Lo sviluppo nella Caritas in veritate

9 novembre 2013 18:28 19 comments

Conferenza di Stefano Fontana a Udine

Centro Internazionale Studi Luigi Sturzo e Parrocchia di San Paolino Patriarca di Udine.

Udine, 9 ottobre 2013, sala Paolino di Aquileia

vanthuanobservatory.org

L’enciclica di Benedetto XVI “Caritas in veritate” (CV) è interamente dedicata al tema dello sviluppo. Però lo affronta in un modo molto diverso da come di solito lo affrontiamo noi. L’enciclica si chiede a quali condizioni possiamo parlare di sviluppo, cosa ci deve essere prima dello sviluppo perché possiamo parlare di sviluppo.

Ci sono due modi di affrontare il problema.
Il primo consiste in questo: cosa si debba intendere per sviluppo lo stabiliamo noi, lo stabiliscono gli elettori alle elezioni, lo stabiliscono gli amministratori e i legislatori, oppure le imprese nazionali o multinazionali oppure i burocrati dell’Unione europea. Insomma, lo stabilisce qualcuno che ha il potere di farlo. In questo caso, i criteri dello sviluppo sono relativi, cambiano nel tempo, dipendono dalle diverse maggioranze elettorali o dai diversi cicli economici.
A sostegno di questa tesi si possono portare molti argomenti, anche se chi la sostiene oggi non sa portare grandi argomenti se non un relativismo piuttosto immotivato e assunto acriticamente. Tutti questi argomenti però cozzano contro una grande obiezione, questa: se stanno così le cose, se cioè i criteri dello sviluppo sono determinati dalle fluttuanti maggioranze elettorali, su cosa si fonderebbe il diritto dei governanti di dare disposizioni e di implementare politiche per raggiungere lo sviluppo? Solo sul consenso elettorale? [1]
Come accadde quando un ministro olandese dichiarò che se la maggioranza degli elettori avesse chiesto l’applicazione della sharia in Olanda lui avrebbe obbedito. Pensiamo veramente che la semplice maggioranza elettorale, che tra l’altro nei paesi avanzati si riduce ad essere la metà più uno di una minoranza, conferisca a chi gestisce il potere il diritto di incidere, anche pesantemente, sulla vita dei suoi simili? Se pensiamo questo il problema dello sviluppo è già risolto, o meglio non esiste nemmeno.

Il tema dello sviluppo è un tema morale. Svilupparsi vuol dire andare verso il meglio, ma il meglio è una valutazione morale. Qualitativa non quantitativa. Senza sapere cosa è meglio, come potremmo parlare di sviluppo, come lo distingueremmo dal regresso e dalla involuzione?
I politici, i legislatori, gli amministratore impongono regole e politiche per lo sviluppo, ci ordinano di fare delle cose per lo sviluppo e di non farne altre. Queste ingiunzioni, siccome impongono un certo fare, hanno carattere morale. Ma se il loro concetto di sviluppo non ha carattere morale, perché è il frutto solo di una maggioranza elettorale, su cosa fonderanno le ingiunzioni cui ci sottopongono?
Le legittimità del potere è un fatto politico e giuridico, ma non solo: è anche un fatto morale, se il potere non vuole intendersi solo come uso della forza. Il potere è legittimato dall’essere al servizio del vero sviluppo umano, ma se questo non è inteso come un fatto morale, su cosa si fonderà la moralità del potere?
L’immoralità del potere sarà sempre in agguato e saprà di stucchevole moralismo stracciarsi le vesti davanti alla corruzione politica quando non si ammette nessuna legittimazione morale del potere stesso. Una qualsiasi giunta comunale rifiuta di attenersi ad alcuni fondamentali principi della legge morale naturale e poi denuncia per immoralità uno che ha cambiato partito, oppure uno che ha presentato al rimborso spese illecite. Sulla base di quali criteri?

Il secondo modo consiste nel pensare che cosa si debba intendere per sviluppo non lo stabiliamo noi. Ogni fare si fonda su un ricevere [2]: il ricevere precede il fare. C’è qualcosa che ci precede e che ci orienta, non nel dettaglio di cosa dobbiamo fare, ma dandoci le grandi direttive di un’azione autenticamente diretta allo sviluppo.
Tutta l’enciclica è indirizzata a mostrare questo: ci sono le cose che produciamo noi, ma ci sono le cose che non produciamo noi e che riceviamo in dono [3]. Queste ultime sono le più importanti perché danno senso alle altre.
Il senso, infatti, ci è sempre dato in dono, sempre una rivelazione: un senso prodotto da noi non ci soddisfa perché condivide tutti i nostri limiti. L’amore non lo produciamo noi. La verità non la produciamo noi. La vita non la produciamo noi, anche se oggi le tecniche riproduttive potrebbero farlo pensare.
Non c’è il diritto ad essere amato, non c’è il diritto a capire l’Infinito di Leopardi. Non c’è il diritto ad avere un figlio.
Ci può essere il desiderio di essere amato, o il desiderio di capire l’Infinito di Leopardi o il desiderio di avere un figlio. Amore, verità [4], vita, bellezza [5], festa [6]: non si possono programmare e produrre. Se lo sviluppo lo stabilissimo noi, come nella prima soluzione che abbiamo visto, allora tutti questi desideri potrebbero anche diventare diritti, la legge potrebbe contemplarli e i servizi sociali soddisfarli. Essi però potrebbero essere rovesciati domani e si passerebbe dal diritto al torto senza seri motivi. La società non sta in piedi se pensiamo di produrre tutto noi, specialmente i presupposti della convivenza e i fini ultimi, perché allora tutto diventa contratto, che si firma oggi e si straccia domani.

Allora: dobbiamo scegliere se nulla ci precede, sicché cosa sia lo sviluppo lo stabiliamo noi, oppure se c’è qualcosa che ci precede ed allora cosa sia lo sviluppo non lo stabiliamo noi, almeno nelle sue grandi linee.
Solo se c’è qualcosa che ci precede e che ci chiede di rispettarla (ecco i doveri) allora possiamo anche sapere cosa possiamo fare (ecco i diritti) [7].
Chi pensa che lo sviluppo lo produciamo noi pensa che i diritti precedano i doveri; chi pensa il contrario pensa che i doveri precedano i diritti. Ma la CV è molto chiara: «I diritti individuali, svincolati da un quadro dei doveri che conferisca loro un senso compiuto, impazziscono e alimentano una spirale di richieste praticamente illimitata e priva di criteri» (n. 43).

La CV è del secondo parere, e ritiene che ci sia una cosa che chiamiamo natura e in particolare natura umana, che noi non produciamo, ma che ci troviamo tra le mani come un dono e un messaggio, che dobbiamo curare e curarla significa proteggerla, svilupparla e promuoverla. Nessuno di noi ha prodotto se stesso, piuttosto ognuno di noi ha accolto se stesso come un dono e una promessa, come un dovere da assumere prima che un diritto da rivendicare.
Pensiamo che la persona umana sia solo l’insieme dei suoi fenomeni che noi possiamo modificare a nostro piacimento? In questo caso una risonanza magnetica ci direbbe chi è l’uomo. Ma non ce lo dice. In questo caso con il bisturi, la palestra, il silicone, i piercings o i tatuaggi potremmo modificare il nostro essere. Ma così non è. Perché la persona non si riduce ai suoi fenomeni, essa non è solo ciò che di essa vediamo e tocchiamo. Essa è qualcosa e qualcuno [8]. Questo essere qualcosa (un uomo) e qualcuno (questo uomo) rappresenta la sua natura. Possiamo fare della cosmetica o della ginnastica, come dice Platone nel ma non possiamo cambiare la nostra natura.
Abbiamo alle spalle la nostra natura di esseri umani, verso cui convergono tutte le culture, pur nei loro limiti, in quanto la natura le precede, ma anche sta loro davanti come un fine da realizzare.
Guardini diceva che la natura in un certo senso sta davanti a noi e non dietro [9]. Oggi abbiamo perso l’idea del fine [10]. Pensiamo che le cose avvengano perché dietro hanno una causa che le produce e questa ne ha dietro un’altra e così via. Tutto sarebbe una sequenza di fenomeni che si determinano l’un l’altro, compreso lo sviluppo. Invece, esistono anche i fini, perché in ogni natura è inscritto un fine.
Se siamo persone umane allora dobbiamo vivere da persone umane. La natura sta dietro e sta davanti, essendoci donata, ci libera dai determinismi e anche dalla schiavitù di noi stessi. Se il mondo dipendesse totalmente da noi sarebbe un sistema obbligante, invece il dono e la gratuità di quanto ci precede lo rende libero.
Si rimprovera alla natura di essere un vincolo alla libertà, ed invece ne è la garanzia. Una società che non si appella alla natura ci trasforma tutti in vittime e in sudditi. I doveri non ci costringono, ci aprono alla responsabilità che è il vero nome della libertà. I doveri sono una vocazione, una chiamata a diventare noi stessi, a prendersi cura di sé e degli altri. Partire dai doveri significa rivendicare la sussidiarietà per la solidarietà.

Eccoci così arrivati alla legge naturale, la legge non scritta, che tutti spontaneamente conoscono per connaturalità. Essa ci precede, ma nello stesso tempo ci sta davanti e ci indica il cammino. È essa a renderci veramente liberi dalla natura. Natura infatti può essere intesa anche come i fenomeni naturali governati dalle loro leggi. Gli animali non vi emergono, ma l’uomo sì, perché la sua natura non è solo quella, è la natura di un essere intelligente e libero che, davanti a due stimoli uno forte e uno debole sa dire per motivi morali di sì a quello debole e no a quello forte [11].
La natura umana è libera e liberante. Essa, come ebbe a dire Benedetto XVI, è come un discorso, una lingua – una grammatica aveva detto Giovanni Paolo II all’Onu nel 1995 – che ci è rivolta. Un appello a noi stessi affinché il mondo attorno a noi non sia muto e noi non siamo soli. Non è una costrizione, ma una liberazione, dai meccanismi, dagli istinti, dalle meschinità, dagli interessi. «La nostra tradizione non parla a partire da una fede cieca, bensì da una prospettiva razionale che lega il nostro impegno per costruire una società autenticamente giusta, umana e prospera alla nostra certezza fondamentale che l’universo possiede una logica interna accessibile alla ragione umana.
La difesa della Chiesa di un ragionamento morale basato sulla legge naturale si fonda sulla sua convinzione che questa legge non è una minaccia alla nostra libertà, bensì una «lingua» che ci permette di comprendere noi stessi e la verità del nostro essere, e di modellare in tal modo un mondo più giusto e più umano. Essa propone pertanto il suo insegnamento morale come un messaggio non di costrizione, ma di liberazione, e come base per costruire un futuro sicuro» [12].
Il credente vi vedrà poi il Creato e il Creatore, il non credente vi vedrà solo la propria natura razionale, ma ambedue possono intendersi. La Pacem in terris, di cui ricordiamo il 50mo anniversario, fondava il dialogo tra le religioni e il dialogo tra credenti e non credenti proprio sulla legge naturale.
Oggi l’ideologia del gender [13] costituisce un grave attacco alla legge naturale, alla natura e alla natura umana in particolare. Non si tratta in prima battuta di questioni morali, ma di questioni politiche, nel senso che si riferiscono al fondamento della polis. O questa si fonda sulla nostra volontà, come abbiamo visto, o si fonda sulla natura umana e le sue esigenze.
Nella Caritas in veritate, Benedetto XVI mostra molto bene come il tema dell’accoglienza della vita, della procreazione umana, della identità sessuata dell’essere umano, del rispetto del Creato anche nel senso dell’ecologia umana abbia ripercussioni di primaria importanza su tutti gli altri temi dello sviluppo.
Se l’accoglienza non si fa sentire lì, nel primo momento di accoglienza della vita, come potremo poi sviluppare atteggiamenti di accoglienza negli altri aspetti della vita sociale? [14]
Se l’accoglienza non si fa sentire nella nostra capacità di accoglierci come esseri umani, se non osiamo accogliere come dono la nostra natura, come potremmo aprirci a tutti gli altri doni della vita?
Se la logica produttiva si impone lì, all’inizio, come potrà essere sostituita dalla logica della gratuità, che secondo Benedetto XVI deve invece investire anche l’economia?
Se si pensa che all’origine della comunità ci siano persone astratte, asessuate, anonime, a-naturali, senza identità, fabbricabili in laboratorio, come potremmo evitare di impostare le cose unicamente sul piano di rapporti tecnici? La tecnica infatti è interessata solo al come e vuole essere in grado di smontare e rimontare tutto.
Si capisce allora perché l’ultimo capitolo della CV sia dedicato alla tecnica e alla tecnicizzazione dello sviluppo. La conclusione dell’enciclica è anche a questo proposito chiara: «Lo sviluppo non sarà mai garantito compiutamente da forze in qualche misura automatiche e impersonali, siano esse quelle del mercato o quelle della politica internazionale. Lo sviluppo è impossibile senza uomini retti, senza operatori economici e uomini politici che vivano fortemente nelle loro coscienze l’appello al bene comune» (CV n. 71).
Con il che siamo tornati al punto di partenza, allo sviluppo come problema morale, che non può essere non dico risolto, ma nemmeno posto, se non con riferimento alla natura e alla coscienza, intesa quest’ultima, come disse Benedetto XVI nel suo famoso discorso al Bundestag di Berlino [15], come «la ragione aperta al linguaggio dell’essere».

Note

[1] Nel discorso alla Westminster Hall di Londra, il 17 settembre 2010, Benedetto XVI si è chiesto: «Quali sono le esigenze che i governi possono ragionevolmente imporre ai propri cittadini, e fin dove esse possono estendersi? A quale autorità ci si può appellare per risolvere i dilemmi morali? Se i principi morali che sostengono il processo democratico non si fondano, a loro volta, su nient’altro di più solido che sul consenso sociale, allora la fragilità del processo si mostra in tutta la sua evidenza. Qui si trovala reale sfida per la democrazia».
[2] J. Ratzinger, Introduzione al cristianesimo. Lezioni sul Simbolo apostolico, dodicesima edizione con un nuovo saggio introduttivo, Queriniana, Brescia 2003, p. Secondo Giampaolo Crepaldi questa frase è la chiave di lettura di tutta l’enciclica Caritas in veritate: cf. G. Crepaldi, Introduzione a Benedetto XVI, Caritas in veritate, Cantagalli, Siena 2009.
[3] «La carità nella verità pone l’uomo davanti alla stupefacente esperienza del dono. La gratuità è presente nella sua vita in molteplici forme, spesso non riconosciute a causa di una visione solo produttivistica e utilitaristica dell’esistenza. L’essere umano è fatto per il dono, che esprime ed attua la dimensione di trascendenza. Talvolta l’uomo moderno è erroneamente convinto di essere il solo autore di se stesso, della sua vita e della società. E’ questa una presunzione, conseguente alla chiusura egoistica in se stessi, che discende – per dirla in termini di fede – dal peccato delle origini» (CV n. 34).
[4] «In ogni processo conoscitivo, in effetti, la verità non è prodotta da noi, ma sempre trovata o, meglio, ricevuta. Essa, come l’amore, non nasce dal pensare e dal volere, ma in certo qual modo si impone all’essere umano» (CV n. 97).
[5] «Una cosa bella non contiene alcun bene al di fuori di se stessa, nella sua interezza, quale ci appare. Noi le andiamo incontro senza sapere cosa domandarle, ed essa ci offre la propria esistenza. Quando la possediamo non desideriamo altro; ma allo stesso tempo desideriamo qualcosa di più, senza assolutamente sapere che cosa» (S. Weil, Attesa di Dio, Adelphi, Milano p. 125.
[6] Cf J. Pieper, Sintonia con il mondo, Cantagalli, Siena 2009.
[7] Cf S. Fontana, Per una politica dei doveri dopo il fallimento della stagione dei diritti, Cantagalli, Siena 2006.
[8] Cf R. Spaemann, Persone. Sulla differenza tra qualcosa e qualcuno, Laterza, Roma-Bari 2005.
[9] «Quello di natura è dunque un concetto che va collocato alla fine, non all’inizio della comprensione dell’uomo» (R. Guardini, L’uomo. Fondamenti di una antropologia cristiana, Opera Omnia III/2, a cura di Massimo Borghesi, Morcelliana, Brescia 2009, p. 342.
[10] Cf R. Spaemann – Reinhard Löw, Fini naturali. Storia e riscoperta del pensiero teleologico, Ares, Milano 2013.
[11] «Se due istinti sono in conflitto, e nella mente di un uomo ci sono soltanto questi due istinti, è ovvio che il più forte dei due debba vincere. Ma nei momenti in cui siamo più consapevoli della legge morale, di solito sembra che essa ci ingiunga di schierarsi con il più debole dei due istinti … Quando ci sforziamo di rendere un istinto più forte di quello che è, è chiaro che non agiamo per istinto» (C. S. Lewis, Il cristianesimo così com’è, Adelphi, Milano 1997, p. 33)
[12] Benedetto XVI, Discorso ad un gruppo di vescovi degli Stati Uniti in visita ad limina, 19 gennaio 2012.
[13] Cf Giampaolo Crepaldi e Stefano Fontana (a cura di), La colonizzazione della natura umana. IV Rapporto sulla dottrina sociale della Chiesa nel mondo, Cantagalli, Siena 2012.
[14] «Se si perde la sensibilità personale e sociale verso l’accoglienza di una nuova vita, anche altre forme di accoglienza utili alla vita sociale si inaridiranno. L’accoglienza della vita tempra le energie morali e rende capaci di aiuto reciproco. Coltivando l’apertura alla vita, i popoli ricchi possono comprendere meglio le necessità di quelli poveri, evitare di impiegare ingenti risorse economiche e intellettuali per soddisfare desideri egoistici per i propri cittadini e promuovere, invece, azioni virtuose nella prospettiva di una produzione moralmente sana e solidale, nel rispetto del diritto fondamentale di ogni popolo e di ogni persona alla vita» (CV n. 28).

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