L’ideologia del genere: conseguenze sociali

5 novembre 2013 18:48 2 comments

Di Stefano Fontana

Centro Diocesano di Spiritualità San Fidenzio – Novaglie (Verona)

Domenica 13 ottobre 2013

Confederazione Italiana dei Centri per la Regolazione Naturale della Fertilità

vanthuanobservatory.org

In questa mia relazione non descriverò in cosa consista la cosiddetta ideologia del genere e non ne farò la storia [1]. Mi concentrerò solamente sulle sue conseguenze sociali, giuridiche e politiche. Queste conseguenze, come vedremo, non sono indifferenti alle conseguenze religiose e teologiche. Il mio orizzonte di riferimento è la Dottrina sociale della Chiesa.

L’origine della società

La prima conseguenza dell’ideologia del gender sulla società riguarda l’origine stessa della società. La sessualità umana non è indifferente alla costituzione e alla costruzione della società. Quando la DSC ripetutamente sostiene che all’origine della società c’è la famiglia e che questa è una società naturale anteriore allo Stato fa riferimento alla identità sessuata dell’uomo e della donna [2].

Questa identità sessuata di carattere polare contiene due aspetti fondamentali per la società:
- il primo è la complementarietà o reciprocità che fonda la socialità come relazione di accoglienza,
- il secondo è l’apertura alla vita che fonda la società in quando proietta il genere umano nel futuro.

In ambedue queste dimensioni – la complementarietà tra i coniugi e l’apertura alla vita – si produce l’atteggiamento di accoglienza, senza del quale la società non esiste. Ciò va detto in due sensi. Di uno di questi due sensi parlerò più tardi. Dell’altro possiamo parlare ora e consiste nel non vedere l’altro come un avversario ma come un complice. Lo sguardo per cui l’altro non è ciò che mi ruba il mondo ma è complice nella costruzione di qualcosa che ci comprende entrambi ha la sua origine nella complementarietà uomo-donna. Per cui se l’atteggiamento di accoglienza non c’è lì, nel momento iniziale e costitutivo della vita sociale, ci si chiede come potrà esserci dopo, negli altri aspetti della vita comunitaria.

Per questo la Caritas in veritate dice che «Se si perde la sensibilità personale e sociale verso l’accoglienza di una nuova vita, anche altre forme di accoglienza utili alla vita sociale si inaridiranno. L’accoglienza della vita tempra le energie morali e rende capaci di aiuto reciproco. Coltivando l’apertura alla vita, i popoli ricchi possono comprendere meglio le necessità di quelli poveri, evitare di impiegare ingenti risorse economiche e intellettuali per soddisfare desideri egoistici per i propri cittadini e promuovere, invece, azioni virtuose nella prospettiva di una produzione moralmente sana e solidale, nel rispetto del diritto fondamentale di ogni popolo e di ogni persona alla vita» (n. 28).

L’ideologia del gender pone all’inizio non una coppia ma degli individui astratti in quanto asessuati. Mentre maschio e femmina sono complementari, individui astratti e asessuati non lo sono. La loro genitalità non è espressiva di una più ampia sessualità di tipo antropologico, ma diventa neutra e, quindi, fungibile in modo diverso. Gli ideologi del gender accusano i fautori della complementarietà maschio e femmina di intendere la genitalità in modo fissista e, quindi, di depotenziarne il significato. Invece è il contrario, perché qui la genitalità è espressione di una identità antropologica sessuata portatrice di senso, là diventa invece un neutro strumento tecnico privo di volto.

O la socialità c’è fin dal primo momento in una coppia complementare e aperta alla vita o non si costruisce più in seguito, se non in senso estrinseco e tecnico. Questo è un primo punto.

Una società in-naturale

Una seconda conseguenza riguarda il concetto di natura e di natura umana in particolare. L’ideologia del gender nega l’esistenza di una natura umana considerandola frutto di scelta personale, culturale o ideologica:

«L’uomo contesta di avere una natura precostituita dalla sua corporeità, che caratterizza l’essere umano. Nega la propria natura e decide che essa non gli è data come fatto precostituito, ma che è lui stesso a crearsela» [3].
Il problema è se la società possa stare senza il riferimento alla natura. La natura è quanto ci precede e abbiamo ricevuto. Quanto non abbiamo prodotto noi. La società ha bisogno di qualcosa che non sia sua produzione in quanto ha bisogno di senso e il senso non è mai prodotto. Oggi si tende a dire il contrario: il senso è sempre prodotto. L’ermeneutica ha sostituito la metafisica. Ma la società non può stare senza lo sguardo metafisico che la ponga davanti all’incondizionato, ad un senso ricevuto e non prodotto [4].

Un grande giurista laico come Böckenförde ha riconosciuto che lo Stato consuma valori che non ha prodotto e che non riesce a ricostituire con le sue forze quando li perde. Il filosofo illuminista Habermas, nel libro “Il futuro della natura umana” [5] ha riconosciuto che il fatto che l’uomo non sia produttore di se stesso, che lui chiama “contingenza naturale”, è la condizione del suo autonomo operare. Solo se il corpo è mantenuto nel suo aspetto spontaneo, come qualcosa di nuovo, si mantiene poi la distinzione tra soggettivo e oggettivo, tra artificiale e naturale, tra quanto è cresciuto naturalmente e quanto è stato prodotto tecnicamente.

Hans Jonas, nel libro “Un’etica per la civiltà tecnologica”, ha affermato che «La condizione umana, definita dalla natura dell’uomo e dalla natura delle cose, è data una volta per tutte nei suoi tratti fondamentali. Su questa base si può determinare senza difficoltà e avvedutamente il bene comune» [6]. Simili posizioni non arrivano ad intendere la natura umana in senso ontologico, come si richiederebbe per fondarla adeguatamente, ma in ogni caso sono una significativa attestazione della necessità che il senso ci preceda.

La società non può stare senza la natura e in particolare senza natura umana perché è dalla natura che sgorgano i fini. Robert Spaemann, in un ampio saggio recentemente pubblicato in Italia, ha mostrato come il finalismo sia stato sostituito nella cultura occidentale dal determinismo. Hobbes diceva che conoscere una cosa significa immaginare come possiamo usarla quando ne veniamo in possesso, sicché solo l’uomo ha scopi [7]. La natura, invece, consiste in un mondo di forme e la forma indica non solo che l’uomo è qualcosa (in quanto uomo) e qualcuno (in quanto questo uomo) ma indica anche cosa deve essere, cosa può essere, indica come deve vivere se vuole vivere da uomo. Indica in altri termini i fini. Il concetto di bene comune, per esempio, certamente centrale nella Dottrina sociale della Chiesa, è un concetto finalistico, di tipo qualitativo, che si nutre delle indicazioni ricevute dalla natura umana. Senza un simile sguardo diventa incomprensibile e su di esso non ci si capisce.

La natura, in quanto esprime la finalità, su cui non c’è deliberazione umana che riguarda invece solo i mezzi, è dietro di noi come qualcosa che abbiamo ricevuto ma è anche davanti a noi, come diceva Romano Guardini. E come dice la Dottrina sociale della Chiesa, secondo la quale la natura sta dietro le culture, in quanto «c’è una profonda unità delle culture nel sapere originario degli uomini» [8], ma sta anche davanti alle culture in quanto ad essa, alla natura umana, tutte le culture tendono, pur nei loro percorsi limitati.

 

La ri-educazione della società

L’ideologia del gender priva la società di questi contesti di senso non prodotto da noi. Ma c’è qualcosa di più. L’ideologia del gender pretende non solo di abolire il riferimento alla natura ma la vuole riplasmare. Siamo così al cuore della “questione antropologica”. L’uomo nuovo, che la modernità non era riuscita a produrre per via politica, ora si tenta di produrre per via culturale e tecnica. L’ideologia del gender non è solo una questione morale, ma si propone come la volontà dell’uomo di ri-creare il mondo.

Vengono in mente tante suggestioni passate. Viene in mente Rousseau, il vero padre della modernità, che affermava nel Contratto sociale che chi prende il potere deve essere consapevole di avere il dovere di riplasmare la natura dell’uomo. Viene in mente il marxismo secondo cui l’uomo nuovo, come diceva Engels, nessuno ancora lo aveva visto. Vengono in mente i teorici dell’uomo cyborg che esplicitamente dicono: «Noi oggi siamo in grado, letteralmente, di cambiare la natura degli esseri umani» [9].

La ri-creazione comporta innanzitutto di ri-creare la famiglia. Si va verso una «famiglia polimorfa (ricomposta, monoparentale, omoparentale). La famiglia deve essere scelta» [10]. Viene ricreata la maternità mediante l’utero artificiale o l’utero in affitto. Ciò richiede sul piano giuridico il riconoscimento di nuovi diritti: diritto delle coppie al matrimonio, diritto al matrimonio per tutti, diritto al figlio, diritto alla maternità. Ciò trasforma il matrimonio da istituzione a contratto.

La parentela è sostituità dalla parentalità che prevede diversi tipi di filiazione: biologica, filiazione giuridica e filiazione sociale sono dissociate tra loro. Rientrano per esempio alla filiazione sociale il compagno della madre biologica di un bambino o la donna che affitta l’utero perché due uomini abbiano un figlio.

Che ci troviamo davanti alla volontà di ri-creare il mondo è oggi evidente dal carattere violento e dittatoriale che l’ideologia del gender sta assumendo. E, forse ancora di più, dall’impegno che si sta profondendo a “rieducare” l’uomo con nuovi programmi e testi scolastici obbligatori e pianificati, oltre che con le fiction televisive. Siamo arrivati, come nel caso Barilla, all’autodafé, all’autodenuncia e al pentimento, come si pretendeva, e come alla fine si ottenne, dal protagonista di “1984” di George Orwell. C’è il pericolo che diventiamo un grande campo di rieducazione.

Conseguenze giuridiche

Natura e sopranatura

Uno degli aspetti più inquietanti di questa rieducazione è quello linguistico. È in atto un cambiamento di parole e di concetti che hanno lo scopo di ripianificare i rapporti sociali. Nella nuova famiglia allargata e a rete, con una molteplicità di genitori biologici e sociali, di vario orientamento sessuale, frutto di banche del seme e utero in affitto a cui vanno aggiunte le conseguenze delle separazioni, dei divorzi, dei nuovi diritti parentali del compagno o della compagna, sia etero che omo è chiaro che gli attuali concetti di marito e moglie, padre, madre, figlio, figlia, cugino o zia, nonno e nonna sono destinati a finire. Domani potranno non significare più niente o qualcosa di molto diverso da oggi.

Questo vale per l’ambito civile, ma ancor più per l’ambito religioso. Tutto il lessico religioso cattolico ha una base sponsale e familiare. Chi non fa esperienza di paternità o fraternità sul piano naturale, dentro una famiglia, come potrà cogliere l’elemento soprannaturale di queste nozioni? Tocchiamo però qui un punto di notevole importanza che bisogna analizzare attentamente.

Lungo la storia l’umanità ha messo in luce alcune verità che sono senz’altro di ragione naturale, ma che non sarebbero forse mai state scoperte senza la rivelazione cristiana in quanto la ragione ha in proprio la possibilità di conoscerle, ma di fatto spesso non ci riesce. Mi riferisco, per esempio, alla nozione di persona umana oppure al significato vero del matrimonio. Si tratta di nozioni di ordine naturale, ma che non sarebbero mai state viste nella loro profondità senza il cristianesimo. Senza la fede, inoltre, esse andrebbero perdute.

Note

[1] Rimando, per questo, a E. Montfort, Il concetto di genere nelle nostre società postmoderne, in S. Fontana-G. Crepaldi, La colonizzazione della natura umana. Quarto Rapporto sulla dottrina sociale della Chiesa nel mondo, Cantagalli, Siena 2012, pp. 133-156 e al fascicolo monografico del “Bollettino di Dottrina sociale della Chiesa” VIII (2012) 3. Un testo forse poco noto, ma molto approfondito, di analisi e valutazione dell’ideologia del genere è il documento della Conferenza episcopale spagnola dal titolo “La verdad del amor humano. Orientaciones sobre el amor conyugal, la ideología de género y la legislación familiar” del 26 aprile 2012. Ricordo anche che una fine, oltre che autorevole, analisi del problema è stata svolta da Benedetto XVI nel Discorso alla Curia romana del 21 dicembre 2012.
[2] J. Granados, Perché la famiglia?Il luogo delle alleanze originarie per la società e la Chiesa, “Anthropotes” XXVII (2012) 1, pp. 57-82.
[3] Benedetto XVI, Discorso alla Curia romana, 21 dicembre 2012.
[4] Ho approfondito questi temi in: S. Fontana, Parola e comunità politica. Saggio su vocazione e attesa, Cantagalli, Siena 2010.
[5] J. Habermas, Il futuro della natura umana, Einaudi, Torino 2006. Si veda: I presupposti naturali del poter-essere-se-stessi. La polarità natura-libertà di Jürgen Habermas, in Russo Francesco (a cura di), Natura cultura libertà, Armando, Roma 2010, pp.
[6] H. Jonas, Un’etica per la civiltà tecnologica, Einaudi, Torino 2002, p. 3.
[7] R. Spaemann – R. Löw, Fini naturali. Storia e riscoperta del pensiero teleologico, Ares, Milano 2013, pp. 141-145.
[8] J. Ratzinger, Progetto di Dio. La creazione, Marcianum Press, Venezia 2012, p. 70.
[9] J. Harris, Wonderwoman e Wonderman. Manipolazione genetica e futuro dell’uomo, Baldini e Castoldi, Milano 1997. p. 38.
[10] E. Montfort, Il concetto di genere nelle nostre società postmoderne, “Bollettino di Dottrina sociale della Chiesa”, VIII (2012) 3, p. 93.

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