Costi della politica Il Molise dribbla i tagli

5 novembre 2013 18:06 32 comments

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redazione

Di Paolo Viana

5 novembre 2013

avvenire.it

Cosi fan tutti. Si sono assegnati lo stipendio più alto possibile, hanno interpretato il decreto 174/2012 nel modo più conveniente e per non rinunciare ai portaborse si sono inventati una leggina ad hoc. Eppure, interrogati sui costi della politica, i consiglieri regionali del Molise ti rispondono che il sistema sta bene a tutti, prova ne sia che nessuno ha mai rinunciato ad intascare le pubbliche prebende. Il che è vero, ma solo in parte.

Stamane l’assemblea regionale sarà chiamata a votare la proposta di legge sulle «modifiche all’articolo 7 della legge regionale 3 giugno 2002, n.7». Ultimo tassello di una riforma dei costi della politica in salsa molisana che assomiglia ad un salto ad ostacoli, dove gli ostacoli sono i tagli. Non succede solo qui, certo, ma il Molise gode già di una triste nomea in materia di finanza pubblica. Storicamente, la normativa che fissa gli stipendi dei “portaborse” è figlia del centrodestra, anche se non risulta che il centrosinistra abbia rinunciato ad avvalersene. L’ha fatto il Movimento 5 Stelle: «abbiamo rinunciato anche ai rimborsi elettorali e stiamo restituendo le indennità» informa il consigliere Antonio Federico. L’ha fatto (dal primo agosto di quest’anno) il governatore Paolo Di Laura Frattura, il quale, essendo figlio d’arte – il padre è stato presidente della Regione – ha annusato l’aria ed è saltato in groppa alla tigre del malcontento. Solo a parole, accusano dal centrodestra. Con risultati contabili, ribatte lui.

Secondo il governatore, la riforma molisana, approvata con la legge regionale n° 10 del 25 luglio 2013, sommata alla riduzione del numero dei consiglieri deliberata dal centrodestra che ha cancellato il vitalizio, comporterà una riduzione sostanziale delle spese per indennità di carica e di funzione, gettoni di presenza, rimborsi spese e collaboratori. Si passerebbe dai 4,4 milioni del 2011 spesi con la giunta Iorio (Pdl) ai 3,5 del 2013. Si potrebbe scendere addirittura a 3,1 l’anno prossimo. Se si calcolano i 288mila euro dei costi di giunta, il calo è da 5,7 a 3,7 milioni, con una previsione di 3,4 sul 2014. In ogni caso, fa notare il governatore, verrà rispettato, quand’anche di poco, il tetto fissato dal decreto Monti, che sono 13.800 lordi al mese per i presidenti di Giunta e Consiglio e 11.100 lordi per i consiglieri regionali.

Previsioni contestate dall’opposizione, secondo la quale dalle pieghe della norma regionale salta fuori un migliaio di euro in più. Stando ad un computo diffuso dal Movimento 5 Stelle, ogni consigliere molisano oggi riceve un’indennità di carica lorda di 6000 euro e un rimborso spese (esentasse e forfettario) di 4500. Se non che in Molise i consiglieri semplici sono 3 su 21 e nelle buste paga di tutti gli altri finisce anche l’indennità di funzione (dai 750 euro del capogruppo ai 3.000 del presidente), che non viene contabilizzata in relazione al tetto di legge, e allora i famosi tagli diventano questione di spiccioli.

Senza considerare, si badi bene, i fondi destinati ai gruppi consiliari e quelli dell’articolo 7. Dopo lo scandalo Fiorito, difendere i primi è diventata una missione impossibile per chiunque: impossibile per i molisani, da quando la procura di Campobasso ha messo gli occhi su certi rimborsi per certe cene consumate in certi locali a luci rosse… ; iImpossibile persino per un politico abile come Frattura, eletto presidente con il centrosinistra dopo essere stato candidato da Forza Italia.

Così, un po’ per necessità, visto che i tagli erano imposti dalla legge 174 (decreto Monti), un po’ per allentare la pressione sulle accuse di parentopoli (Frattura è stato socio del marito del suo capo di gabinetto, Mariolga Mogavero) e di conflitto d’interessi (per un progetto sulle biomasse e due torri che ha offerto alla Regione in cerca di una sede) ma soprattutto perchè è considerato un uomo di Renzi, il governatore ha fatto dei costi della politica un cavallo di battaglia, adottando toni da Leopolda 2010: «Questo Consiglio non può rimanere estraneo alla sofferenza sociale… non lasciamo inevasa l’esigenza di chiarezza di tante persone… rispondiamo con la più puntuale assunzione di responsabilità… diamo un segnale di chiarezza e verità ai cittadini».

Peccato che, toccato nel portafoglio, il Consiglio regionale molisano abbia deciso di mantenere altissima l’asticella dell’estraneità: il decreto Monti prevede che le nuove dotazioni dei gruppi consigliari si calcolino sommando una quota di 5.000 euro per ogni consigliere regionale «cui si aggiunge un importo complessivo pari a 0.05 euro per abitante». Alcune Regioni hanno diviso quest’importo per il numero dei consiglieri, ripartendolo tra i gruppi. In Molise no, l’hanno moltiplicato per il numero dei consiglieri, con una differenza per le casse pubbliche di trecentomila euro. Da queste parti, del resto, sono portati per le moltiplicazioni: da 21 consiglieri sono nati ben 14 gruppi consigliari, con relativo codazzo di segretarie e assistenti… La maggioranza si blinda, la presidenza del Consiglio invita Frattura a portare in tribunale tutti i “denigratori” della Regione eppure il governatore difende queste scelte senza troppo entusiasmo.

Quanto ai fondi dei gruppi osserva: «È una nostra interpretazione ma il governo non ha sollevato eccezioni». Non ne ha sollevate neanche sull’articolo 7 così come non ha verificato se i finanziamenti percepiti dai consiglieri per i loro collaboratori eccedessero la quota dei costi autorizzati, che per legge dovrebbe essere «onnicomprensiva». Forse non l’ha fatto perché tali rimborsi, disciplinati da una legge regionale vecchia di undici anni e sempre applicata senza rendicontazione, non rientravano nel dossier riforma e solo quando ci si è resi conto di rischiare un’altra ondata di polemiche – il Molise è già stato definito “regione canaglia” per aver sperperato i fondi della sanità – si è deciso di porre mano al “fondo per le attività istituzionali”.

Non di cancellarlo, beninteso, ma di farne una contabilità parallela a quella disciplinata dal decreto Monti: i 2451 euro destinati agli stipendi dei collaboratori non finiranno più sul conto del consigliere regionale. Lui si limiterà a contrattualizzare il dipendente, mentre a pagarlo sarà la Regione. Costi suoi, quindi, non della politica.

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