“Siamo poveri, umiliati. È una chiesa scoraggiata”. La parresìa di un cardinale

17 dicembre 2013 21:28 5 comments

Di Christoph Schönborn

12 dicembre 2013

ilfoglio.it

Martedì 10 dicembre, nel Duomo di Milano, il cardinale Christoph Schönborn, arcivescovo di Vienna dal 1995, ha incontrato i sacerdoti e i collaboratori laici della diocesi ambrosiana. Invitato dal cardinale Angelo Scola, che ha introdotto il prelato austriaco ricordandone il ricco curriculum, Schönborn ha parlato della sfida dell’evangelizzazione nei contesti metropolitani attraversati da grandi cambiamenti. Tra i temi toccati, le difficoltà generate dalla crisi culturale e sociale, i gravi problemi ecclesiali, la ridefinizione dell’identità del prete nel mondo contemporaneo. In serata, poi, l’arcivescovo di Vienna ha incontrato in cattedrale i laici degli organismi ecclesiali e i principali collaboratori dell’azione pastorale. Si tratta del primo di due appuntamenti che vedranno pastori di chiese locali confrontarsi con la situazione della diocesi di Milano, la più grande d’Europa. Il 26 febbraio 2014 sarà la volta del cardinale Luis Antonio Tagle, arcivescovo di Manila.

Di seguito pubblichiamo il discorso che il cardinale Christoph Schönborn, arcivescovo di Vienna, ha tenuto martedì in Duomo a Milano, sul tema “la chiesa nella società secolarizzata”. (Testo non rivisto dall’autore)

***

Vorrei che questo incontro fosse uno scambio di testimonianza, ma anche di riflessione teologica sulla nostra missione nel mondo di oggi. Comincio con un breve accenno alla diocesi di Vienna, dove siamo solo poco più di un milione di fedeli. La decrescita dei cattolici a Vienna è drammatica. Siamo ormai sotto il quaranta per cento, e tra non molto arriveremo al trenta per cento. E questo per tre ragioni fondamentali: innanzitutto la demografia, che colpisce quasi tutte le confessioni religiose. In secondo luogo, un fenomeno sempre più diffuso è rappresentato dall’uscita civile dalla chiesa. Da noi, in Austria, basta andare da un magistrato e non sei più cattolico. Qualcuno lo fa perché non vuole più pagare le tasse, altri perché già da tempo non partecipano alla vita della chiesa cattolica. Ogni anno perdiamo l’uno per cento di cattolici, gente che defeziona. Non dico che è apostasia, ma è drammatico. In dieci anni, con questo trend, avremo perso più del dieci per cento di cattolici. Terza e ultima ragione, la continua perdita di prassi religiosa, cui hanno contribuito anche i gravi scandali che hanno ferito molti fedeli. Anche il mio predecessore Hans Hermann Groër dovette lasciare l’incarico di arcivescovo in seguito alle accuse di pedofilia. Siamo diventati poveri, umiliati. Poveri non economicamente, ma umanamente. È una chiesa scoraggiata.

Quando sono entrato nell’ordine domenicano, alla matura età di diciotto anni – la mia mamma mi diceva che ero troppo giovane, ma io ero felice così – era il 1963, appena prima della crisi. Allora, avevamo quattro conventi domenicani in Austria, oggi ne rimane uno solo. Gli altri tre sono stati chiusi. È un dolore, ma nello stesso tempo, durante il mio episcopato, abbiamo potuto fondare quattro nuovi monasteri a Vienna, di nuove comunità monastiche. Loss and gain, diceva John Henry Newman, perdita e guadagno. Come vivere, allora, questa situazione di chiesa umiliata, diminuita, scoraggiata? Come uscirne? Penso che il Signore ci abbia condotto su un cammino in cui chiede di non concentrarci sui problemi, ma di ricordarci ciò che Dio fa per noi.

La prima intuizione della missione è quella riscontrabile negli Atti degli Apostoli e vorrei accennare tre passi di questo libro che sono diventati per noi un faro, una guida. Il primo è l’ultimo passaggio, l’ultimo versetto, capitolo 28. Quando Paolo arrivò a Roma, trascorse due anni interi nella casa presa in affitto. Lì accoglieva tutti quelli che venivano da lui, annunciando il Regno di Dio e insegnando le cose riguardanti Gesù Cristo. E le ultime due parole degli Atti degli Apostoli sono “meta parresias akolytos”, con tutta franchezza e senza impedimento. Così si conclude il libro degli Atti degli Apostoli, con Paolo che parla in modo franco e akolytos, senza impedimenti. È un paradosso: Paolo prigioniero annuncia il Regno di Dio con franchezza e senza impedimento. Questo testo è rimasto per noi come un motto per il cammino intrapreso negli ultimi anni.

Il secondo testo è quello del capitolo 15. Abbiamo meditato insieme il processo del cosiddetto Concilio di Gerusalemme, un problema enorme di conflitto attorno all’obbligo della legge della circoncisione per i pagani battezzati. Ebbene, non discussero il problema, non si sono focalizzati sulle criticità. Hanno ascoltato l’esperienza dell’uno e dell’altro. Il cristianesimo è una comunità di racconti, e penso che dobbiamo riscoprire il raccontarci a vicenda ciò che Dio fa nella nostra vita. E questo dà gioia. L’idea dell’accoglienza l’abbiamo tradotta nelle nostre assemblee diocesane. A Vienna ne abbiamo fatte quattro, nel Duomo di Santo Stefano, con uno stile di ascolto e preghiera. Ascoltare le esperienze dell’altro, come accaduto con la lettura degli Atti degli Apostoli, pagine molto meditate.

Quando Papa Benedetto ha visitato l’Austria nel 2007, abbiamo proposto a tutte le parrocchie di scrivere la continuazione degli Atti. Raccontare ciò che si era sperimentato dell’opera di Dio nella vita di ciascuno, nella comunità, nella parrocchia negli ultimi cinque anni. Abbiamo raccolto cinque grandi libri e li abbiamo portati al Papa. Alla fine del viaggio, nel santuario mariano di Mariazell, Benedetto XVI ha riconsegnato ad alcuni dei consiglieri pastorali un libro di quel passo del Vangelo, dicendo loro di continuare a scrivere gli Atti degli Apostoli.

L’ultima assemblea diocesana, ad ottobre, si è focalizzata su un brano molto ricco, il naufragio di Paolo a Malta. Alcuni hanno detto che eravamo pazzi, per l’immagine che davamo della chiesa. La chiesa non fa naufragio, ma abbiamo meditato a lungo insieme. È stata una bella esperienza. Papa Benedetto ha detto che “il rinnovamento della missionarietà della chiesa verrà dalla lectio divina”. E in millecinquecento delegati, divisi in gruppi, abbiamo fatto questa esperienza: prendere il testo del naufragio di Malta per vedere e meditare ciò che è accaduto; per capire ciò che questo dice sulla nostra situazione. È stato molto fruttuoso. Mai avrei pensato che si poteva lavorare così bene con un testo così scioccante. Il gruppo di Paolo ha perso tutto, la nave, il grano che era nelle stive. Tutto. Eppure, tutti sono sopravvissuti. Paolo lo diceva, “nessuno perirà, la vostra vita sarà salva”. Abbiamo meditato sul passaggio in cui si narra lo sbarco sull’isola, naufragati. E la gente del luogo si mostrò fin da subito ben intenzionata nei loro confronti. Quanta bontà esiste in questo mondo secolarizzato, in questo mondo attuale.

Dobbiamo essere pronti a perdere tutto per essere arricchiti dagli altri. Questo cammino l’abbiamo messo sotto il titolo “Mission first”, perché oggi tutto si deve dire in inglese. Prima la missione. Ma lo dico con sincerità, siamo molto poveri. Non posso portarvi gloriose esperienze di missione, perché la missione bisogna scoprirla. A tal proposito, devo dire una parola riguardo al Sinodo sull’evangelizzazione che si è svolto a Roma nel 2012. Sono rimasto abbastanza deluso. Il primo giorno mi sono permesso di chiedere ai miei confratelli vescovi e cardinali: “Parliamo delle nostre esperienze, ma non delle esperienze della gestione della curia, ma delle esperienze di missione”. I vescovi dovrebbero essere i primi evangelizzatori. Invece, cosa abbiamo fatto? Ognuno nel suo bel discorso, ben preparato, ha messo l’etichetta “evangelizzazione” su tutto ciò che già facciamo come vescovi. Certo, la preparazione al battesimo è missione, la preparazione del matrimonio pure. Tante cose oggi nella nostra vita parrocchiale sono missione. Ma non sono evangelizzazione.

In questa, infatti, c’è qualcosa di particolare, di differente. Certo, tutto ciò che facciamo ha un impulso di evangelizzazione e di missione. Ma c’è una gioia speciale, indimenticabile nell’atto proprio dell’evangelizzazione. E questo si fa solo faccia a faccia. Si può evangelizzare con Twitter, internet, Facebook. Anche con i libri che scriviamo. Fa parte dell’insegnamento. Ma abbiamo bisogno dell’incontro faccia a faccia con una persona, perché quello è il momento in cui Cristo fa l’evangelizzazione. Vi racconto una cosa che facciamo a Vienna, che certamente non farà aumentare domani la presenza domenicale dei credenti né il numero dei cattolici. Alcuni anni fa abbiamo cominciato, per San Valentino, il 14 febbraio, a distribuire nelle stazioni della metropolitana e delle ferrovie, lettere di amore di Dio a te. Una lettera manoscritta, ma fatta con citazioni bibliche, in un modo molto personale. Alcuni si sono scandalizzati, dicendo che è impossibile rendere Dio così ridicolo, scrivendo lettere di amore. La mia gioia e anche sorpresa è che la maggior parte dei collaboratori della curia partecipa a questa azione. Tutti noi ci troviamo il 14 febbraio mattina nelle stazioni della metropolitana con queste lettere. Non direi che questa iniziativa è già evangelizzazione, ma è almeno qualcosa: scendere nella stazione della metropolitana, essere in questa situazione anche un po’ ridicola, con la gente che va di fretta, che non ha tempo di discutere. Ma questo atto di contatto faccia a faccia cambia forse anche loro.

Ecco perché dico che bisogna cambiare lo sguardo. Penso che la condizione della nuova evangelizzazione sia cambiare lo sguardo, guardare altrove. Non ho il tempo di confessare pubblicamente i miei sbagli nella missione, farò solo un esempio, risalente a tre o quattro anni fa. Andavo in treno da Innsbruck a Vienna. A bordo c’era un gruppo di giovani che mi hanno riconosciuto. Erano diciottenni che avevano già bevuto un po’, mi hanno sbeffeggiato. Io avevo il mio breviario e volevo essere lasciato essere in pace, stavo pregando. Allora ho fatto uno sforzo per concedere loro almeno un sorriso. A Salisburgo sono scesi tutti. Dovevano fare la maturità e andavano a festeggiare in Turchia, dove si fa tutto, si beve, e altro. Quando sono scesi dal treno, ho cominciato a piangere. Ho detto: “Signore, quale stupido servitore hai cercato. Qui c’erano una ventina di giovani che avevano finito la maturità, che mi avevano riconosciuto, il loro cardinale. E io non ho avuto nessuna parola di minimo interesse”. Avrei potuto chiedere com’era andata la maturità. Niente. Perché io avevo il mio breviario. Mai dimenticherò questo fallimento, questa occasione mancata di evangelizzazione. Non avrei dovuto parlare loro del Vangelo, ma dare uno sguardo, senza pensare a ciò che avrebbero fatto in Turchia. Ogni tanto penso che il Signore soffra per noi, così ciechi e duri. Per noi che non abbiamo il cuore di usare il suo sguardo di attenzione e compassione. Papa Francesco ci invita tanto a cambiare lo sguardo. Prima di mettere nelle caselle “divorziato”, “risposato”, bisogna chiedere “chi sei tu”, “che persona sei”. Io non ho una soluzione per questo e anche per ciò sono molto curioso di guardare cosa succederà al prossimo Sinodo, con il questionario.

Come fare per stare sulla strada della verità? Avete avuto quel bellissimo incontro delle famiglie, qui a Milano. Che bella la gioia di una famiglia credente. Ma oggi la famiglia è patchwork, è una famiglia fatta di divorziati, risposati. È tutto complicato. Come siglare un’alleanza tra la verità che libera e salva e la misericordia? Questa è la grande sfida della nuova evangelizzazione. C’è anche un pericolo attuale di vedere lo sviluppo di un neoclericalismo, perché vedo nel cambiamento della società e della chiesa molti nostri confratelli disorientati, che si chiedono dov’è il loro posto, cosa devono fare. C’è la tentazione di lasciar correre tutto e di chiudere. Io non so come trovare il cammino giusto.

Io ho dovuto affrontare un caso che ha fatto il giro del mondo, riguardante la più piccola parrocchia della nostra diocesi. Con il parroco disattento a ciò che accadeva, fu eletto al consiglio pastorale un giovane che convive con un altro uomo. Ma è un giovane credente, che partecipa alla vita della parrocchia, che suona l’organo. Io ero davanti alla decisione se annullare questa elezione o lasciar stare. È stata una decisione molto difficile. Ho invitato questo giovane, e lui ha chiesto di poter venire con il suo partner, il suo amico. Sono venuti e ho visto due giovani puri, anche se la loro convivenza non è ciò che l’ordine della creazione ha previsto. Quella stessa settimana, la stampa austriaca era piena di storie sui gravissimi abusi di due monaci su alcuni allievi della loro scuola. Ebbene, io ho deciso di non mandare via il ragazzo. Lui mi aveva detto che non avrebbe partecipato alla comunione, che avrebbe capito la situazione. Rocco Buttiglione scrisse un bellissimo articolo sul Foglio per difendere il mio comportamento, che mi ha attirato molte critiche. Ma capisco, è un tema difficile. Io non sono d’accordo, per niente d’accordo, con il cosiddetto matrimonio gay. Nonostante ciò, ci sono situazioni dove dobbiamo guardare prima di tutto alla persona. Questa è la grande sfida che dobbiamo accogliere. Come vivere il Vangelo nella società secolare, dove siamo una minoranza. A Vienna posso dire che con quasi il sessanta per cento di matrimoni che finiscono in divorzio, la famiglia cristiana non rappresenta oggi la normalità, bensì l’eccezionalità. La normalità è ciò che viviamo con la patchwork family.

Cosa vuol dire questa situazione per noi preti? Penso che dobbiamo imparare di nuovo cosa vuol dire vivere nella diaspora. Siamo molto deboli, ma minoranza non vuol dire essere una setta. Per la prima delle nostre assemblee diocesane, io ho formulato cinque sì per delineare la nuova evangelizzazione.

Il primo sì è il sì all’oggi, al nostro tempo. Lasciamo la nostalgia degli anni Cinquanta, quelli della mia infanzia, nel villaggio, quando la chiesa si riempiva di gente per tre volte ogni domenica. Tutti in chiesa. Lasciamo la nostalgia per la vitalità dei nostri oratori degli anni Cinquanta e Sessanta. Diciamo sì all’oggi: Dio ama questo mondo, e noi dobbiamo avere uno sguardo di amore, di simpatia al mondo nel quale viviamo. Amiamo l’oggi nel quale viviamo.

Il secondo sì e un sì consapevole e deciso a quella che è la nostra situazione. La decrescita dei cattolici, il lasciare tante cose, il veder morire tante cose che amiamo. Un sì al “bel funerale”, come amano i viennesi. Sì, è la nostra situazione. Molte cose moriranno, ma Dio ci ama nella nostra situazione. Lo studio del popolo d’Israele in esilio è una scuola tremenda per noi, oggi. Ma dobbiamo vedere i segni buoni nel nostro tempo. Anche laddove non c’è chiesa.

Il terzo sì è il sì alla nostra vocazione comune di battezzati. Io insisto molto sul sacerdozio comune di tutti i battezzati. Tenere a mente la “Lumen Gentium”, testo capitale, nel quale si parla della relazione tra il sacerdozio comune dei battezzati e il sacerdozio ministeriale degli ordinati. Il Concilio parla di una differenza essentia et non gradu tantum, una differenza di essenza e non solo di grado. Differenza essenziale. Noi non siamo un grado superiore dell’essere cristiano. Il sacerdote ministeriale è essenzialmente a un altro livello del sacerdozio battesimale comune. Quando il cardinale Ratzinger è diventato prefetto della congregazione per la Dottrina della fede, io ero già membro della commissione teologica internazionale e così ho conosciuto l’usciera del palazzo del Sant’Uffizio, Clelia. Nel 1982 o 1983, ho chiesto alla Clelia com’era il loro nuovo prefetto. E lei: “È un vero cristiano”. Ebbene, ecco, se questo si può dire di uno di noi, preti, vescovi, cristiani, è una bella testimonianza. L’evangelizzazione si fa da veri cristiani e la loro vita è la loro testimonianza. San Francesco ha detto “annunciate a tutti il Vangelo, se necessario anche con parole”. Diceva questo perché è un vero cristiano. Questa è l’evangelizzazione. Alcuni preti mi hanno detto che parlo troppo del sacerdozio comune, chiedendomi qual è la parte che rimane loro. È vero, sì. Dove rimane la loro parte? Qual è il loro e nostro ruolo? Nella mia lettera di Natale per i preti di Vienna ho proposto un metodo molto semplice di lectio divina: per scoprire la nostra vocazione di preti, individuiamo quali immagini della Bibbia ci parlano al cuore. Sono tante immagini per i pastori, i preti, per i ministri. Quale immagine parla al cuore? Ho fatto alcuni esempi, ho parlato di me stesso, dicendo che l’immagine che mi tocca e che ho preso come stemma del mio episcopato è Vos autem dixi amicos, vi chiamo non più servi ma amici. Ed è l’immagine che ho io della chiesa, dei preti. Amici. Un’altra immagine che mi rappresenta è quella in cui Gesù chiama i dodici, mandandoli ad annunciare la parola.

Il quarto sì per una chiesa che impara passo a passo a essere in diaspora, in una diaspora feconda. La vita cristiana in diaspora è una vita di rappresentanza. In tutte le parrocchie, anche nei villaggi dove i partecipanti alla vita parrocchiale sono ormai minoranza, voi siete rappresentanti di molti. Vivete la vostra fede non solo per voi, ma anche per gli altri. Portateli come la Madonna con il mantello. Ognuno crede anche per gli altri, non solo per se stesso. Essere cristiano nella città secolare è essere rappresentante. Possiamo tanto imparare dagli ebrei. Loro hanno la convinzione che quando in una città ci sono dieci ebrei ciò sia una benedizione per quella città. Questo vale per tutti noi, rappresentanza come fuoco della nuova evangelizzazione.

L’ultimo sì è al nostro ruolo per la società. E questo anche se siamo minoranza, anche se politicamente in molti campi in Europa non abbiamo più il potere di imporre la legislazione che ci piacerebbe o che pensiamo corrisponda al diritto naturale. Pensiamo al discorso dell’aborto, dell’eutanasia, alle discussioni drammatiche che chiedono il diritto umano all’aborto, la limitazione della libertà di coscienza dei medici. Nonostante siamo pochi, abbiamo il ruolo del sale, che è sempre in minoranza. Non piacerebbe, infatti, una pasta dove il sale è in abbondanza. Le nostre parrocchie, le nostre comunità, i nostri movimenti, conventi, associazioni, sono una grande rete di carità, di misericordia, di coscienza sociale. E quanto più la rete sociale della società diventa debole, tanto più importante diventa l’impegno cristiano nella società.

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