Quando i vescovi diventano meteopatici

27 ottobre 2013 20:13 9 comments

Di Riccardo Cascioli

24 Ottobre 2013

lanuovabq.it

Ingiustizia climatica; temperature fuori controllo che potranno aumentare di 6° entro il 2100; uragani e alluvioni sempre più frequenti, sempre più devastanti; livello del mare che cresce e isole che scompaiono; centinaia di milioni di persone che non avranno più acqua. E tutto questo, ovviamente, è colpa dell’uomo – e soprattutto dell’uomo occidentale – che continua a bruciare combustibile fossile e divora le risorse in modo scriteriato. E allora è necessario introdurre legislazioni vincolanti per mettere gli uomini in riga.

«È la sintesi di uno studio del WWF o un manifesto di Greenpeace», direte voi. No, è ciò che è emerso nei giorni scorsi, al termine della giornata di seminario organizzato dalla COMECE, l’organismo che raccoglie le Conferenze episcopali cattoliche dell’Unione Europea. Si tratta di un seminario che già dal titolo la dice lunga: “Protezione ambientale e cambiamento climatico come una sfida per le politiche – Il ruolo di etica, stili di vita, solidarietà e giustizia globale”. Gli organizzatori parlano di un seminario che ha la formula del “Dialogo”, ma dagli interventi svolti non si capisce tra chi sia il dialogo; più corretto sarebbe definirlo “monologo a più voci”, visto che il catastrofismo climatico l’ha fatta da padrone (e uno dei relatori, il gesuita padre José Ignacio Garcia, a conclusione della giornata e dopo aver sentito profezie di sventura di ogni tipo ha anche avuto il coraggio di dire di non avere paura).

Peraltro quello del seminario del 17 ottobre non è un episodio isolato, è invece una tendenza ben radicata all’interno della COMECE: basta andare a rileggersi il rapporto “A Christian View on Climate Change” datato novembre 2011, per trovarci una summa del catastrofismo climatico.

È questo uno degli esempi più eclatanti di quel “cristianesimo ideologico” denunciato da papa Francesco la settimana scorsa: una spruzzatina di spiritualità per dare una veste cristiana all’ideologia dominante, la citazione di un salmo o di una lettera di San Paolo per seguire ideologie alla moda senza dare nell’occhio. Come negli anni ’70 si seguiva il marxismo, oggi si segue l’ecologismo e diventa “profetico” installare pannelli solari per scaldare la parrocchia.

Scorrere le relazioni svolte al seminario, voluto all’indomani della pubblicazione della sintesi per i politici del 5° Rapporto dell’Ipcc (Intergovernmental Panel on Climate Change, un organismo creato in ambito Onu) e alla vigilia della Conferenza di Varsavia sui cambiamenti climatici che si svolgerà in novembre, è quantomeno sconfortante. È la ripetizione di luoghi comuni, peraltro superati dalla realtà, spacciati per scienza indiscutibile. Si parla di «evidenza scientifica» nell’ultimo rapporto dell’Ipcc per la responsabilità umana nei cambiamenti climatici, che sono ovviamente la principale sfida dell’umanità. Peccato però che nessuno spieghi come mai, malgrado le previsioni precise al rialzo che erano state fatte, la temperatura globale non cresce ormai dal 1998.

E peccato anche che l’Ipcc non sia affatto quel massimo tribunale della scienza che si vorrebbe far credere. Come dice il nome stesso è un organismo intergovernativo, si tratta cioè di un soggetto politico – controllato dai governi – che si avvale del contributo di scienziati, a loro volta scelti dai rispettivi governi. Fin troppo facile capire che i suoi rapporti hanno un valore scientifico molto limitato, senza considerare che spesso la “sintesi per i politici” – che precede la pubblicazione del vero Rapporto – si discosta chiaramente dai contenuti del rapporto stesso, proprio perché il vero obiettivo degli allarmi è spingere i governi a fare determinate scelte economiche ed energetiche. Come è puntualmente avvenuto negli ultimi venti anni (il primo Rapporto è stato pubblicato nel 1990).

Si tratta peraltro di politiche che danneggiano i paesi poveri, perché li costringono a “lavorare” per soddisfare le esigenze “ecologiche” dei paesi occidentali. Lo dimostra, ad esempio, il caso dei biocarburanti: molti paesi in Africa ed Asia hanno dovuto convertire i terreni agricoli alle coltivazioni necessarie per soddisfare la domanda di biocarburante, soprattutto per l’Europa.

Perché allora l’organismo che riunisce tutti gli episcopati dell’Unione Europea sposa questa linea? I motivi possono essere vari, ma al fondo c’è una scelta essenzialmente ideologica, una riduzione delle Scritture a puro moralismo. Senza rendersi conto che l’ideologia ecologista è profondamente anti-umana e per ciò stesso anti-cristiana. L’uomo è infatti visto come un corpo estraneo rispetto all’ambiente che lo circonda, è il nemico della natura, che – va da sé – senza la nostra presenza vivrebbe in perfetto equilibrio. C’è dietro una concezione negativa dell’uomo, tipica di un certo protestantesimo che, non a caso, genera forti tendenze totalitarie: se l’uomo, infatti, è intrinsecamente cattivo c’è bisogno di una autorità statale forte per limitare al massimo i danni che può fare. Che siano anche i vescovi cattolici a seguire questa strada non è decisamente una bella testimonianza. Forse gli episcopati nazionali dovrebbero vigilare meglio sulle attività che a proprio nome vengono effettuate in ambito europeo.

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