La luce della fede nella notte di Dio

14 novembre 2013 05:08 0 comments

Di Paolo Mitri

Scuola di formazione socio-politica – Arcidiocesi Campobasso-Bojano

“Fede e bene comune, Capitolo IV della Lumen Fidei”

Martedì 12 Novembre 2013

“La fede, senza verità, non salva, non rende sicuri i nostri passi. Resta una bella fiaba, la proiezione dei nostri desideri di felicità, qualcosa che ci accontenta solo nella misura in cui vogliamo illuderci. Oppure si riduce a un bel sentimento, che consola e riscalda, ma resta soggetto al mutarsi del nostro animo, alla variabilità dei tempi, incapace di sorreggere un cammino costante nella vita.” (Lumen Fidei 24)

Cari amici, care amiche,

riprendiamo stasera il cammino iniziato nel 2011, l’11 dicembre, quando proprio in questa sala Mons. Sorrentino avviava un ciclo di incontri per riflettere sul prezioso patrimonio che la Chiesa Cattolica custodisce e non si stanca di riproporre: la sua Dottrina Sociale.

Lo facciamo oggi quasi al termine di quest’Anno Santo delle Fede iniziato dal Santo Padre Benedetto XVI e continuato da Papa Francesco.

Volevo innanzi tutto ringraziare, personalmente, ciascuno di voi per essere qui stasera, per aver spostato impegni, attività, preoccupazioni. Saluto con piacere tutti coloro che dalla conclusione del primo anno di formazione, il 18 maggio 2012 con il Prof. Zamagni, ci hanno richiesto ancora momenti come questo.

Ringrazio Dio che ha voluto che questo corso di formazione su temi legati alla nostra fede ed al vivere quotidiano riprendesse il suo cammino.

Avremo tempo fino al prossimo maggio per confrontarci e costruire insieme questo percorso.

Stasera – dopo la trattazione svolta da Ylenia – vorrei lanciare alcuni spunti riguardanti la città, la famiglia, il concreto fluire delle relazioni che caratterizzano l’uomo.

Per cominciare a scendere nel concreto – non che le parole di chi mi ha preceduto non lo siano – l’attenzione non può che andare alla crisi che ha colpito l’Europa e l’Italia a partire dal 2008.

Man mano che ci addentriamo nelle sue viscere almeno in me prendono sempre più corpo le parole, profetiche, di chi all’epoca affermava che essa non era solo economica ma di valori. Un qualcosa quindi di molto più profondo e che ci mette in discussione davvero.

Quando rifletto su queste circostanze il mio animo è attratto sempre da alcune parole che per me sono risultare illuminanti. Vorrei proporle anche a voi scusandomi in anticipo se qualcuno si ritenesse offeso.

Si parla di un grande sogno, della realizzazione del “paradiso in terra”. Questo sogno ha un nome: “Rivoluzione” ed un profeta Karl Marx.

Inizio la citazione, poi vi dico chi è l’autore.

“La rivoluzione poi si è anche verificata nel modo più radicale in Russia.
Ma con la sua vittoria si è reso evidente anche l’errore fondamentale di Marx. Egli ha indicato con esattezza come realizzare il rovesciamento.
Ma non ci ha detto come le cose avrebbero dovuto procedere dopo.
Egli supponeva semplicemente che con l’espropriazione della classe dominante, con la caduta del potere politico e con la socializzazione dei mezzi di produzione si sarebbe realizzata la Nuova Gerusalemme.
Allora, infatti, sarebbero state annullate tutte le contraddizioni, l’uomo e il mondo avrebbero visto finalmente chiaro in se stessi.
Allora tutto avrebbe potuto procedere da sé sulla retta via, perché tutto sarebbe appartenuto a tutti e tutti avrebbero voluto il meglio l’uno per l’altro.
Così, dopo la rivoluzione riuscita, Lenin dovette accorgersi che negli scritti del maestro non si trovava nessun’indicazione sul come procedere.
Sì, egli aveva parlato della fase intermedia della dittatura del proletariato come di una necessità che, però, in un secondo tempo da sé si sarebbe dimostrata caduca.
Questa «fase intermedia» la conosciamo benissimo e sappiamo anche come si sia poi sviluppata, non portando alla luce il mondo sano, ma lasciando dietro di sé una distruzione desolante.
Marx non ha solo mancato di ideare gli ordinamenti necessari per il nuovo mondo – di questi, infatti, non doveva più esserci bisogno.
Che egli di ciò non dica nulla, è logica conseguenza della sua impostazione.
Il suo errore sta più in profondità.
Egli ha dimenticato che l’uomo rimane sempre uomo.
Ha dimenticato l’uomo e ha dimenticato la sua libertà.
Ha dimenticato che la libertà rimane sempre libertà, anche per il male.
Credeva che, una volta messa a posto l’economia, tutto sarebbe stato a posto.
Il suo vero errore è il materialismo: l’uomo, infatti, non è solo il prodotto di condizioni economiche e non è possibile risanarlo solamente dall’esterno creando condizioni economiche favorevoli.”

(Papa Benedetto XVI – Spe Salvi, 21)

Ho come la sensazione, rileggendo per l’ennesima volta questo testo – scritto tra l’altro nel 2007 – che l’uomo ha perso la strada quando si è accontentato di una speranza piccola, non il Paradiso, nel seno di Dio Padre ma il paradiso in terra, con l’uomo dio di se stesso.

Ed ogni volta che lo leggo mi ripeto le parole del Salmo 127:

“Se il Signore non costruisce la casa, invano vi faticano i costruttori. Se il Signore non custodisce la città, invano veglia il custode.”

Ma come afferma – con grande realismo – il Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa al n. 579:

«La speranza cristiana imprime un grande slancio all’impegno in campo sociale, infondendo fiducia nella possibilità di costruire un mondo migliore, nella consapevolezza che non può esistere un “paradiso in terra”.»

“La fede, senza verità, non salva…” lo dicevo all’inizio.
“Non rende sicuri i nostri passi”.
“Resta una bella fiaba… la proiezione dei nostri desideri di felicità… qualcosa che ci accontenta solo nella misura in cui vogliamo illuderci”.

Il passaggio della Spe Salvi che vi ho letto rimane una pagina di Dottrina Sociale della Chiesa di una chiarezza e di una luce senza paragoni.

Ribadisce, ancora una volta, come la Chiesa abbia davvero a cuore l’uomo, la sua sorte, la sua salvezza, quella vera.

Ecco perché a lungo abbiamo insistito che oggetto di questi incontri fosse la Dottrina Sociale della Chiesa. Ma forse la parola Dottrina non è “politicamente corretta” e si preferisce evitarla.

* * *

Ho scoperto di recente – con non poco stupore – una storia che voglio raccontarvi.

Esistono degli arabi cristiani.

Essi sono fondamentalmente arabi e non musulmani che hanno abbandonato la loro religione.

Esistono quindi – in Paesi Arabi – comunità cristiane autoctone che esistono da prima dell’Islam.

Alcuni movimenti islamisti che sono comparsi di recente vogliono negare questo fatto e con semplicità davvero grossolana pensano che l’Oriente sia musulmano e l’Occidente cristiano.

Sono quindi rimasto lietamente sorpreso nell’apprendere di Chiese hanno conservato la loro fede attraverso lunghi secoli in cui non hanno sempre avuto vita facile.

Sono rimasto ancora più sorpreso quando ho appreso i due elementi che gli hanno permesso di conservare la fede cristiana lungo i secoli: la liturgia e l’educazione domestica.

La liturgia perché essa, e gli inni religiosi in particolare, sono permeati dai dogmi e sono diventati una parte della vita quotidiana del popolo cristiano, in particolare nei tempi in cui esso era analfabeta.

E poi la casa, perché è stata e continua a essere la prima scuola della fede.

Mi hanno colpito molto questi due elementi: il dogma e la casa. Ma in particolare il dogma.

Ho capito quindi una cosa. Quando una foresta viene distrutta da un incendio ha la possibilità di rinascere se si è salvato il seme. E la Chiesa Cattolica nella sua dottrina custodisce questo seme che nel corso dei tempi, se cade in cuori aperti, continua a produrre vita.

* * *

Facciamo un passo avanti.

L’epoca che stiamo vivendo è chiamata “post-moderna”.

Essa segue la “modernità” che ha incarnato il tentativo di rendere il pensiero dell’uomo fondamento di tutto, nell’illusione di fare dell’uomo il dio di se stesso.

La modernità è pertanto una categoria filosofica del tutto alternativa e inconciliabile con la concezione cristiana dell’uomo.

Quanto Papa Benedetto coglie nella Spe Salvi è la condizione dell’uomo che ha vissuto (e vive) l’illusione di essere dio di se stesso, costruttore del paradiso in terra.

Ma in quali condizioni si trova l’uomo oggi?

Ce lo dice Papa Francesco.

Mi sono permesso – con l’aiuto di un amico – di riassumere il suo programma in sette punti.

1) L’uomo contemporaneo è ormai completamente plagiato da una cultura relativistica che ha azzerato ogni valore sia divino che umano.
2) Parlargli di principi non negoziabili (di dottrina) è pura perdita di tempo: non li capisce più.
3) L’attacco durato secoli al principio di autorità ha stravinto e la gente non sopporta più i maestri.
4) Ma la civiltà odierna è un “tritacarne” che aumenta esponenzialmente il numero degli scarti.
5) L’uomo moderno, ferito e maciullato dal lato oscuro della modernità (che, promettendo felicità a tutti, ha realizzato un grado di malessere mai visto), allorché giace a terra sanguinante bada solo alla mano che lo risolleva e lo cura, poco importandogli se è di un Samaritano (cioè, esponente di una categoria che gli è stato insegnato a odiare).
6) Ecco, dunque, il programma: aprire le braccia ai sofferenti e ai “drop-out”, senza polemizzare, senza controbattere, senza rinfacciare gli errori.
7) Dopo che la corazza mentale sarà stata dissolta dalla condizione di bisogno, il disgraziato vedrà nella Chiesa una madre misericordiosa e non, come gli è stato inculcato, un centro ideologico di potere.

Il problema urgente è – quindi – la crisi di fede, di cui la crisi morale è solo una conseguenza.

Da qui, dice papa Francesco, bisogna ripartire.

Praticamente da zero.

* * *

Comincio quindi a trarre le conclusioni.

Primo, conservare la semenza.

Secondo, tutti coloro che sono ancora vivi e con un briciolo di fede, scendano in strada a soccorrere i “feriti”.

* * *

Vorrei dirvi la stessa cosa attraverso una esperienza di vita. Viene dall’Australia.

«Negli ultimi venticinque anni ho avuto l’occasione di visitare tante persone ammalate, specialmente i malati terminali, nella mia comunità parrocchiale. E posso dire che ho vissuto tante forti esperienze stando accanto a loro.

Un pomeriggio sul tardi, mi arriva un email da una ex-collega. È stato come un fulmine a ciel sereno. Diceva: «Immagino che nessuno ti abbia mai chiesto una cosa simile. Non ho il diritto di chiedertelo, ma sto interrogando la mia coscienza e ho bisogno d’aiuto per trovare la risposta. Una persona mi ha chiesto di accompagnarla in Svizzera per assisterla a morire. Come forse sai, l’eutanasia è legale in quel Paese. La sua vita è diventata insopportabile per via della malattia. Non c’è speranza per lei di tornare a vivere una vita normale. Personalmente non ho una fede religiosa, ma apprezzerei molto una risposta sincera da parte tua. Si tratta di un membro della mia famiglia».

Ho letto e riletto questo messaggio quattro o cinque volte prima di incominciare a pensare alla risposta da dare. Come rispondere a questo grido d’aiuto pieno di dolore?

Mi è venuto in mente il pensiero del giorno che stavo vivendo con i miei amici del Focolare: “Essere libero da tutto per essere la volontà di Dio vivente”. Ma come attuarla? Ho cercato di vivere l’attimo presente, mettendo da parte tutto il resto e cercando di prendere su di me i pesi di chi mi aveva chiesto aiuto. Ho pregato Dio chiedendo il coraggio di dire con sincerità ciò che sentivo nel mio cuore, senza paura.

Le ho risposto condividendo alcune mie riflessioni, e anche le esperienze vissute negli anni assistendo i malati terminali, ciò che avevo sperimentato stando accanto a loro e le loro famiglie: sofferenze, gioie, trionfi.

Ho detto che personalmente non avrei scelto la strada che il suo parente voleva intraprendere, dando le ragioni più profonde nel mio cuore. Poi le ho spiegato che esistono degli ottimi centri di cure palliative, indicando i contatti di quelli più vicini.

La mia amica, sempre molto riconoscente dell’aiuto ricevuto, mi racconta che il suo parente aveva consultato i contatti che avevo fornito e aveva deciso di non andare in Svizzera, scegliendo invece l’opzione delle cure palliative. Da allora ha vissuto ancora due anni, durante i quali ha potuto ricostruire tanti rapporti nella sua famiglia».

Mi pare una esperienza ed una traccia utile per ciascuno di noi. Grande misericordia. Nessun cedimento dottrinale.

Volevo aggiungere anch’io una esperienza personale. Nel luglio scorso abbiamo festeggiato venticinque anni di matrimonio. Ovviamente l’occasione si è prestata – era quasi d’obbligo – a dei bilanci.
Tenere su una famiglia, decidere di mettere al mondo dei figli, accettare la fatica di crescerli ed educarli… Sono tutte cose che venticinque anni or sono apparivano normali e condivise.

Abbiamo però attraversato un periodo in cui queste convinzioni sono cambiate, lentamente ma decisamente. Ci rendiamo conto che oggi già aver mantenuto in piedi una famiglia… comincia a costituire un segno, un essere guardati quasi con un sospetto misto a curiosità e con una domanda: “Ma come è stato possibile?”

Ce ne siamo accorti in occasione del nostro anniversario di matrimonio, celebrato nel luglio scorso.

Quando ho offerto un piccolo rinfresco in Ufficio il mio sguardo è caduto sui tanti, troppi colleghi e colleghe separati. Ho colto la tristezza nel loro sguardo. Ho capito che per loro c’erano delle ferite che ancora non erano guarite.

È stata per me una gioia mista ad amarezza. Quasi mi dispiaceva di aver fatto sanguinare quelle ferite… però mi rendevo conto che la mia presenza, seppur, doverosamente senza “prediche”, costituiva una testimonianza, un annuncio: quasi una “missione”.

Un collega ed una collega sono poi venuti a raccontarmi la storia della loro separazione.

Per uno di loro si era consumata proprio in quei giorni. Non cercavano nulla, solo di essere ascoltati, di trovare conforto, anche di gridare che la Chiesa non li capiva. Tutto comprensibile.

È stato allora che mi sono sentito parte dell’Ospedale da Campo Chiesa di cui parla Papa Francesco.

* * *

Arrivo veramente alle conclusioni.

Papa Francesco – tra i primi atti del suo pontificato – ha chiesto al Vescovo di Fatima, la presenza a Roma, in Piazza San Pietro, della statua della Madonna lì apparsa nel 1917.

La cerimonia di Consacrazione alla Madonna di Fatima è avvenuta il 13 ottobre scorso, 96° anniversario dell’ultima delle sei apparizioni della Madonna a Fatima.

Mi sono di recente imbattuto in colloquio avvenuto a Fulda in Germania il 18 novembre 1980 tra il Beato Giovanni Paolo II ed un gruppo di giovani.

Venne chiesto al Santo Padre: “Che cosa ci può dire riguardo al Terzo Segreto di Fatima? Non avrebbe dovuto essere pubblicato nel 1960?”

Papa Giovanni Paolo II rispose: “Vista la serietà dei suoi contenuti, i miei predecessori al soglio pontificio preferirono la soluzione diplomatica del rimandarne la pubblicazione, in modo da non incoraggiare la forza mondiale del comunismo a fare certe mosse.

D’altra parte – continua papa Wojtyla – per ogni cristiano dovrebbe essere sufficiente il sapere questo: se c’è un messaggio nel quale è scritto che gli oceani inonderanno intere aree della terra, e che milioni di persone perderanno la vita repentinamente, da un minuto all’altro, allora veramente la pubblicazione di un tale messaggio non rappresenta più qualcosa di così desiderabile.”

Venne quindi chiesto al Santo Padre: “Che cosa succederà alla Chiesa?”

Egli rispose – ed è su questo passaggio che vorrei porre la vostra attenzione –: “Dobbiamo prepararci ad affrontare fra non molto grandi prove, le quali potranno richiedere persino il sacrificio della nostra vita e la nostra totale donazione a Cristo e per Cristo… Con la vostra e la mia preghiera sarà possibile mitigare queste tribolazioni, ma non è più possibile evitarle, perché un vero rinnovamento nella Chiesa potrà avvenire solo in questo modo. Quante volte già il rinnovamento della Chiesa è scaturito dal sangue! Neppure questa volta sarà diverso. Dobbiamo essere forti e preparati, confidare in Cristo ed in sua Madre, e recitare molto, molto assiduamente la preghiera del Santo Rosario.”

Secondo il mio personale punto di vista penso che questi oceani che inondano la terra e questi milioni di persone che perdono la vita siano immagini di quanto la Madonna ha voluto dirci a Fatima. Si tratta della perdita della Fede e della negligenza dei pastori che provocherà la morte di milioni di anime.

Per questo rinnoviamo l’Atto di Affidamento a Maria con la preghiera pronunciata da Papa Francesco proprio il 13 ottobre scorso:

Beata Maria Vergine di Fatima,
con rinnovata gratitudine per la tua presenza materna
uniamo la nostra voce a quella di tutte le generazioni
che ti dicono beata.

Celebriamo in te le grandi opere di Dio,
che mai si stanca di chinarsi con misericordia sull’umanità,
afflitta dal male e ferita dal peccato,
per guarirla e per salvarla.

Accogli con benevolenza di Madre
l’atto di affidamento che oggi facciamo con fiducia,
dinanzi a questa tua immagine a noi tanto cara.

Siamo certi che ognuno di noi è prezioso ai tuoi occhi
e che nulla ti è estraneo di tutto ciò che abita nei nostri cuori.

Ci lasciamo raggiungere dal tuo dolcissimo sguardo
e riceviamo la consolante carezza del tuo sorriso.

Custodisci la nostra vita fra le tue braccia:
benedici e rafforza ogni desiderio di bene;
ravviva e alimenta la fede;
sostieni e illumina la speranza;
suscita e anima la carità;
guida tutti noi nel cammino della santità.

Insegnaci il tuo stesso amore di predilezione
per i piccoli e i poveri,
per gli esclusi e i sofferenti,
per i peccatori e gli smarriti di cuore:
raduna tutti sotto la tua protezione
e tutti consegna al tuo diletto Figlio, il Signore nostro Gesù.

Amen.

Io ho concluso. Vi chiedo perdono e vi ringrazio per l’attenzione.

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