“La fede e il bene comune”

14 novembre 2013 04:58 3 comments

Di Ylenia Fiorenza

Approfondimento sul capitolo quarto dell’enciclica “Lumen Fidei”.

Campobasso, 12 novembre 2013

Scuola di Formazione socio-politica – Arcidiocesi Campobasso-Bojano

“DIO PREPARA PER LORO UNA CITTA’ (cfr Eb 11,16)

La fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono.(Eb 11,1)

PREMESSA

La Lumen Fidei è un testo interrogante sulla scienza delle scienze, che coinvolge tutta la dimensione esistenziale, antropologica, culturale, trascendentale dell’uomo: l’Amore. E’ un testo che rende complice, infatti, il mistero teologico dell’uomo, il contenuto liberatore, trapassando il punto preciso e soprannaturale dove Dio e l’uomo si toccano in una vera, reciproca penetrazione ontologica. Nel titolo del capito quarto è necessario focalizzare già da subito l’uso del verbo presente: “Dio prepara”, sta preparando una città affidabile perché Dio sta agendo per gli uomini, a quali è richiesta però la piena adesione e partecipazione per la sua concreta realizzazione. L’effetto della Lumen Fidei è trasmettere che nessun ostacolo è così insuperabile alla creatura rivolta a quel Dio che si è implicato per amore nella sua vita. Vita che, è vero, comprende innumerevoli forme di morte. Ma la Lumen fidei coglie la semplice, eterna soluzione a tutto, dove soprattutto appare chiaro che il principio animatore della storia può salvaguardare la creazione dalla staticità e giungere al cuore della urgente riparazione della divina immagine di cui l’uomo non mancherà mai del tutto. E’ questo che nell’enciclica diventa fondamentale per entrare nella radice dell’essere dove Dio conserva il suo volto facendo sentire all’uomo che è amato da Lui anche se l’uomo non riesce a goderne pienamente, perché ostacolato dall’ombra che ha inquinato il suo sentire, il suo cercare, il suo pensare e il suo agire.

La Lumen fidei ci ricorda la cosa più alta per noi: che la vita non smetterà mai di essere tale, perché è ancorata alla volontà eternamente salvifica di Dio. Perché però il mondo soffre? Perché gli neghiamo l’amore, cioè la verità dell’esistenza di Dio! Piuttosto imponiamo ad esso gli assalti del male, la forza dannosa della repressione da cui sorgono le famose “pareti divisorie di ostilità” (Ef 2,14) come il terrorismo, la prostituzione ( l’induzione ad essa), il suicidio, la corruzione, la povertà, lo sfruttamento, l’uso irresponsabile delle risorse che turbano il rapporto ontico-dinamico delle cose esistenti. Lo scandalo per un credente è credere che non si possa essere felici già su questa terra, in mezzo a questo mondo così straordinario e così incoerente, dentro questa società che, come canna incrinata (Is 42,2-3) passa dal comprensibile all’assurdo, ma non si spezza. Essere felici significa resistere al male che è per l’uomo qualcosa di contro-natura, che va contro la sua natura. Per questo, questa sera tenteremo di capire che la vita ha bisogno di ri-attirare con più decisione l’attenzione su di sé, di ritrovarsi e di sentire nelle sue viscere che la creazione rimane la modalità suprema del contatto di Dio col mondo e che l’uomo non può più risparmiarsi alle sfide e alla lotta contro tutto ciò che lo insulta, che lo perseguita persino sotto la Croce dell’Uomo-Dio, Cristo, che come Suo unico Signore continua a difenderlo da quanti lo condannano. Cercheremo di guardare in faccia l’oscillare fobico del nostro tempo, tra il passatismo e il futurismo, la fuga all’indietro e quella in avanti.

Il credente, attraverso l’atto di fede, deve recuperare il gusto di sognare, di pensare come se, per poter scegliere e agire con certezza e libertà in quanto ha conosciuto Dio. Questa non è utopia, ma coraggio di credere possibile già da ora le cose perché rimandate alla loro origine. Conoscere Dio, ci dice san Giovanni, è amare Dio. Nella fede, conoscere significa far conoscere. Amare, far amare! Il dono diventa sempre restituzione! La Lumen Fidei è l’enciclica giusta nel quando giusto, nel dove giusto, perché essa ci aiuterà ad entrare nella logica unitaria e polifonica dell’amore inteso come coinvolgimento divino nella storia umana, a vedere quali benefici ottiene e offre l’uomo che vive sotto lo sguardo di Dio perché non perde mai di vista i doveri della vita quotidiana e i fratelli con i lori bisogni concreti. La Lumen Fidei sta per “Luce della fede”. Nel processo di ricezione, di cambiamento qualitativo all’interno della società umana, la luce è l’exordium e il tèlos della fede. Radice e frutto. Perché? Se ricordiamo, nel Vangelo, Gesù chiama per ben due volte i discepoli. Con la prima chiamata Gesù li distacca dalle cose, dalle ingenue sicurezze. Con la seconda, Gesù li distacca da se stessi, dal loro io. Tutto questo fa si che prendiamo sul serio la chiamata a scoprirci figli di un Dio- Padre Unico. Luce che deriva dalla fede, che appartiene alla fede, che è connaturata alla fede, che è la fede in sé. Il valore storico di questo testo papale va ricondotto innegabilmente al versetto della Genesi, dove Dio pone il suo arco sulle nubi, quello dell’Alleanza tra Lui e noi, eterna tra Lui ed ogni essere vivente sulla terra (cfr Gen 9,12,16). Questo arco, lo sappiamo, è un segno, quello della riconciliazione, dell’uomo e di tutte le cose ricondotte alla Luce.

L’arco celeste che rammenta l’arcus pluvius, quella volta di colori, il misterioso Iride che annuncia pioggia salutare per la terra arida del cuore, refrigerio dentro la desertificazione valoriale. E’ l’arco della memoria perenne, di un patto di fiducia che Dio fece con gli uomini perché mosso, obbligato a misericordia e benevolenza dall’affidamento totale di Noè. Il male, è vero, diffonde privazioni e persecuzioni lungo la strutturazione della vita umana, ma l’apparire dell’arco del bene è posto sempre al di sopra di ogni nube, di ogni crisi, di ogni smarrimento che impedisce la pienezza della Luce. La promessa che Dio fa ponendo, non a caso, questo segno di legame sopra le nubi, è il prendersi cura, la rivelazione della sua volontà di comunione da sempre. Dio non solo ci ha creati da Lui stesso, ma ci vuole per Sé. E’ pur vero che ciò che fino ad oggi ha causato drammi per ostacolare in qualche modo la visione rassicurante di questo arco d’alleanza del divino con l’umano è stata la forza della persuasione diabolica, che solca innumerevoli menti con falsificazioni della vera immagine divina e disattiva coscienze con convincimenti irrimediabili, pur di deformare il volto del Dio-Amore, pur di convincere l’uomo che Dio non è Amore, non è Padre amorevole. E’ urgente chiederci che idea abbiamo di Dio? Chi è Dio? Per secoli gli uomini hanno cercato di capire se Dio esiste, ma oggi è arrivato il momento di chiederci prima di tutto perché e per chi esiste Dio!

L’apporto della fede cristiana ha il compito e l’obbligo di offrire allo spirito umano e a scolpire nel tessuto storico-culturale un’immagine sana, veritiera, luminosa del Volto di Dio, perché noi sappiamo chi è ed esiste tramite Cristo. A noi credenti basta volgere lo sguardo ovunque, sui fratelli, sul creato, per sentire che è tutto opera di Dio, che n tutto c’è il Fiat del Suo Amore. La Lumen fidei ci parla e ci conferma con ispirazione che bonum est diffusivum sui,1 che il bene, come diceva san Tommaso d’Aquino, si diffonde naturalmente, che il bene ha bisogno di espandersi, di comunicarsi, di donarsi con le sue stesse potenzialità. Ecco cos’è la Luce della Fede: questo bene che si propaga, biblicamente possiamo dire che “si sparge”, si versa, si dilata e si svuota perché non ammette naufragi spirituali, né stanchezza esistenziale, né tiepidezza nella testimonianza, né angosce intellettuali. E’ il bene che crea bene, che non si arresta dinanzi alla malizia, alla bruttezza, alle chiusure perché deve arrivare a compiere il miracolo. Quale? Quello di non rispondere al male col male, col disgusto, l’indignazione, la vendetta, ma di contaminarlo d’amore. “Non si amano gli altri perché sono buoni, ma per farli diventare buoni”. E’ in fondo l’esperienza autenticamente cristiana. Ma essa esige totalità. Decisivo in questa luce appena spuntata all’orizzonte diventa allora il fine verso cui è orientata la domanda di prima, che richiama a sé una risposta vivente, non di parole, ma di atti che dimostrano chi è Dio e quale dio ho veramente nel cuore. Se sappiamo rispondere personalmente a “Chi è Dio?” sappiamo rispondere altresì alla domanda “Chi è l’uomo?”.

Il Bene si effonde e si semina con la bontà personale. Perché noi credenti sappiamo bene che l’amore del prossimo è nello stesso tempo l’amore di Dio! Che questi amori sono in verità un unico amore, che sono inscindibili. Che conquista di pace è arrivare a dare la prova davanti al mondo che amiamo il prossimo in Dio perché nel prossimo amiamo Dio! Lì la Luce della Fede resta connessa alla missione propria della vita: di costruire tutto sulla Verità. Solo così avremo una città affidabile fatta di persone, di cittadini affidabili diventati abitazione di Dio per mezzo dello Spirito (cfr Ef 2,22) che vivono scambiandosi fiducia, perché consapevoli del dono dell’Alleanza che è dialogo, cooperazione, cammino fatto insieme verso Dio. In una parola è pace, quindi autentica abitabilità che costruisce per tutti la vivibilità. Senza queste tre fondamenta, non c’è società: AFFIDABILITA’, ABITABILITA’, VIVIBILITA’. La Chiesa è in fondo questo sacramento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano (LG n.1). Siamo consapevoli che siamo noi credenti questo strumento di unità e di pace nel mondo? La fede, la conversione nella luce è sociale e sacramentale perché in essa si realizza la promessa del cuore nuovo volto all’incontro col Tu divino. Non è possibile accontentarci di una luce in formato ridotto, di una fede contenuta entro certi limiti col rischio di precipitare nello spegnitoio o nella congiura della mediocrità camuffata sotto i veli della prudenza. Beati allora coloro che difendono quella luce che non ha comfort, che preferisce sempre le vite crocifisse. Gesù nel deserto ci ricorda, infatti, che il vero credente non fa mai appello ai mezzi “ricchi” della potenza terrena e non cede alla tentazione di fare concorrenza al mondo inciampando nella febbre della tristezza. Ma qual è il punto di partenza? Iniziare a comprendere se siamo ciò che dovremmo essere agli occhi di Dio! Qui la luce della fede s’immola per noi, per restituirci a noi. La Luce della fede può rilanciare non solo risanare l’economia umana dentro quella divina.

I. L’affidabilità – n. 50 –

Ciò che interessa a noi da vicino è ora capire quale vantaggio la fede cristiana offre alla società umana. Il compito del credente è conoscere l’attesa profonda del mondo, la sua speranza più grande, il suo tormento, il suo grido. Sappiamo che il pungiglione della morte, il peccato, ha reso schiavo e infelice il cuore dell’uomo. Ma questo IV capitolo della Lumen Fidei ci porta a scoprire che, per quanto l’uomo sia penetrato dalla potenza e dalla sufficienza della sua libertà, egli è perennemente alla ricerca di un significato, di risposte, di certezze, di luce! Chiuso in vicoli ciechi, l’uomo attende che la misericordia spalanchi le porte della sua prigione. Prigione che ha creato con le sue mani. L’uomo, che è creatura prediletta in quanto è in possesso delle chiavi del cuore del Suo Creatore, non sarà mai sprovvisto di grazia, del soccorso divino. Anzi, più siamo vittime di ingiustizie, di schiaffi, umiliazioni, violenze, più Dio si fa presso di noi. Il grido dell’innocente sale a lui e trova risposta. Perciò trema chi compie il male, di nascosto, perché tutto un giorno verrà alla luce! Perché il primo a peccare, ci ricorda sant’Agostino, non fu Adamo, ma il diavolo! Adamo è solo una vittima di quell’insidia che lo ha visto vinto e intaccato nella sua bellezza originaria. E quando in noi regnano indisturbati sentimenti come l’invidia e la calunnia, lì il diavolo decide per noi, si sostituisce a noi. La calunnia è l’abito dei Senza-Dio. Coloro che accumulano malevolenze e rancori sono persone che attingono acqua per versarla in una botte forata. Sono fabbricatori di condanne. Nella loro voce c’è il rumore del bottino, si curvano davanti al delitto compiuto dal loro dire, ma presto capiranno che, diventati costruttori di prigioni per i fratelli, hanno in verità cacciato di casa proprio la loro stessa dignità. Ad essi, dice il Signore: “La tua stessa malvagità ti castigherà e i tuoi sviamenti ti puniranno. Riconosci perciò e vedi quanto cattivo e amaro sia per te l’abbandonare l’Eterno, il tuo DIO, e il non avere in te alcun timore di me” (Ger 2,19), Invidiare, calunniare, tradire sono le tre negazioni di Dio nella propria vita, le tre forze destabilizzanti
che equivalgono a personificare il diavolo, l’Accusatore, il Divisore, il Nemico, a dargli dimora in noi per continuare a ribellarsi contro Dio ( non fa che ripeterlo proprio Papa Francesco). La calunnia non dimentichiamo che è la magna charta del reo che ha dimostrato violenza verso la dignità della persona indifesa, con forme di avvelenamento morale, come lo sono le lettere anonime, tenebre oscure senza guinzaglio, mandate a distruggere la quiete dei fratelli odiati, temuti, invidiati. La Bibbia avverte:

Non tramare il male contro il tuo prossimo,
mentre egli dimora fiducioso presso di te.
Non litigare senza motivo con nessuno,
se non ti ha fatto nulla di male.
Non invidiare l’uomo violento
e non irritarti per tutti i suoi successi,
perché il Signore ha in orrore il perverso,
mentre la sua amicizia è per i giusti.
La maledizione del Signore è sulla casa del malvagio,
mentre egli benedice la dimora dei giusti.
Dei beffardi egli si fa beffe
e agli umili concede la sua benevolenza. (Pr 3, 29-35)

O, come spesso accade nel piccolo anche nei confronti di chi viene fuori regione, sentir dire che ci fa quella qui, che vuole qui da noi? Questa forma sottile di maldicenza che circola serpentina non per le strade esterne, ma spesso dentro un ambiente che dovrebbe portare il sigillo evangelico, sacro, di differenza dagli altri ambienti che si rivelano però sempre più santi e onesti, di certo rivela un atteggiamento di difesa inutile, una chiusura, non mentale, perché la mente è adoperata a creare il caso, lo scoop, l’intrigo, a calcolare, ad indagare, a investigare su questo perché. Ma si è di fronte piuttosto ad una chiusura spirituale, perché si dimentica che la Chiesa è popolo di Dio composta non di riti o di candelabri, ma di persone viventi che il Signore semina dove vuole Lui e le desidera libere. Si dimentica che il mondo è stato affidato a tutti e non a pochi eletti. Questo qualcuno lo ha definito complesso della torre d’avorio, dove la paura, la diffidenza, l’odio, le supposizioni sfrenate degenerate in ossessioni costringono a considerare il proprio territorio come una rocca piena di difese, blindata, tutelata dall’esterno, perché si pensa che ci sarebbero nemici invece che fratelli fuori da quelle mura. Se per queste persone l’accoglienza vale solo per gli immigrati, allora chiunque dovrebbe chiedere di essere accolto, pur facendo parte dello stesso Paese, della stessa Nazione, di essere accolti come profughi perché riconosciamo di essere tutti stranieri in questa terra, tutti pellegrini della patria celeste, e che il vero permesso di soggiorno ci è dato da Dio che è l’unico padrone della nostra vita, della libertà, della terra da lui creata e consegnata a ciascuno.

Dio trascende il nostro piccolo universo, il nostro territorio, i nostri recinti. Il mondo non ha confini spazio-temporali, appartiene al tempo e allo spazio di Dio, ed è stato creato per ciascuno di noi, individualmente e collettivamente. Non è un peccato essere stranieri! E l’accoglienza non è una moda. E’ carità nella verità! Quindi, se qualcuno non dorme la notte pensando al perché qualcuno si trova in mezzo a noi, chieda a Dio la risposta! E trovi pace per dare pace, finalmente! La calunnia crea emarginazione sociale nella sfera pubblica perché è un compromesso al ribasso. Non ci sono immigrati morti soltanto nelle acque ingannevoli del mare aperto. C’è chi uccide l’anima sotto il calore del sole, ogni giorno scagliando macigni d’inferno. Gli anticorpi della fede sono in grado di neutralizzare i bacilli che ci insidiano l’anima. Addizionate, queste mancanze di luce, diventano tenebra, lacerazione, morte, azzeramento della gioia di vivere. Diventano cioè armamenti. Diceva Mazzolari che ciò che uccide, fosse anche un sasso, una parola è sempre un mezzo cattivo, che procura la morte. Da questi mali derivano poi tutti gli altri mali come l’ingiustizia, la cupidigia, l’abuso di potere, la violenza. E’ per questa causa che ci ritroviamo in mondo di corruzione: coloro che non traggono ancora nessun beneficio dalla morte e risurrezione di Cristo, non vivono il beneficio della vera liberazione dal male, quindi la pace. Case di fango sono quelle coscienze asservite al male. Non dimentichiamo che “ognuno è adescato dalla concupiscenza che reca in sé” (Gc l, 14). Non è ciò che ci è esterno che pecca al nostro posto. E’ la nostra volontà!  L’uomo è causa di sé, col suo libero arbitrio, dispone di sé. Pensiamo al genio umano impiegato per realizzare armi e ogni sorta di negazione dell’umano! Fanghiglia che una volta agitata dal fondo della coscienza, annerisce e sporca tutto il contenuto. Templi di luce invece quelle coscienze che si stringono con la propria volontà al Bene per incarnarlo, compierlo, per seminarlo ovunque e comunque. Recita così, infatti il salmo 14:

Colui che cammina senza colpa,
pratica la giustizia
e dice la verità che ha nel cuore,
non sparge calunnie con la sua lingua.
Non fa danno al suo prossimo
e non lancia insulti al suo vicino.
Ai suoi occhi è spregevole il malvagio,
ma onora chi teme il Signore.
Non presta il suo denaro a usura
e non accetta doni contro l’innocente.
Colui che agisce in questo modo
resterà saldo per sempre.

La fede dei nostri padri, sottolinea l’enciclica, non può essere ristretta solo nell’immagine del cammino. Non basta cioè camminare. O pensare alla fede come ad un cammino infinito che non ha soste, né stabile residenza, né lieto soggiorno. Dentro questo camminare nella Luce e verso la Luce, occorre costruire, cioè fare di un luogo una casa dove mettere a frutto la fede, dove esplicarla, esercitarla, metterla in circolazione come sangue vitale. Questa casa dove l’uomo abita insieme agi altri è detta città, centro, raduno di persone attorno ad uno spazio trasformato in abitazione. “Abiterai le terra”, ci dice Dio. Perché la terra è l’oikòs,l’abitazione per tutti, in cui si realizza l’oikuomene, la realtà amministrata dalle cause comuni a tutti, edificata dagli oikòdomos, il costruttore di pace. Che tradotta significa proprio: “Ti dedicherai ad essa, a quella fetta di mondo che vuoi fare tua con l’amore e la custodia, con tutti i tuoi sogni, le tue fatiche, il tuo sudore, il tuo bisogno di stabilità, di mettere radici”. La città non va però abitata solo con i corpi, ma con le buone intenzioni, nel rispetto delle leggi, dei diritti e dei doveri, con le idee, la creatività, le virtù. Perché il giardino, il Kòsmos, non può restare abbandonato, inanimato. E considerando le parole di San Paolo, forse quelle più alte e più ardue, l’inno cristologico che ha messo in difficoltà anche i teologi, capiremo che significa veramente il comando divino “abitare!” (Dal verbo greco oikein, abitare): “Ringraziamo con gioia il Padre che ci ha messi in grado di partecipare alla sorte dei santi nella luce.

È lui, infatti, che ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasferiti nel regno del suo Figlio diletto, per opera del quale abbiamo la redenzione, la remissione dei peccati. Egli è immagine del Dio invisibile, generato prima di ogni creatura; poiché per mezzo di lui sono state create tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili: Troni, Dominazioni, Principati e Potestà. Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui. Egli è prima di tutte le cose e tutte sussistono in lui. Egli è anche il capo del corpo, cioè della Chiesa; il principio, il primogenito di coloro che risuscitano dai morti, per ottenere il primato su tutte le cose. Perché piacque a Dio di fare abitare in lui ogni pienezza e per mezzo di lui riconciliare a sé tutte le cose, rappacificando con il sangue della sua croce, cioè per mezzo di lui, le cose che stanno sulla terra e quelle nei cieli”. (Col 1,12-20) Anzitutto, abbiamo la certezza, abbiamo mai gustato la gioia che il Padre ci ha liberati dall’oscurità e ci ha trasferiti nel regno di Gesù, del Figlio Amato, Principe della Pace? Abbiamo la consapevolezza di questo: che dopo la venuta di Cristo Salvatore non siamo più nel mondo delle tenebre, ma in quello della Luce? Dio ha avuto piacere, si è dilettato e deliziato nella Sua bontà di farci abitare allora nel Figlio. Noè ha abitato l’arca. Abramo, la tenda. Mosè, un monte. Geremia, un mandorlo fiorito. Elia, un carro di fuoco. Giacobbe, un pozzo. Davide, un regno. Giobbe, un torrente. Isaia, una vigna. E Cristo? Abita la nostra storia, ieri, oggi e domani, il nostro dolore, il nostro fallimento. Gesù ha abitato la Croce. Il Dio-Amen è il Dio-Fiat. Il concetto chiave di questo capitolo viene subito posto in risalto già dalle prime righe del testo. E’ appunto l’Affidabilità. Essa non è un’idea. Ma una realtà in cui temporale ed eterno si incontrano.

L’affidabilità è qualcosa di cristico, che ha a che fare con Cristo, il quale si è consegnato in tutto e per tutto alle mani del Padre. Così come c’è pure qualcosa di mariano in questo parola: Maria si è affidata al volere di Dio. L’affidabilità è come una collocazione interiore nella Fede, nella fiducia. Un atto di fiducia duplice: dove non solo ci si affida ma si diventa e ci si mostra affidabili. L’uomo che poggia sul Dio fedele, dice l’enciclica, è l’uomo che si appoggia e che si regge su Dio perché gli altri si appoggino e si facciano sorreggere da lui. Affidabilità allora come saldezza, cioè legame che non si spezza. E qui si torna pienamente all’Alleanza. La fede rende affidabili e veri i vincoli tra gli uomini. Perché? Perché la fede diventa, dunque, lo spazio del cuore in cui Dio entra per farsi presente in mezzo a noi come Amore. Il Dio che ama è un Dio su cui possiamo contare fino in fondo, è affidabile e per questo, sottolinea il testo enciclicale, dona agli uomini una città affidabile. Questa è la  scelta “politica” di Dio! Dio fa politica in questo modo: offrendo fiducia perché chi la riceve si fidi a sua volta di Lui e insieme mantengano libera la città dal male. Qual è questa città affidabile cui fa riferimento il Papa? E’ quella città dove lo Spirito Santo ha instaurato la vita nuova, l’uomo nuovo inviato per portare pace, unità, giustizia. La città affidabile è l’uomo per gli uomini. L’uomo di fede, che indica quanto sperare e come amare. L’uomo che accoglie. L’uomo che ha dato ospitalità alla Verità e che ora attinge alla sorgente della libertà che lo fa partecipe di quella luce inaccessibile che abita in Cristo (cfr 1 Tm 6,6). Da Dio il Figlio riceve ciò che è e il Padre è tutto ciò che opera il Figlio. Noi come secondogeniti del Figlio siamo stati reintrodotti nella familiarità del Padre. La città esteriore è sempre specchio di quella interiore. Se la città in cui viviamo non è affidabile è perché non sono affidabili gli uomini che la costituiscono. I fiori sono infatti il racconto di tutto un guardino. Quando diciamo che il mondo è perverso, non è colpa del mondo, ma questa condizione è propria, appartiene a chi lo abita come i tanti “Erode” spietati contro i piccoli che gridano: “Io sono opera di Dio! Come puoi abusare di me!”. Affidabilità e abitabilità vanno allora di pari passo, mai l’una senza l’altra. Insieme conducono la comunità dei viventi alla vivibilità, a sperimentare che la vita in comune è qualcosa da abitare nella fiducia reciproca. L’uomo va guardato non dall’alto dei troni del giudizio, ma dalla Croce, per poterlo amare veramente. E’ questa la visione offerta dalla Lumen Fidei.

II. Il servizio – n.51 –

La fede è congiunta all’amore, annodata ad esso per un semplice motivo: per trasformarsi in servizio concreto della giustizia. L’enciclica qui ci fa compiere un passo straordinario. Da questo momento è possibile davvero conoscere finanche il luogo di nascita, la patria della fede che diventa anche il tempo, il giorno, il momento del suo venire alla luce, dell’essere partorita. Ogni ginocchio si pieghi, direbbe san Paolo, perché la culla della fede è l’incontro con l’amore originario (che ha dato origine a tutto) di Dio. In questa città natale che l’Amore ci viene consegnato addirittura il senso e la bontà della nostra vita, di conoscere cioè quanto ha valore e quanto è cosa buona che esistiamo! Il dogma dell’Incarnazione è la nostra forza e la nostra pace. Se lo respiriamo, non possiamo non appassionarci all’umano. Chiediamoci: siamo protesi verso l’oggetto della nostra speranza vivendo tra noi quegli stessi sentimenti che convengono a coloro che sono in Cristo? La fede acquisisce e procura luce solo se viene travolta dalla corrente dell’amore che la rende pratica concreta della luce stessa. Il mestiere della fede, infatti, è illuminare con abbondante effusione in modo da rendere più trasparante e visibile il mistero della vita. Chi crede sperimenta in sé questa trasfigurazione e vive e svolge le sue relazioni con un calore più avvincente. La Luce che è il Volto del Cristo si forma come delle fiammelle nel mondo. Si tratta dei credenti, di coloro che si lasciano guadagnare alla Luce. Chi porta questa luce costruisce ed instaura una vita comune felice, getta le fondamenta per il bene che accomuna. Ma perché il Papa ci tiene a precisare che “la fede non allontana dal mondo e non è estranea all’impegno richiesto dal tempo attuale”? La Luce promulga la fede. La fede pone le sue radici nell’amore.

L’amore fa da garante, rende ogni cosa, ogni relazione, ogni evento, ogni opera vera, sicura, carica di significato e di efficacia, diffonde affidabilità, altrimenti, senza questa affidabilità che viene dall’amore niente può sussistere, niente può mantenere uniti gli uomini. Solo l’amore. Perché chi ama non usa l’altro, non abusa del dono che l’altro rappresenta nella sua vita. Perché chi ama non incute paura, ma la scaccia dal cuore fragile del fratello. Perché chi ama sottolinea le cose belle che vede nel fratello e non sta lì a marcarne le negatività. Chi ama crea unità, lotta per restare uniti, non cede alla divisione, alla contrapposizione o alla diffamazione perenne, senza tregua. Quando una comunità è disgregata è perché non poggia sull’amore, ma su altri sistemi di separazione e frammentazioni che nascono da logiche strumentalizzanti, egoistiche, maniacali, dove c’è l’uno contro l’altro, dove c’è chi si sveglia pensando già a come fare del male, senza curarsi di far fiorire mai qualche sorriso attorno a sé per una minima ( e già basterebbe) azione di bene, di stima, di gentilezza. La società opulenta ha messo in crisi la gioia del convivere. Ecco perché abbiamo creato anche in ambienti ordinari, di preghiera le tendine, i separé, i lucchetti, le grate, ogni sorta di muro. Quando si inciampa in questo utilitarismo relazionale è perché davvero non si guarda all’altro come ad un fratello. Quando si è uniti, invece, tutto assume l’aspetto fondamentale della gioia. E l’altro mi è necessario a questa mensa di letizia. La gioia c’è dove c’è condivisione. La storia ci insegna che chi ha avuto potere, fama, ricchezza a discapito del proprio fratello, alla fine è rimasto solo ed infelice.

Lo stare insieme diviene invece una dimensione beatifica, dove il bene lo si fa vincere con tutte le forze e con tutte le intenzioni. I rapporti umani, dice l’enciclica, godono di una specifica architettura, comprensibile solo a partire dalla fede. Perché la fede permette di conoscere quello che è il principio fondante della società umana e l’amore di Dio come fine verso cui far tendere ogni legame e ogni situazione. Senza questa luce la costruzione del vivere sociale sarà contraria al servizio al bene comune e per questo porterà a conflitti e lacerazioni. Chi possiede la luce della fede porta del bene a chiunque e fa della propria fede un bene comune, un bene soggettivo dentro un bene collettivo, un bene personale che si realizza come comunione. La fede, poi, non si limita a stare rinchiusa tra le mura della Chiesa, ma si slancia verso l’universale, verso l’umanità, sui tetti della storia. In vista della città eterna si premura a costruire la città terrena proprio su quel modello, perché gli uomini affidabili che esercitano la giustizia e governano con saggezza di cuore, sanno bene che nella città terrena c’è bisogno del riflesso ardente della città eterna per stabilire pace in mezzo al popolo. Se manca questo riflesso, allora c’è oscuramento, decadenza, guerra, spargimento di sangue innocente. Le mani della fede cui fa riferimento il paragrafo 51 rappresentano il cuore che prega non un oggetto o un’utopia, ma prega una Persona. Il cuore dei credenti mentre prega edifica nella carità, quindi nella virtù che non passa, quella città che vivrà avendo come fondamento perenne e garanzia di unità l’amore di Dio. L’ardore profetico del Concilio, non dimentichiamo, che è tutto contenuto nell’espressione: “Bisogna che finalmente la Chiesa si converta al mondo”. Non dice il contrario! E’ cioè la Chiesa che deve andare incontro al mondo. D’altra parte Dio lo ha dimostrato chiaramente: la Chiesa non è la farina, ma il lievito che viene gettato dentro la farina per trasformarla in pane. Il servizio è la vera economia della comunione. Servire significa andare incontro. La Chiesa è parte essenziale nello sforzo di resistere all’infezione dell’individualismo.

III. La Promessa d’amore – n.52 –

L’uomo nasce da due persone per stare in mezzo alle persone e così riconoscersi persona, obbedendo alla Parola che l’ha fatto venire al mondo infondendogli la vita, comunicandogli il bisogno degli altri, strappandolo al pericolo di soccombere all’antica tentazione di volersi redimere da sé. Inoltre, ogni uomo è orientato verso gli altri uomini ed ha bisogno della loro convivenza. Solo imparando ad accordare la sua volontà a quella degli altri in vista di un vero bene, egli farà l’apprendistato della rettitudine del volere. È, dunque, l’armonia con le esigenze della natura umana che rende umana la volontà stessa. In effetti, questa richiede il criterio della verità ed una giusta relazione con la volontà altrui. Verità e giustizia sono così la misura della vera libertà. Quando si allontana da questo fondamento, l’uomo, scambiando se stesso per Dio, cade nella menzogna e, anziché realizzarsi, si distrugge. Lungi dal compiersi in una totale autarchia dell’io e nell’assenza di relazioni, la libertà non esiste veramente se non là dove legami reciproci, regolati dalla verità e dalla giustizia, uniscono le persone. Ma perché tali legami siano possibili, ciascuno deve essere personalmente vero. La libertà non è libertà di fare qualsiasi cosa: è libertà per il Bene, nel quale solo risiede la felicità. Il Bene è, quindi, il suo scopo. Di conseguenza, l’uomo diventa libero nella misura in cui accede alla conoscenza del vero, e questa conoscenza – e non altre forze quali che siano – guida la sua volontà. La liberazione in vista della conoscenza della verità, che sola diriga la volontà, è condizione necessaria per una libertà degna di questo nome. (cfr Libertatis Conscientia- Istruzione sulla libertà cristiana e la liberazione 1986 della Congregazione per la Dottrina della Fede).

Il cenno così essenziale alla famiglia in questo paragrafo determina questo clima di affidabilità che di fronte al miracolo di nome “famiglia” diventa benedizione. La fede non è un sole che dall’alto getta luce, ma è una luce che è possibile far splendere e ardere sulla città solo se essa prima trova asilo là dove l’amore ha unito, dove è diventata sacramento. La famiglia ha questo potere grandioso: dare luce alla città. La famiglia è come l’interruttore che, una volta acceso, diffonde nelle venature della società ciò che può rendere salda la città stessa. Quella promessa d’amore reciproco e fedele non riguarda più il caso isolato dei due coniugi, dei due che si amano e si uniscono in matrimonio. Quel vincolo, per la sua importanza divina arriverà, a toccare anche il lembo esteriore, quello che circonda la coppia degli amanti. Il loro amore diventerà linfa per il domani e luce nella comunità abitata e partecipata. La promessa del per sempre è come un seme che, una volta portato via dal vento della grazia, può far germogliare altri esempi di fedeltà e coerenza. Per l’amore, anche quello privato, intimo, nascosto, è compreso nel disegno divino che è tutto Amore. Generare dei figli è assumere, incarnare l’amore creatore. Essi non sono lo scopo o la semplice giustificazione della sponsalità, ma sono l’effetto concreto dell’eccedenza d’amore che regna tra i due amanti. Procreare non è un atto fine a se stesso, perché in quell’atto unitivo c’è Dio, c’è la Vita. Non dimentichiamo allora che l’amore è il distintivo dei figli di Dio. “L’amore è l’essenza di Dio stesso, è il senso della creazione e della storia, è la luce che dà bontà e bellezza all’esistenza di ogni uomo. Al tempo stesso, l’amore è, per così dire, lo stile di Dio e dell’uomo credente, è il comportamento di chi, rispondendo all’amore di Dio, imposta la propria vita come dono di sé a Dio e al prossimo. In Gesù Cristo questi due aspetti formano una perfetta unità: Egli è l’Amore incarnato”. (Benedetto XVI angelus 31.01.2010 ).

IV. Il Fidarsi – 53 -

L’amare è causa della propria salvezza. Il genitore che ama i propri figli quando li sogna, mentre li concepisce e nel momento in cui li aiuta a crescere, in verità, imprime nella loro coscienza la conoscenza di Dio. L’amore è esperienza di Dio! Quando un genitore educa stando semplicemente accanto ai propri figli in tutti i momenti della vita non fa che spianare ad essi la strada verso valori profondi, decisivi per la società stessa. Un genitore affidabile lascia come eredità al proprio figlio qualcosa di grande che prima o poi riaffiorerà dal suo cuore. Crediamoci davvero chiamati a dare e a ricevere questo amore affidabile, paterno e materno, per farlo sbocciare come fraterno, una volta a contatto coi propri simili. Paternità e maternità che i genitori e tutti i battezzati hanno in prestito da Dio! La fede non è un ambito dove stare rinchiusi al sicuro. La fede è rischio costante tra le braccia dell’invisibile che ci guida all’incontro con ciò che non passa. La fede è per chi ha il coraggio di prendere nelle proprie mani l’infinito amore di Dio e dilatarlo con gesti, atti, opere di amore e di luce. Ciò che l’anima è nel corpo, lo sono i cristiani nel mondo. (Lettera a Diogneto). La luce è il coraggio di percorre il sentiero buio tastandolo col bastone della fede. Consegnarsi alla fedeltà di Dio è la scommessa della fede. I cristiani – diceva Benedetto XVI -sono interpellati a far emergere quel grande “sì” che in Gesù Cristo Dio ha detto all’uomo e alla sua vita, all’amore umano, alla nostra libertà e alla nostra intelligenza; a mostrare come la fede nel Dio dal volto umano porti la gioia nel mondo. Il cristianesimo è infatti aperto a tutto ciò che di giusto, vero e puro vi è nelle culture e nelle civiltà, a ciò che allieta, consola e fortifica la nostra esistenza. La fiducia poi resta la strategia decisiva per la prassi coscientizzante. Nel firmamento del nostro cuore dobbiamo scrivere con l’inchiostro indelebile del fidarci queste parole del Siracide (7,3): “Non seminare nei solchi dell’ingiustizia, perché tu non la raccolga per sette volte”. Prendiamo sul serio il supremo comandamento dell’amore perché la fiducia non è un codice etico, ma è il fattore prioritario della società, l’età attiva della fraternità, l’incremento e il respiro anche dell’economia.

V. Il volto de fratelli – n 54 -

Fede è tentare l’impossibile, non nel senso di azzardare, ma nel senso di attirarlo, di portarlo a sé. Una tentazione possiamo dire purificata, ribaltata. “Anche se Egli mi uccidesse, continuerei a sperare” (Gb.13,15). La fede è il compito mai terminato per i credenti ardenti. La fede trasfigura i rapporti sociali nel senso che essa permette all’uomo di scoprirsi cercato e cercante di quel principio di vita che è la promessa di un di più, di un bene che va oltre la cortina dei limiti. Ma la fede non è un valore circoscritto. La fede è un farsi interiore, cioè “respiro”. E’ piuttosto il deposito che contiene tutti i valori. Quindi un “vivere con il Signore”. E’ il divorare le parole amabili che ci vengono incontro per darci gioia e pace, come affermava Geremia. Ma anche quella misteriosa tendenza a comportasi secondo ciò che si è, a non riuscire a contenere il fuoco divoratore che brucia chiuso nelle ossa fatte vibrare come le corde di una cetra dalla Parola (cfr Ger 20,8-9). Esempio: il cuore che ama canterà e griderà il suo amore con ogni mezzo possibile pur di confermare che esso è colmo di amore. La fede che ci viene consegnata dalla famiglia va assimilata. Ma prima ancora di questo, è necessario che la fede venga fatta conoscere come esperienza non solo di uguaglianza ma di fratellanza dove il credente abbraccia l’altro come se stesso perché vede nella sua presenza una benedizione e non una minaccia alla propria libertà.

Perché nel volto del fratello c’è impressa davvero “a titolo di favore” la luce di Dio. I benefici che derivano da questa consapevolezza sono tutte primizie sull’altare del ringraziamento e della preghiera e non conteggi da bottegai sul bancone del cinismo, non baratto di prodotti spirituali sulla piazza del mercato della finzione o dell’ignavia. C’è verso la chiusura di questo paragrafo un imperativo solennissimo: “uomo non perdere il tuo posto nell’universo, non smarrirti, non manipolare se non vuoi essere manipolato!”. Il Card. Montini non sbagliò quando definì l’uomo moderno un gigante miope. Gigante senza occhi. I credenti sono i rivoli della Grazia perché hanno accolto la chiamata a fare a far fare scelte di pace, le cosiddette “scelte di Dio”! e possono ridare e riaccendere gli occhi del’umanità. Perché il vero nome della pace è armonia. Chi si disinteressa di essa, diviene schiavo di una fede in se stesso che lo renderà idolo vuoto e svuotante fino a respingere Dio e a riluttare la carità fratellevole. L’attenta e premurosa sollecitudine verso il prossimo porta alla costituzione di una politica per la persona e per la società. Essa trova il suo criterio basilare nel perseguimento del bene comune, come bene reciproco, bene di tutti gli uomini e di tutto. L’uomo e la sua politica devono compiersi nella promozione della giustizia, intesa come «virtù» alla quale tutti devono essere educati e come «forza» morale che sostiene l’impegno a favorire i diritti e i doveri di tutti e di ciascuno Nell’esercizio del potere politico è fondamentale lo spirito di servizio, che solo, unitamente alla necessaria competenza ed efficienza, può rendere «trasparente» o «pulita» l’attività degli uomini politici. Ciò sollecita la lotta aperta e il deciso superamento di alcune tentazioni, quali il ricorso alla slealtà e alla menzogna, lo sperpero del pubblico denaro per il tornaconto di alcuni pochi e con intenti clientelari, l’uso di mezzi equivoci o illeciti per conquistare, mantenere aumentare ad ogni costo il potere. Il bene comune si presenta perciò come meta e impegno che unifica gli uomini al di là della diversità, dei loro interessi, e che esige la cura che ogni cittadino deve avere per la legge, la cui finalità è precisamente di proteggere e di promuovere concreto bene di tutti. (cfr Educare alla legalità, 1991, n 12).

VI. Il debito d’amore – n 55 -

In questo paragrafo si affaccia la fede che ci raggiunge passando per le grandi testimonianze. Il bene comune non è altro che un debito d’amore, dove io sento di aver ricevuto per gratuità e non per obbligo. Esso è la lotta contro la riduzione dell’uomo, considerato nella società attuale un semplice prodotto della natura, come tale non realmente libero e di per sé suscettibile di essere trattato come ogni altro animale (Benedetto XVI). La cultura odierna ha imposto all’uomo un sogno ingannevole, che non ha più il sapore dell’infinito, ma del precario, del mordi e fuggi fondato su logiche distruttive. Soprattutto è per assurdo scagliato in una rivolta tragica contro ciò che è suo: la natura. Su di essa l’uomo non sta più seminando capolavori, ma mostruosità di ogni genere e pericolo. Si è piegato al compromesso, al pensiero mondano, dove regna il vero male che danneggia gli uomini: il potere. Arriviamo a capire che il bene comune è l’antidoto alle sovrastrutture di potere. Il bene comune è servizio, mentre il potere è supplizio. L’egoismo anti-comunitario ci ha resi sterili di relazioni, di scambio di valori. Ecco perché la chiarezza di questo paragrafo è riassunta nella parola “debito”, perché, fino a quando non riconosciamo di essere debitori nei confronti della generosità divina, non permetteremo mai al bene di vincere sulle negazioni che poi sfociano in pietre d’inciampo sulla edificazione dello sviluppo. Perché l’essere debitori è il confessare pubblicamente e senza vergogna che Dio è il nostro Dio e che noi siamo suo popolo. Abbiamo il dovere di cooperare coi doni ricevuti. La luce creativa della fede riporta tutte le cose e tutti gli avvenimenti della storia all’origine. E’ il gran desiderio di Dio: d’essere riconosciuto Padre e di non vedersi continuamente abbandonato dai figli d’elezione (cf. Ger 3,19). Perché “non ci sarà pace per chi non ha Dio nel proprio cuore (cf. Is 57, 21). E’ necessaria un’igiene delle più intime nostre intenzioni. Perché non si oda lo strazio di Dio dall’alto dei cieli: “Guai ai pastori d’Israele che non hanno fatto altro che pascere sé stessi! Non è forse il gregge quello che i pastori debbono pascere? Voi mangiate il latte, vi vestite della lana, ammazzate ciò che è ingrassato, ma non pascete il gregge.

Voi non avete rafforzato le pecore deboli, non avete guarito la malata, non avete fasciato quella che era ferita, non avete ricondotto la smarrita, non avete cercato la perduta, ma avete dominato su di loro con violenza e con asprezza. Esse, per mancanza di pastore, si sono disperse, sono diventate pasto di tutte le bestie dei campi, e sono abbandonate alla rapina perchè non c’è nessuno che se ne prenda cura, nessuno che le cerchi (cfr.Ez. 34,3-4). Occorre, ci ricorda l’enciclica seminare ovunque l’ethos cristiano. Ogni forma di dissesto (economico, morale, ecologico, politico, sociale, culturale) sfocia da una forma di egoismo anticomunitario, dalla violazione delle leggi e dell’ordine naturale. Tutto questo diceva Giovanni Paolo II deriva da una falsa interpretazione dell’autonomia delle cose terrene. Quando l’uomo adopera le cose così da non riferirle al Creatore egli reca anche a se stesso danni incalcolabili. L’oblio di Dio priva di luce la creatura stessa. Ma diamo risalto al fatto che l’uomo vale più per quello che è che per quello che ha. Parimenti tutto ciò che gli uomini fanno per conseguire una maggiore giustizia, una più estesa fraternità e un ordine più umano nei rapporti sociali, ha più valore dei progressi in campo tecnico. Se la società odierna ci impone la logica che “l’uomo vale per ciò che produce”, perché non ribaltarla e leggerla come una sfida trasformante. L’uomo è portatore depositario del bene perché è nato dal Bene. Quindi il suo vero prodotto è il bene che da esso può nascere.

Ognuno dà quello che è! E’ urgente che siano rese accessibili all’uomo tutte quelle cose che sono necessarie a condurre una vita veramente umana, come il vitto, il vestito, l’abitazione, il diritto a scegliersi liberamente lo stato di vita e a fondare una famiglia, all’educazione, al lavoro, al buon nome, al rispetto, alla conveniente informazione, alla possibilità di agire secondo la retta norma della sua coscienza, alla salvaguardia della vita privata e alla giusta libertà anche in materia religiosa. (GS n. 26). “Gli impegni prioritari sono quelli che riguardano la gente tuttora priva dell’essenziale: la salute, la casa, il lavoro, il salario familiare, l’accesso alla cultura, la partecipazione. Con gli ultimi e gli emarginati, potremo tutti recuperare un genere di vita diverso. Demoliremo, innanzitutto, gli idoli che ci siamo costruiti: denaro, potere, consumo, spreco, tendenza a vivere al di sopra delle nostre possibilità. Riscopriremo poi, il valore del bene comune: della tolleranza, della solidarietà, della giustizia sociale, della corresponsabilità. Ritroveremo fiducia nel progettare insieme il domani, sulla linea di una pacifica convivenza interna e di una aperta cooperazione in Europa e nel mondo. E avremo la forza di affrontare i sacrifici necessari, con un nuovo gusto di vivere”. (La Chiesa italiana e le prospettive del paese, CEI, 1981, nn 4,6).

VII. Il senso della sofferenza – n.56 -

Dio creò l’uomo, affinché lo conoscesse, e conoscendolo lo amasse, e amandolo ne godesse; per questa ragione l’uomo è stato creato razionale e dotato di sensi. Invece l’uomo, se è vero che la ragione è fatta per le scienze, qualora non utilizzasse questo dono di Dio secondo il progetto divino, agirebbe contro l’ordine naturale di Dio quasi non volesse usare i piedi per camminare. (T.CAMPANELLA). Usare i piedi per camminare e per far camminare! Con queste parole siamo entrati nel battito del paragrafo più intenso. Perché dove c’è sofferenza c’è profondità, c’è l’uomo costretto a fare i conti con la sua profondità. San Giacomo esorta: “C’è qualcuno tra voi che soffre? Preghi!” (Gc 5,15). Perché? Perché la preghiera, dice san Tommaso, ci rende familiari a Dio! Sta scritto, infatti: “Tutto ciò che chiederete nella preghiera, abbiate fede d’ottenerlo e l’otterrete” (Mc 11,24); che se talvolta non siamo esauditi, questo dipende o perché non abbiamo chiesto con la necessaria insistenza laddove “bisogna pregare sempre, senza stancarsi” (Lc 18,1), oppure perché non stavamo chiedendo ciò che più conviene alla nostra salvezza. La fede è un continuo varcare la soglia della prova. Essa viene partorita dal grembo della sofferenza, dove l’uomo appare spoglio, indifeso, fragile, vulnerabile. Alla fede ci si aggrappa soprattutto quando la sofferenza ci assale, prende il posto che le spetta nel grande poema dell’esistenza. Non chiede permesso. Entra e basta. Senza preavviso. Ma nella fede accade qualcosa di indicibile, di più grande di noi.

Il trascendentale si pone in ginocchio. La fede motiva la sofferenza, e motivandola la trasforma e trasformandola la redime dalle paure. La sofferenza è il durante della fede. Mentre la vita scorre con tutti i suoi pesi e le sue ali, la fede illumina e smentisce il pessimismo, il fatalismo, il catastrofismo, il crocismo, perché in essa arde la speranza che ci condurrà davanti al si definitivo, quello che ci farà passare dalla morte alla vita. La fede è consolazione perché è credere nella potenza del Consolatore che pianse tutte le lacrime dell’umanità e si fece crocifiggere da tutte le sofferenze umane. Agnus Dei “dinanzi a te, l’anima mia è come il deserto che ha sete di pioggia” (Sal 142,6), perché “Nessun orecchio ha mai sentito, nessun occhio ha veduto mai un altro Dio far tanto per coloro che in lui han riposto la propria speranza” (Is 64,4). Il nostro corpo vive a ritmi ma in un campo di battaglia tra la luce e la tenebra. Ma le prove non ci devono incattivire. Ci sono ritmi soavi e poi quelli più duri. Per questo nella fede bisogna sempre cantare il nome di Gesù. “La nostra tribolazione, momentanea e tollerabile [con l'aiuto della grazia], ci procura un premio di gloria eterna al di sopra d’ogni misura” (2 Cor 4,17). Non dimentichiamo che Dio “vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità” (1 Tm 2,4). Ecco il mio sillogismo che sintetizza questo paragrafo:

- Dio è perfetto.
- Dio soffre.
- La sofferenza è perfezione.

VIII. La condivisione con chi soffre – n.57 -

Nutrire tenerezza è aprire un varco di luce sulla sofferenza. Don Milani asseriva che “Il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l’avarizia”. Sortire non tanto significa avere in sorte, ma uscire! Se il problema altrui lo faccio mio, ciò mi porta ad uscire dal problema. Nel momento in cui questo avviene, allora è chiaro che si puo’ uscire dal problema. Ma questo uscire implica condivisione. Senza, non c’è politica, l’avere a cuore le cose collettive. Ma solo avarizia, cioè una comunità chiusa nel pugno del fallimento. Gli esempi che si ricordano come quelli di San Francesco, di Madre Teresa e di tutti quei santi che ci assistono silenziosi nel giorno del dolore, facendosi accanto al sofferente, partecipano dal di dentro il mistero che c’è in loro. Chi consola non spiega il dolore, non ha il potere di estirparlo, ma di guarirlo nella sua radice sì, perché unirsi alle sofferenze è portare il peso insieme e quindi renderlo più leggero a chi le prova. La consolazione che deriva dalla condivisione è la vera risposta al dolore. E’ quello che ci insegnò Cristo, portando a compimento la sofferenza. Che significa questo? Che Cristo, assumendo le nostre piaghe, ci ha aperto la strada per giungere a godere la vita eterna. Questa strada è la più affollata. E’ quella lungo la quale corrono i cuori degli ammalati, dei poveri, degli innocenti uccisi, dei dimenticati, degli emarginati, dei piccoli ai quali Dio ha già rivolto il Suo volto d’amore e teso la sua mano di pace. In questa luce si comprende che il bene comune è il vero servizio di speranza di cui ha bisogno il nostro mondo. Abbracciare le preoccupazioni di tutti gli uomini significa dire con la propria vita: “Sia fatta la tua volontà”. Compiere quanto Dio si attende da noi credenti, fiduciari ed esportatori della luce della fede nella società. I giusti sono i nostri maestri per attuare questo, perché essi richiamano alla mente l’idea del cielo, anticipando il dopo della gloria. I giusti svegliano l’alba del nuovo giorno per far tornare il sorriso al popolo che ha camminato nelle tenebre; ci insegnano, dunque, che la pace deve e può essere realizzata già “in terra” come una nuova Pentecoste. Il retto agire dei giusti consiste nel vivere il tempo a loro disposizione già nel cuore dell’eternità.

IX. Il concepimento della gioia – n 58 -

“C’è un initium fidei simile al concepimento. Per arrivare alla vita eterna non basta essere concepito ma bisogna anche nascere”. La verità della fede sta nel portare alla luce il dinamismo comunionale dell’amore narrato dal Credo. La fiducia, come atto previo ad ogni esperienza, è una decisione d’amore che diventa, una volta maturata, la condizione indispensabile della vita cristiana che è camminare nella luce (cfr 1Gv 1,7). Il lumen fidei è lux evangelii, luce di Dio sul volto di Gesù nato da Maria. Com’è vero il detto antico: “L’amore o trova uguali, o rende uguali!”. Se pensiamo a Maria, l’amata da Dio, che portò nella carne del “suo eccomi” il Salvatore, sentiamo che l’Amore l’ha resa Amore. Dio ci diede la luce perché tutto l’uomo diventasse luce e questo accade nel momento in cui Dio si fece uomo e l’uomo diventò un essere celebrante. Perché Maria acconsentì per fede e per amore che l’eucaristia iscrivesse nella società umana un’esigenza inviolabile di comunione e di trasfigurazione. Ecco l’amore che trova uguali per rendere uguali. Cristo assunse la condizione umana della creatura scelta per diventare sua madre. Per Maria Gesù è al contempo suo Signore e suo figlio. Dio glielo dona come compimento dei suoi tre atti di fede: obbedienza, concepimento e attesa. La fede di Maria ha richiamato fede. E’ a disposizione di Dio col corpo e con l’anima. Per questo è chiamata la piena-di-frutto. Perché accetta tutto da Dio. Si è poveri di spirito, cioè aperti alla volontà di Dio, solo per possedere come lei la pienezza di Dio stesso.

Lei lascia che verginità e fecondità, che forza e debolezza in lei si incontrino per accogliere i misteri che Dio le ha riservato. Lei svolge la sua missione con la sua condizione umana, come figlia, sorella, sposa e madre. La domanda “come potrà avvenire questo, se non conosco uomo?”, in verità conferma che Maria sta partecipando l’annuncio dell’angelo con tutte le sue preoccupazioni e il suo bisogno di capire. Il suo consegnarsi a Dio, diventa un legame fisico-spirituale con il Bimbo di Dio. Dio non la limita ad un ruolo di partoriente. Dio la vuole Madre fino in fondo. MADRE sta per mediatrice tra il cielo e la terra. Ecco perché Dio l’ha coinvolta in tutto. E ha riposto in lei tutto il suo amore per gli uomini. Questa è la grandezza di Maria. Maria è la madre dei credenti perché si è predisposta ai fini del disegno d’amore, collocandosi sulla soglia dei due mondi. Il suo esempio è la riserva di luce della fede di cui ogni credente si può appropriare per imitarla, per entrare nella beatitudine di chi si è lasciata amare. Maria è il flusso di luce che accompagna i cuori ad aprirsi liberamente alla misericordia di Dio. Siamo pellegrini verso la patria, portatori del desiderio di Dio e dell’ethos pasquale nella visione umana della storia. Credere è essere contemporanei del Signore (Kierkegaard), è vivere nel presente di Dio. In Maria la fede è atto del cuore e libera adesione a credere in Colui che tutto può e vivifica. I credenti non devono essere né tranquillanti né eccitanti nella società, ma soffio e passo, dimore viventi di sovrabbondanza proprio come Maria, di testimonianza e di lode perché l’onnipotenza dell’amore di Dio cantata da Maria non è quella del potere del mondo, ma è quella del dono totale. “Voi che temete il Signore amatelo, e la luce splenderà nei vostri cuori” (Sir 2, 10). Questa luce l’abbiamo vista in Maria, stella della Redenzione: è la gioia di appartenere a Dio! L’uomo potrà sperimentare la fede come una grazia soltanto nella misura in cui egli l’accetta dentro di sé come un dono, di cui cerca di vivere (Benedetto XVI). In Maria si è manifestata tutta la filantropia di Dio come condensazione di un amore accessibile persino ai nostri occhi. La luce della fede è far memoria con la vita delle meraviglie compiute dalla mano di Dio per noi.

X. La figliolanza – nn 59, 60 -

Il vero nostro dovere nella fede e nella vita è essere figli, vivere da figli, amare da figli di Dio. E’ l’unico modo, come riporta la preghiera del paragrafo n. 60, per poter “toccare Dio”, per respirare che chi crede non è mai solo. Questa è la vera giovinezza dell’anima. Ricordo le parole del mio parroco, negli anni più belli del catechismo: “Abbiamo l’età di ciò che amiamo o l’età di ciò che ci preoccupiamo di avere”. Si riferiva ad un’età non tanto temporale quanto morale. La giovinezza per il cristiano consiste nello rompere certe croste, nell’abbandonare le zavorre che impediscono al cuore la primavera del Vangelo. Ma cosa ci rende e ci può mantenere giovani nello spirito, nella testimonianza del cuore? La povertà. Essa è l’unico Vangelo che interessa al mondo, di cui ha bisogno l’Umanità. E’ il comportamento abituale di Cristo nel mondo, dove si apprende la virtù soprannaturale. La povertà è l’inginocchiarsi davanti a Dio, al fratello, ma ancor prima è inginocchiarsi davanti alla propria inadeguatezza di modo che si inizi a mendicare l’amore magnificente di Dio. E’ nella povertà che la luce di Dio affonda le sue radici. L’Eucaristia è a servizio della nostra povertà. Occorre predicare con la vita. Si predica ciò che si prega. La preghiera è il segno sensibile di ciò che crediamo. Ecco qual è l’ufficio, l’impegno: trasformare il deserto dell’assenza. Predicare coi fatti significa infatti essere presenti. Siamo stanchi della fede ciarliera e sterile. Un operaio disse di un prete: “Quando lo incontravi, quando lo ascoltavi e lo guardavi, ti veniva da inginocchiarti!”.

Ci è mai capitato questo, di aver sentito questo ardore di inginocchiarci davanti all’esempio di qualcuno? Il lume della fede si è acceso nel cuore di quell’operaio e si unirà a tutte le altre fiammelle che comporranno la grande Luce. Il vero cristiano è colui che non si appartiene più. Così il politico! Ecco perché quell’operaio aveva l’istinto di inginocchiarsi, perché nell’esempio di quel prete in verità si trasfigurava Cristo al quale apparteneva. La luce della fede è allora l’essere con Dio, l’essere di Dio, l’essere per Dio, l’essere verso Dio, l’essere dinnanzi a Dio. Sul terreno dell’oggi esistono valori più degni del denaro, del potere, dei titoli di benemerenza del mondo, dello schiacciare la dignità altrui, del diventare ladroncelli della libertà altri. C’è il bisogno di accettare e di vivere il grande e antico mestiere di essere uomini e donne di pace, di amore, di giustizia e di verità perché la Croce che portò il Risorto è la padrona dell’impossibile che collegò la miseria al cielo perché chi ha fede trionfi con il trionfo della Luce di Dio. Facciamo pregare allora i nostri stracci, la nostra minimezza. Aggrappiamoci al lembo del Mendicante per eccellenza, rivestiamoci dei laceri pezzetti di quel mantello squarciato dalle mani dei superbi e tirato a sorte dalla crudeltà umana, il Maestro Buono che ci dice: “Senza di me non potete fare nulla!”. Concludo con una potente invocazione di Benedetto XVI: “Vieni Gesù; vieni, dà forza alla luce e al bene; vieni dove domina la menzogna, l’ignoranza di Dio, la violenza, l’ingiustizia; vieni, Signore Gesù, dà forza al bene nel mondo e aiutaci a essere portatori della tua luce, operatori della pace, testimoni della verità. Vieni Signore Gesù!”.

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    Di Matteo Matzuzzi 14 Gennaio 2017 ilfoglio.it CLICCA QUI PER LEGGERE L’ARTICOLO   I diritti degli scritti presenti in questo sito sono di esclusiva proprietà dei rispettivi autori e/o editori. Tutti i loghi e marchi presenti in questo sito sono proprietà dei rispettivi proprietari. Tutto il materiale presente su civitas.it è pubblicato a scopo non lucrativo informativo e/o documentale in totale buona fede d’uso. Chiunque avesse eccezioni o vantasse diritti di copyright e volesse farli valere è pregato vivamente di [...]

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    Di Benedetta Frigerio 15 gennaio 2017 lanuovabq.it CLICCA QUI PER LEGGERE L’ARTICOLO   I diritti degli scritti presenti in questo sito sono di esclusiva proprietà dei rispettivi autori e/o editori. Tutti i loghi e marchi presenti in questo sito sono proprietà dei rispettivi proprietari. Tutto il materiale presente su civitas.it è pubblicato a scopo non lucrativo informativo e/o documentale in totale buona fede d’uso. Chiunque avesse eccezioni o vantasse diritti di copyright e volesse farli valere è pregato vivamente di [...]

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