Il giardinetto di quartiere

16 novembre 2013 09:04 11 comments

Di Vittorio Messori

Il Timone n. 127 – Novembre 2013

Recandomi dalla casa dove abito all’abbazia distante pochi chilometri dove ho lo studio e dove leggo e scrivo, attraverso con l’auto almeno un paio di volte al giorno un piccolo quartiere costruito di recente. Qualche villa, molte villette, alcuni condomini con pochi alloggi: sul piano sociale, direi una piccola-media borghesia, non ricca ma benestante, di certo non povera.

Quasi al centro del quartierino, il Comune ha costruito l’anno scorso un giardinetto. Dopo una primavera molto piovosa, l’estate è stata qui, sul lago, calda e secca: giorno dopo giorno, traversando in auto, ho assistito all’agonia e poi alla morte per sete non solo delle siepi ma anche delle piante messe a dimora dal municipio. Ne sono certo: prima o poi, nel rione sarà organizzata una protesta contro l’incuria comunale, i giornali locali inveiranno contro la mancata manutenzione delle piante.

Intanto, però, tutto attorno al giardinetto ormai desertificato e di un rattristante color giallo, i giardini privati e condominiali sono verdissimi, innaffiati tutte le sere dai padroni premurosi per la loro “roba”. Quanto alla “roba” comune, e chi se ne frega, anche se la si utilizza? Così nessuno, ma proprio nessuno, in tanti mesi di siccità ha pensato di dare un po’ di acqua a quel verde che giorno dopo giorno diventava giallo color morte. Le mamme, le nonne con i bambini e i cani, i vecchietti con le badanti, i giovani riuniti sulle panchine la sera dopo cena: tutti volevano godere dell’oasi verde, tutti hanno visto ciò che stava succedendo ma non vi è alcuno che si sia scomodato, semplicemente infilando una canna nella fontanella pubblica installata anch’essa nel giardinetto e procedendo a una annaffiatura. Dunque, non c’era neppure da pagare l’acqua, bastava un minimo di buona volontà, magari accordandosi tra vicini per stabilire dei turni per dare periodicamente l’indispensabile acqua.

Va precisato, qui non siamo nel profondo e desolato Sud, tra gente intimidita o complice di cosche criminali, qui siamo nel “celtico” bresciano, in una delle zone più ricche e socialmente evolute d’Europa, con indici elevati non solo economici ma anche culturali. Sono certo che almeno un terzo di chi abita in quel quartiere ha un diploma o una laurea. Eppure, ecco la più totale indifferenza per ciò che è pubblico e, al contrario, cura gelosa, chiusa, sospettosa per ciò che è privato.

Ovviamente, detestando ogni moralismo, mi guardo bene dal fare edificanti prediche laiche di “educazione civica”, ma cerco di capire come si sia arrivati a questo.

***

Tutto nasce dalla solita Rivoluzione francese, con una operazione ideologica, nata dalle teorie di quegli intellettuali che ispirarono e guidarono (e non fu certo il popolo) il sommovimento totale da cui nasce il nostro mondo. Si decise, cioè, di abolire ogni “corpo sociale intermedio” tra la gente e lo Stato, iniziando il processo di sacralizzazione di questo, con gli esiti terribili che si vedranno poi soprattutto nel XX secolo, con i totalitarismi politici: parola significativa, vuol dire che lo Stato è “tutto”, che esso può dominare sulla “totalità” della vita umana, concedendo e vietando ogni cosa, a suo piacimento.

Dice la Dichiarazione dei diritti del 1791 che ogni potere deriva dalla Nazione, e solo da quella, e dunque da coloro che la reggono, la Nornenklatura politica al vertice che si proclama “l’interprete della volontà popolare”.

La società si era retta sino ad allora su una sorta di piramide con vari gradini: il primo, fondamento di tutto, la famiglia di sangue; poi il clan con i parenti d’acquisto; poi le corporazioni dei mestieri; la contrada; il quartiere, il comune; la regione storica. Infine – ma proprio alla fine – il re, lo stato, il governo: ridotti ai minimi termini, tanto da occupare nella capitale (se c’era, spesso la corte era nomade nel regno) un solo palazzo, con poche decine di funzionari.

Valeva non il principio di un’autorità centralizzata ma il principio – di invenzione cattolica – detto di “sussidiarietà”, secondo il quale ciascun livello sociale, ciascun “gradino” faceva da sé tutto ciò che poteva. Il massimo livello, quello regio e governativo, interveniva solo per le grandi questioni e aveva un compito di sorveglianza e di armonizzazione.

In effetti, le tasse che esigeva erano irrisorie rispetto all’attuale strangolamento fiscale: ciò che la gente non versava allo Stato, vedendo così sparire i suoi soldi senza alcuna possibilità di controllare il loro impiego, era usato ai vari livelli della scala delle “sussidiarietà”.

Con la soppressione violenta di tutto questo, con l’abolizione dei “corpi intermedi”, con la sempre maggiore centralizzazione e la delega allo Stato di tutto, si è tolto alla gente lo spirito sia personale che sociale di iniziativa.

***

Per tornare al giardinetto del quartiere che ogni giorno attraverso: prima della deformazione rivoluzionaria, ci si sarebbe subito dati da fare, nessuno tra i suoi abitanti avrebbe pensato che salvare gli alberi di tutti fosse cosa da lasciare a una Autorità, a un burocratico Comune che riceve i fondi da una Amministrazione statale dove tutto confluisce. La riscossione delle tasse e il loro impiego è infatti centralizzata ed è la Capitale che decide (o, spesso, non decide) a chi e quanto ne tocca una parte.

Siamo stati deformati dalla mentalità di chi, se vede andare in rovina qualcosa di “pubblico”, alza le spalle: «Tocca alle autorità, ai politici, ai funzionari occuparsene. Noi pensiamo al nostro, di giardino. A quello comunale, anche se è sotto casa nostra, anche se noi stessi lo utilizziamo, tocca occuparsene a chi di dovere. Non paghiamo, per questo, fior di tasse? Non abbiamo dunque il diritto di non far nulla noi e insieme di protestare contro chi è pagato per intervenire a nome delle Autorità?».

Il guaio è che, a rigor di logica, non avrebbero torto a replicare in modo simile: è ormai da due secoli che si è fatto di tutto per educare così les citoyens.

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