Orsina, «Il berlusconismo nella storia d’Italia» (Marsilio, Venezia 2013), che fa piazza pulita di queste idee davvero stantie. Orsina è molto attento a non offendere i suoi colleghi legati alla vulgata marxista, e a chiarire che neppure a lui è troppo simpatico Berlusconi – a sostenere il contrario si rischia di perdere la cattedra o peggio – ma rovescia completamente l’interpretazione corrente.

Se Berlusconi sia o meno affetto da turbe psico-patologiche o sia un delinquente nato è cosa, suggerisce Orsina, che interessa abbastanza poco allo storico o al politologo – meno ancora al sociologo, aggiungo io – dal momento che la vera domanda è perché il suo messaggio abbia avuto successo. Né tutto si può spiegare con la televisione e il denaro. La potenza di fuoco mediatica della sinistra non è mai stata veramente inferiore a quella del Cavaliere. Si tratta dunque finalmente di spostarsi dal mezzo al messaggio, cercando di capire perché i contenuti di Berlusconi abbiano sedotto tanti italiani. Qui sta il centro del libro di Orsina, la cui argomentazione riposa su un’intuizione che mi sembra brillante e corretta.

Per capire Berlusconi, sostiene Orsina, dobbiamo tornare al Risorgimento, quando l’Italia fu fatta contro la maggioranza degli italiani. La classe dirigente politica e culturale del Risorgimento voleva rifare gli italiani. Si riempiva la bocca con l’elogio degli italiani ideali, ma degli italiani reali aveva «ribrezzo». Di qui una robusta politica che Orsina definisce non solo pedagogica ma «ortopedica»: gli italiani andavano rieducati e rifatti, se del caso ingessandoli e intervenendo chirurgicamente. Da questo punto di vista, insiste Orsina, nonostante le evidenti differenze, il fascismo e la Prima Repubblica non furono poi tanto diversi dall’Italia del Risorgimento.

Anche il fascismo – e perfino la Prima Repubblica, dal momento che i suoi leader erano cattolici liberali e progressisti che accettavano nella sostanza la narrativa risorgimentale – erano «ortopedici» e volevano rifare gli italiani, considerati intrinsecamente disordinati, lavativi, evasori fiscali, ribelli allo Stato e alle sue leggi.

Rispetto a questa lunghissima storia, Berlusconi rappresentò una vera rivoluzione copernicana. Scese in campo affermando «L’Italia è il Paese che amo» e dichiarando che prima che gli italiani rispettassero le leggi occorreva sincerarsi che le leggi rispettassero gli italiani. Per la prima volta – non in assoluto, ma nell’ambito di forze politiche in grado di vincere le elezioni e andare al governo – qualcuno rovesciava l’ideologia risorgimentale: gli italiani – affermava Berlusconi – sono già fatti, vanno benissimo così o quasi, si tratta semmai di rifare l’Italia, cioè lo Stato e la politica che per decenni si sono costruiti contro il Paese reale.
Miscela di populismo e di liberalismo economico, il berlusconismo – ci spiega Orsina – ebbe enorme successo proprio per questo rovesciamento. Il Cavaliere capì che in Italia c’erano milioni di elettori «di destra» che si turavano il naso e votavano DC ma in realtà non condividevano neppure il dossettismo filo-risorgimentale della classe dirigente democristiana.
Tuttavia – è la seconda parte del libro di Orsina – il berlusconismo è fallito. Non perché alla fine il Cavaliere abbia dovuto soccombere ai giudici – in una loro parte di rilievo, espressione eccellente di quella mentalità «ortopedica» e anti-italiana – ma perché, sottovalutando forse quanto gli «ortopedici» avessero occupato tutti i gangli vitali e culturali della società italiana, non riuscì mai veramente a rovesciarne i metodi e i programmi.

Qui, però, mi separo in parte da Orsina. La rivoluzione di Berlusconi – che ha certo avuto qualche risultato parziale positivo – è fallita non solo per le ragioni indicate dallo storico, ma – o così penso io – perché il Cavaliere non ha mai chiarito, a se stesso e a chi lo ascoltava, che cosa esattamente amasse dell’Italia. Si è limitato per lo più a dire che l’Italia com’era – quella disprezzata dagli «ortopedici» a partire dal Risorgimento – gli piaceva perché era fantasiosa, creativa, intelligente, spiritosa, piena di amore contrapposto all’odio spacciato dalle ideologie. Tutte belle cose, ma che non toccano la sostanza. Gli intellettuali risorgimentali e post-risorgimentali e i loro mandatari politici odiavano e odiano gli italiani non perché sono creativi o spiritosi ma perché sono cattolici. Sono cattolici anche se non vanno a Messa, come dimostrano tante reazioni spontanee agli eccessi del laicismo. Per mentalità personale, per calcolo politico, per timore dei «poteri forti», per i collaboratori che si è scelto Berlusconi non ha mai dato eccessivi contenuti alla sua apologia dell’Italia reale, né è mai arrivato a dire la verità sul carattere intrinsecamente cattolico dell’ethos italiano. Per questo, la sua rivoluzione contro il «partito anti-italiano» è sempre rimasta a metà, e finalmente è fallita.

Ma il libro di Orsina dimostra pure che una critica della cultura «ortopedica» e anti-italiana, anche radicale, ha un grande potenziale elettorale. Dopo Berlusconi, l’errore più fatale che il centro-destra italiano può commettere è quello di diventare la «destra moderna» alla Cameron o alla Chirac che non a caso invocano i vari Scalfari: una destra un po’ massonica, laicista, attenta ai «nuovi diritti» che occupi la nicchia meno entusiasta del vasto campo degli «ortopedici» e dia anche lei il suo modesto contributo al tentativo di rifare gli italiani. Questa «destra moderna» non serve e non raccoglie neppure voti: lo dimostra la parabola di Gianfranco Fini. Dopo Berlusconi si tratta dunque non di attenuare, ma al contrario di rafforzare e rendere semmai più dura e radicale la critica al «partito anti-italiano» e alle politiche «ortopediche», una critica che deve necessariamente coinvolgere il Risorgimento, il fascismo e anche la Prima Repubblica. Ma la durezza verbale non basterà. Per cambiare le cose non basta urlare più forte. Occorrerà riempire questa critica di contenuti, scavare nell’ethos nazionale italiano disprezzato e conculcato da centocinquant’anni. Scavando, non si potrà che incontrare il cattolicesimo.

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