Igino Giordani, “fuoco vivo”

9 dicembre 2013 15:47 29 comments

Di Colomba In Hie Kim

Relazione tenuta durante il Convegno: “Igino Giordani: uno sposo verso la santità” – Campobasso, 28 novembre 2013.

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È un compito arduo ripercorrere il pensiero e il vissuto di un personaggio poliedrico come Giordani. Scrittore, polemista, giornalista, bibliotecario, parlamentare. Un personaggio dotato e di gran levatura culturale e spirituale, ha incontrato Chiara Lubich, portatrice del Carisma dell’Unità. Lui stesso ha sottolineato che da questo incontro era nato un “secondo Giordani”, divenendo così un “confondatore” per il suo contributo incommensurabile e qualificato in tutti gli ambiti dell’Opera nascente.

L’incontro stasera è dedicato ad un aspetto forse tra i meno noti: il suo contributo straordinario in materia di santità coniugale e famiglia, è un contributo di enorme forza, ricco di brillanti novità e in alcuni punti veramente profetico.

Non l’ho conosciuto personalmente, ma sono stata affascinata dalla sua figura per le testimonianze di tante persone. Inoltre, ho “frequentato” i suoi pensieri per più di 10 anni per la specializzazione e il dottorato in teologia morale. Ho avuto l’opportunità di lavorare per cinque anni nella commissione storica, istituita per la sua causa di beatificazioni, avendo così la possibilità di avvicinarmi agli abbondanti carteggi anche inediti.

Il prof. Petrà, uno dei più noti moralisti in Italia, valuta così i testi di Giordani:

«Quello che scrive o dice dunque porta il timbro della presenza viva del suo cuore oltre che del suo pensiero. Ciò lo porta talvolta a offrire intuizioni folgoranti sulle cose di cui parla, ma anche a non poter essere stretto in schemi rigidi o sistematici. Si ha spesso l’impressione di un torrente in piena. Quello che tocca, per così dire, cambia sostanza: acquista fuoco».
Posso dire pubblicamente che è stata un’occasione unica accostarmi a questo fuoco vivo, scoprire un “gigante”, non solo di pensiero ma specialmente ha saputo coniugare il suo pensiero alla vita; il gigante che era, ha saputo farsi bambino evangelico; nonostante tutte le difficoltà ha saputo custodire la sua realtà familiare come una piccola chiesa.

 

Giordani pensatore

Ora avviciniamoci ai suoi testi direttamente che irradiano anche oggi una luce limpida ed intensa.

Già nel 1942, egli scrive: «La famiglia come Chiesa. Questo occorre ricreare dove manca. Riplasmare nei componenti, e soprattutto suscitare nei bambini, questa coscienza della convitalità in Cristo; sì che formino, padre, madre e figli, un corpo, in certo modo, teandrico (divino e umano), perché in esso Cristo vive e in certo modo s’impersona». Da questo scritto traspare chiaramente la sua brama che la famiglia sia consapevole della sua dimensione teandrica, espressa nella parola “convitalità” da lui coniata (vivere con = vivere in stretta comunione con).

Per quanto riguarda la dimensione umana della famiglia, certamente siete voi i “maestri”. Invece cosa vuol dire la dimensione divina della famiglia? Direi – con una parola semplice –la presenza di Gesù tra tutti i componenti. Affinché ci sia la Sua presenza in famiglia, è necessaria la tensione alla santità di tutti i membri, specialmente i coniugi; tendere alla santità, non “nonostante” il matrimonio ma “attraverso” il matrimonio.

In un discorso del ’61, Giordani pone un forte accento sulla santità coniugale: «La santità, la perfezione non è un’incombenza soltanto di coloro che vivono in convento, … ma è un dovere di tutti, perché si tratta della pienezza della vita, si tratta dell’adeguamento della nostra vita spirituale alla volontà di Dio».

Su questa scia scrive ancora: «È la via coniugale l’accesso più comune alla santificazione. La convivenza familiare può, deve divenire una produzione quotidiana di santità».

Ancora di più, Giordani esplicita la spiritualità matrimoniale comunitaria già nel ’42: «non è lecito all’uno di salvarsi senza l’altra […]; uno tanto più si santifica quanto più si dona, tanto più è con Cristo quanto più amore prodiga; insomma si santifica, dimenticando sé, per servire alla santificazione dell’altro». Per questo Giordani vede il fidanzamento come una sorta di “noviziato”, cioè di preparazione religiosa al “grande sacramento” del matrimonio.

In un testo del ‘49, troviamo il nucleo centrale del suo pensiero. «Le nozze umane, per il sacramento, partecipano delle nozze divine di Cristo con la Chiesa: perché, per il sacramento, Cristo edifica nella famiglia una premessa alla Chiesa, o, se si preferisce, una piccola Chiesa».

Potremo pensare che Giordani sia illusorio quando descrive la realtà della famiglia così alta dove sappiamo che non si fa altro che parlare di “eclissi” familiare… ma non è vero: Giordani ha ben presente le difficoltà, la crisi della vita familiare, ne ha fatto l’esperienza in prima persona, ma ci fa cogliere la verità del matrimonio nel disegno di Dio.

Egli, commentando le parole del Concillio (Gaudium et spes 48), “L’autentico amore coniugale viene assunto nell’amore divino” afferma: «Niente di meno: l’amore che passa tra moglie e marito entra nel circuito dell’amore della SS. Trinità, è lo stesso fluido che passa fra le tre Persone, perché l’amore vero è Dio, è lo Spirito Santo. Quindi amandovi tra di voi vi ricambiate lo Spirito Santo: altro che sacerdozio! Sempre siete in uno stato di sacro: il sacerdozio che vuol dire? Stato in cui si dà il sacro alla società, all’umanità: e la famiglia allora dà il sacro, santifica la società oltre che santificare se stessa».

Dunque, la prima ragione per concepire la famiglia ad “immagine della trinità” è che l’amore coniugale – essenza del matrimonio – innalzato dal sacramento, si nutre dello stesso amore che unisce le Tre divine Persone.

Fa anche un audace paragone: il padre di famiglia riveste analogicamente la funzione del Padre, la madre quella dello Spirito Santo e il figlio quello di Gesù. In tal modo, la famiglia è “convogliata” nell’amore della Trinità, «è stanza del Paradiso; dimora della Trinità».

Ecco cosa vuol dire “famiglia piccola chiesa”: la vita della trinità trasferita nel nucleo famigliare, dove gli sposi amano con quell’Amore con la A maiuscola.

Questi pensieri profondi sono stati alimento di migliaia di famiglie (come verrà focalizzato successivamente dai coniugi Santoianni), ma non solo, hanno dato anche un grande contributo alla riflessione teologico morale.

Nel 1939 Giordani si imbatte in un articolo anonimo dal titolo, La Famille, E’glise en réduction, glielo ha fatto conoscere mons. Montini (futuro Papa Paolo VI) che, aveva una grande familiarità con Giordani (hanno lavorato insieme nel Vaticano in ambiti diversi, si stimavano, si frequentavano, i figli di Giordani giocavano a calcio con Montini quando andava a casa loro). Giordani vi coglie una prospettiva innovativa e profetica: un testo ricco di testi patristici su questo tema che il Concilio farà suo e diventerà luogo comune nel dopo Concilio; un testo valorizzante il significato teologico ecclesiologico della famiglia, la dignità spirituale della vita coniugale come via di santificazione. Subito lo traduce e lo pubblica su Fides, la rivista da lui diretta, che ha avuto un ruolo fondamentale per la formazione di un’intera generazione del clero.

Successivamente, con altre pubblicazioni, anticipa il Concilio, per la visione della famiglia come piccola chiesa, comunità d’amore, icona della Trinità.

Giordani con il suo pensiero “entra” nel Concilio, sebbene in modo indiretto, ma non per questo meno fondante. Poiché il vescovo di Prato mons. Fiordelli consulta Giordani per una proposta da presentare nell’aula conciliare, cioè la famiglia come “prima cellula” della Chiesa, seguita dalla parrocchia, dalla diocesi e dalla chiesa universale. L’accoglienza non fu delle migliori, ma ottenne di far mettere agli atti il suo intervento in versione integrale. Sollecitato da lui, Giordani scrive una lunga lettera al card. Ottaviani (troverete nel libro il testo intero nell’appendice) uno delle massime autorità del Concilio, proponendo che la famiglia cristiana venga riconosciuta e inserita nella struttura della chiesa, come l’ultima cellula dopo la parrocchia, perché il suo impegno umano venga «ispirato da una coscienza sacra e ad una tensione soprannaturale», In tal modo nella vita di famiglia «il sacerdozio regale avrebbe una formazione e un’animazione».

Come sappiamo, i testi conciliari: la Costituzione sulla chiesa Lumen gentium e il Decreto sull’Apostolato dei laici Apostolicam actuositatem hanno adottato la realtà della famiglia “come chiesa domestica”. (velut Ecclesia domestica (LG 11), domesticum sanctuarium Ecclesiae (AA 11))

Dietro ciò si può cogliere il grande merito, seppur sconosciuto di Giordani. E’ molto significativo che proprio Montini, nel 1970, diventato ormai Paolo VI, in un discorso alle Équipes de Notre Dame renderà popolare l’espressione “famiglia chiesa domestica”.

Durante la mia ricerca, ho avuto la gioia di scoprire una verità sorprendente: l’autore dell’articolo nel quale Giordani ha trovato una sintonia profonda ed è stato decisivo per gettare le fondamenta del suo pensiero, non era un benedettino tedesco (così tutti pensavano allora), bensì una teologa sposata tedesca, Maria Schlüter-Hermkes.

Due sposati che senza saperlo si ritrovano nell’aspirazione profonda della santità coniugale e forse nell’esperienza quotidiana. Questa scoperta dimostra Giordani, oltre che come precursore delle tematiche conciliari, «anche come mediatore di un canale culturale che è entrato nel concilio da una parte assolutamente imprevista, quella femminile, che ha ridato impulso alla dimensione teologica ed ecclesiologica della famiglia e della vita sponsale, facendola polmone della Chiesa, in cui vive l’amore trinitario».

 

Dal pensiero alla vita

Come Giordani ha custodito questa realtà divino-umana della sua “piccola chiesa”, con la moglie e coi figli?

Fin dalle prime lettere inviate alla moglie appare quanto sereno, tenace, delicato sia stato l’amore di lui per la moglie Mya, della quale accettava con tutta pace anche qualche estrosità dato il temperamento d’artista di lei. Certi valori religiosi esigenti per Giordani non erano del tutto condivisi dalla moglie, non praticante, ma egli fece l’impossibile per salvaguardare l’unità con lei. Soffrì nell’intimo e nel segreto della sua anima perché la sua scelta di Dio, non fu mai condivisa da lei e dai figli.

Nel ’42 Giordani scrive che la realtà familiare non manca mai di sacrificio e comporta anche “lacrime copiose”: era la proiezione di una realtà sofferta da lui stesso.
In questi momenti di dolori forti in famiglia troviamo nel sua diario: «questa è l’ora di lacerazione della mia carne “ecclesiale”… , ma io mi sono abbandonato a Te; Tu non abbandoni me» (1941).

Per la sua adesione al nascente Movimento dei Focolari, Giordani aveva trovato delle incomprensioni in Mya. Nel suo diario del 1964, però confida la conquista progressiva dell’unità con lei: «mai come ora sono unito a mia moglie, immagine, come mai, della Chiesa; unito con un rapporto divenuto sacro, nel quale sento che comincia a realizzarsi l’unione nuziale di Cristo con la Chiesa».

L’unità con la moglie era poggiata sul suo essere solo donazione, ed era alimentata dalla fedeltà a Gesù Crocifisso Abbandonato, scelto come “unico Sposo”. Giordani racconta l’ultimo periodo di malattia della moglie che prima di morire si era rimessa in pace col Signore, e spirò pregando e invocando lo Spirito Santo: «ho pianto con un dolore senza fine: ho sentito il due in uno, e cioè la vivisezione della vita umana; che insieme è parsa a me un’operazione d’amore perché sicuro che ella è ascesa in Paradiso» (1974).

Sul letto di morte, Giordani ha avuto la gioia di sentir riconoscere dalla moglie, che nessun altro l’aveva mai amata come lui!

Ora un breve accenno del rapporto con i figli.

Dei suoi quattro ragazzi che crescevano, Giordani era compagno di giochi nel lieto tumulto giornaliero, un papà che sa farsi piccolo con i piccoli, non impone mai le sue idee, ma sviluppa un colloquio fraterno con ciascun figlio.

Nel 1994, in un convegno realizzato per commemorare il Centenario della sua nascita tutti e quattro i figli hanno testimoniato la grandezza del loro Padre.

Mario, il primogenito, confessò che considera suo padre la persona più grande incontrata nella vita, dal quale ricevette una consegna: trattare ogni paziente come avrebbe trattato suo padre.
Brando, il terzogenito, ricordò una caratteristica di suo padre, che era l’incarnazione viva della sua “Parola di vita”: «Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi». E comunicò anche il suo testamento lasciato ai figli: nel Vangelo troveranno la sapienza definitiva; lascia una ricchezza infinita Gesù Eucaristia, che sia la loro sola forza!!!

Sergio, secondogenito, prima di morire completò le Bozze di un libro, oggi pubblicato con il titolo Caro papà: «Caro parà, sei stato chiarissimo con la parola e con l’azione… L’altra parte di te, quella più intima e profonda, fatta di colloqui dell’anima… l’ho scoperta più tardi ed è dura fatica sintonizzarmi con essa».

La settimana scorsa quando Papa Francesco denunciando il fenomeno della società odierna che emargina gli anziani ha affermato: «un popolo che non rispetta i nonni, non ha futuro, perché non ha memoria, ha perso la memoria», la mia mente ha sussultato di gioia per la profonda sintonia con le parole di Giordani, che mette in luce il grande compito degli anziani di trasmettere la tradizione, essenziale valore per la famiglia, che è una sua “linea di forza”.

Vediamo come Giordani cristallizza l’armonia e il contributo tra le generazioni:
«I nonni rappresentano il passato, come i bambini rappresentano l’avvenire. I genitori, posti tra il passato e l’avvenire, si sentono sia stimolati sia prudentemente moderati, e traggono una forza da questa correlazione, quasi compensazione fra le due età».
Per concludere, esprimo il mio desidero, che è, che questa ricca prospettiva di Giordani e il suo esempio vitale, possano essere un “faro di luce”, una “ricarica piena” nel cammino quotidiano di tutti noi qui presenti, e tutti quelli che lo conosceranno in futuro.

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