Nasce il Comitato “Di mamma ce n’è una sola” contro la pratica dell’utero in affitto

5 novembre 2013 16:34 3 comments

5 Ottobre 2013

it.radiovaticana.va

Sensibilizzare, denunciare e contrastare il mercato della “maternità surrogata”. Sono queste le finalità del Comitato “Di mamma ce n’è una sola” presentato oggi nella Sala stampa di Montecitorio. Su questa iniziativa e sul mercato globale legato alla pratica dell’utero in affitto, Amedeo Lomonaco ha intervistato la coordinatrice nazionale del Comitato, Olimpia Tarzia.

R. – È una pratica che nel mondo si sta diffondendo sempre di più nella maniera più abominevole. Abbiamo una serie di “centri di guadagno internazionali”; quindi si parla di società, agenzie nate appositamente per questo. Basta andare sul web e cercare le parole chiave e si trova veramente un’infinità di proposte da questo punto di vista. È una realtà che agisce, da una parte, su un desiderio di un figlio, un desiderio legittimo, ma non è un diritto. Dall’altra parte, abbiamo proprio uno sfruttamento, ancora più drammatico: quello delle donne più povere dei Paesi del mondo, soprattutto in India ma poi anche in altri Paesi dove c’è una povertà, in prevalenza al femminile, spaventosa.

D. – È un mercato, questo, in continua espansione …

R. – È un commercio che, tra l’altro, sta crescendo sempre più nei Paesi ex comunisti: Russia, Ucraina, Polonia, Romania … Quindi si sta avvicinando a noi. Non è qualcosa di lontano dalla nostra realtà europea. I cittadini russi e ucraini che ricorrono ad una madre cosiddetta surrogata devono sborsare da 600 mila ad un milione e mezzo di rubli. Si può arrivare fino a 30 – 50 mila euro. É un mercato pauroso! In India, l’industria della maternità surrogata produce un indotto spaventoso: si parla di circa due miliardi di dollari con un migliaio di cliniche, tra l’altro, non regolamentate. Una gravidanza surrogata in India costa dai 10 mila ai 35 mila dollari, contro i 59 mila, anche 80 mila, necessari negli Stati Uniti.

D. – Prospera, dunque, un nuovo colonialismo di tipo biologico che sfrutta donne povere e ricattabili, usate come “incubatrici” …

R. – In un momento storico in cui si parla della tutela della donna attraverso varie leggi, di violenza sulle donne, chi parla di una violenza di questo tipo? Ci troviamo di fronte ad una situazione per cui la donna porta avanti una maternità, che poi non sarà sua. Chi è stata madre, può capire che cosa vuol dire portare dentro di sé un bambino per nove mesi e poi partorirlo. La cosa impressionante è che queste agenzie si sono ovviamente ben attrezzate. Tutte hanno un consulente legale, perché potrebbe accadere che la donna possa eventualmente cambiare idea ad un certo punto, e magari possa dire di volere il bambino. Questo non deve essere possibile chiaramente. Quindi, in questo senso, c’è una tutela dei “genitori committenti”.

D. – E si stipulano anche contratti in cui i casi di anomalie o di malformazioni del feto alla madre surrogato viene imposto l’aborto …

R. – Se si intravede, si sospetta una malformazione o un’anomalia del bambino, naturalmente, in questa logica consumistica di mercato, viene considerato “un prodotto difettoso”. Quindi la coppia che ha commissionato questo bambino può dire benissimo: “No, non va bene”, e la donna è costretta ad abortire. Sono situazioni veramente incredibili che, purtroppo, passano nel silenzio e che, però, vedono una grande crescita di un mercato sulla pelle delle donne e poi, naturalmente, dei bambini.

D. – Un mercato, quello delle madri surrogate, che viene in diversi casi ‘sponsorizzato’ anche da star del mondo dello spettacolo che, pur non avendo problemi di infertilità, ricorrono a questa pratica per non subire quello che viene considerato “l’insostenibile e inconciliabile peso di una gravidanza” …

R. – Gli hanno dato una valenza quasi “poetica” i vip molto benestanti, che non si possono “permettere di affrontare” una gravidanza perché si sta lontani dal lavoro e poi c’è una difficoltà a riprendere la propria forma fisica e ci vuole un po’ di tempo … Tutto questo, trovando la soluzione di una donna che si presta a vivere “la fatica della gravidanza” e anche quello che porta con sé, ha aperto questa “moda” tra i vip. Ne abbiamo parecchi che hanno preso questa decisione. Tra l’altro, vorrei aggiungere che è evidente – è sotto gli occhi di tutti – che c’è anche un risvolto da un punto di vista di significato procreativo della coppia. È evidente che se noi consideriamo il bambino un oggetto che io posso acquistare ad un determinato prezzo, andare a cercare il supermercato che magari mi fa lo sconto – perché questa è la cosa spaventosa – trovare le modalità migliori, alla fine acquisto un ‘prodotto’; in questo modo è chiaro che viene a minarsi, alle radici, quello che è il significato antropologico della maternità. E’ la commercializzazione più totale dell’essere umano!

D. – In Italia la legge vieta questa pratica, ma il fenomeno è ugualmente allarmante …

R. – In Italia la normativa vieta questa pratica. Il problema è che, naturalmente, le coppie possono “commissionare un figlio” in un Paese estero e poi hanno la possibilità di riportarlo in Italia. Quindi, in pratica, il percorso è ‘bypassato’ in questo modo.

D. – Il singolo Paese è dunque destinato ad essere schiacciato dalle dinamiche di questo mercato globale. Servono norme internazionali …

R. – Ci vuole assolutamente una cooperazione internazionale, anche perché sappiamo bene che ci sono queste agenzie che, trasversalmente, si muovono da un Paese all’altro. Sappiamo che ci troviamo di fronte ad una grande macchina per fare soldi.

D. – Quali le prospettive e la missione del Comitato “Di mamma ce n’è una sola”?

R. – Ovviamente essendo un Comitato, sarà un organismo nazionale che, però, avrà punti di riferimento in tutte le regioni per creare una rete di sensibilizzazione e per far sì che questo problema non ci capiti tra capo e collo, improvvisamente a livello nazionale, con una proposta di legge rispetto alla quale si è impreparati. Noi vogliamo fare in modo che ci sia una consapevolezza tra le persone, e quindi che ci sia un’azione di sensibilizzazione. Questa è una battaglia in cui noi contiamo di avere tutte le donne impegnate. Non è un fatto di parte, non è un fatto religioso, non è un fatto di una parte politica. È una voce che, come donne, vorremmo dare a tutte le donne che non hanno voce per far sentire i loro diritti.

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