Famiglia: Lettera aperta del consigliere regionale Olimpia Tarzia

8 novembre 2013 10:25 28 comments

7 novembre 2013

romasette.it

Riceviamo e pubblichiamo la lettera di Olimpia Tarzia, consigliere regionale e presidente del Movimento PER (Poliitica Etica Responsabilità), indirizzata all’assessore alla cultura della Regione Lazio, Lidia Ravera

Considero Lidia Ravera una persona intelligente e per questo, leggendo le sue dichiarazioni a L’Huffington Post, rispetto al tema della sepoltura ai bambini non nati e della Legge 194, ritengo doveroso precisare alcuni aspetti, sui quali mi attendo – e come me migliaia di cittadine e cittadini del Lazio – una risposta convincente. Ciò premesso, considero le sue parole gravissime, estremamente offensive nei confronti delle donne che hanno perso un figlio per aborto, da lei definite: “donne che, poiché il corpo ha le sue insondabili leggi, non sono riuscite a portare a termine il loro dovere di animali al servizio della specie”.

Parole particolarmente offensive se si considera che provengono da una donna e, per di più, da una donna delle Istituzioni, essendo assessore alla Cultura della Giunta Zingaretti. Come donna delle Istituzioni la Ravera dovrebbe sapere che, come ben fa notare l’Associazione CiaoLapo, c’è una legge nazionale che prevede che in caso di morte intrauterina dopo le 28 settimane di gravidanza, è obbligatorio procedere alla sepoltura, mentre al di sotto di tale età gestazionale, è facoltativo; i genitori, se vogliono, entro 24h possono richiedere la sepoltura, altrimenti l’ospedale procederà allo smaltimento del feto come “rifiuto ospedaliero” (raccapricciante solo il termine), dunque è evidente che ogni Comune (e bene ha fatto Renzi) deve dotarsi di adeguati regolamenti di polizia mortuaria che stabiliscano le procedure attuative e indichino dove e come seppellire le spoglie in oggetto.

La Ravera si scaglia contro chi definisce “bambini” i non nati. Ha mai incontrato l’assessore il dolore di una madre che ha perso un figlio prima della nascita? Ha mai parlato con una madre reduce da questo strazio, cercando di persuaderla che quel battito che batteva all’unisono col suo, quel respiro condiviso, quel sentirsi “in compagnia” altro non era che la presenza di “grumi di materia”?

Fa specie, poi, che una donna che dei diritti individuali ha fatto una bandiera, consideri il diritto all’obiezione di coscienza, liberamente esercitato da migliaia di ginecologi, “una foglia di fico”. Attacca, irridendole, le migliaia di donne impegnate nel Movimento per la vita, mostrando – e me ne dispiace – una visione arcaica e ideologica, perché l’esperienza più che trentennale che ho avuto a contatto con tutte loro, con i 600 Centri di aiuto alla vita, le 80 Case di accoglienza, mi ha convinto che non si salva mai un bambino ingaggiando una sorta di corpo a corpo con la madre, ma accogliendola, ascoltandola, chiedendole: come ti posso aiutare?

E di quei 150.000 bambini aiutati a nascere, non c’è stata una sola madre che, come donna, si sia sentita intimidita, blandita, ricattata, punita, ma solo, semplicemente, aiutata. Ma tornando alla Legge 194, l’assessore afferma che “abortire è una sofferenza psichica, un sacrificio delle propria integrità fisica e mentale, uno scacco, un’amputazione”. Dunque condivide il fatto che l’aborto è una sconfitta per la donna? Ha consapevolezza che dagli anni ‘70 generazioni di giovani donne sono state allevate da un delirio ideologico?

Donne ingannate, che a loro volta hanno ingannato altre donne, donne che nel corso della vita si sono dovute scontrare con la realtà, che si è rivelata ben altro: la tanto pretesa autodeterminazione ha permesso ad uomini poco responsabili, alla società e alle Istituzioni di sentirsi autorizzati ( e legalmente protetti) a lavarsene le mani di fronte ad una donna in difficoltà per una gravidanza, lasciandola senza via d’uscita, nella piú profonda solitudine. Senza poi tener conto che i soggetti coinvolti sono due, una madre e un figlio: come si può “autodeterminarsi” sulla pelle di un altro?

La realtà è molto più dura di ogni strumentalizzazione politica adottata pedissequamente da un veterofemminismo ormai autoreferenziale: da quando è stata approvata la L.194/78 sono stati effettuati più di cinque milioni di aborti e, secondo le stime del Ministero della Salute, gli aborti clandestini si posizionano intorno ai 15.000 l’anno. Se pensiamo che sia un dato accettabile domandiamoci da che parte stiamo. Io sto dalla parte delle donne e della vita. Si, delle donne e della vita insieme: segno di quella profonda, inestinguibile alleanza che ancora regge il mondo.

Conveniamo tutti che l’aborto è un dramma? Allora impegnamoci tutti, Istituzioni per prime, a mettere in atto un’effettiva tutela sociale della maternità, creiamo le condizioni culturali, sociali, legislative affinché ogni donna possa essere libera di non abortire, perché i consultori garantiscano ogni possibilità di aiuto e di sostegno, anche economico, “contribuendo a far superare le cause che potrebbero indurre la donna all’interruzione di gravidanza” (art.2 L.194).

Assessore Ravera, attendiamo le sue scuse. Se non vuole farlo nei confronti di quelli che lei considera grumi di materia, lo faccia almeno nei confronti di milioni di donne alleate della vita, che la celebrano quotidianamente, con mille difficoltà, nel silenzio e nel nascondimento, che non hanno spazio sui giornali, che non hanno tempo per scendere in piazza a fare girotondi, che rappresentano la vera speranza della nostra società.

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