Il bene delle persone e della società

29 dicembre 2013 09:30 1 comment

Solennità dell’Immacolata Concezione – 8 dicembre 2013

Omelia del vescovo Luciano Monari

Brescia, chiesa di S. Francesco – Celebrazione “Ceri e Rose”.

Un matrimonio che dura è un valore maggiore che un legame matrimoniale spezzato; un bambino nato è un valore più grande che un bambino non nato; un impegno di amore per sempre è un valore più grande di un amore incerto, sballottato dagli alti e bassi della vita affettiva.

diocesi.brescia.it

Il significato della festa di oggi, l’Immacolata Concezione della vergine Maria, può essere espresso con le parole di Paolo quando l’apostolo rende grazie a Dio Padre “che ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasferiti nel regno del Figlio del suo amore”. È quello che avviene per ogni credente attraverso la fede e il sacramento del battesimo: una forma di “trasferimento” dal mondo mondano (nel quale, secondo Paolo, l’uomo vive in condizione di oscurità e di schiavitù) al Regno di Cristo, Figlio amato di Dio (nel quale, sempre secondo Paolo, l’uomo sperimenta la gioia e la pienezza della libertà).

Ebbene, quello che normalmente avviene attraverso il battesimo, in Maria è avvenuto nel primo istante del suo concepimento; se noi, quindi, da schiavi siamo resi liberi in Cristo, di Maria bisogna dire che non ha mai conosciuto la schiavitù del mondo e che la libertà di Cristo l’ha raggiunta e santificata da sempre.

Ma che cosa significa questo passaggio?

Perché la condizione dell’uomo nel mondo è descritta da Paolo come una condizione di tenebra?

E perché il regno di Cristo è esperienza di liberazione?

***

Vivere nel mondo mondano significa vivere in questo mondo come se il mondo fosse tutto. Ora, il nostro mondo concretamente è mescolanza di bene e di male, di verità e di menzogna; il successo nel mondo può provenire dalla verità e dall’amore, ma può provenire anche, e spesso, dalla violenza e dall’inganno. Per questo la vita nel mondo, considerata a sé sola, comporta una dimensione di ambiguità che non permette di vedere con piena chiarezza il bene, di desiderare sempre con coerenza ciò che è giusto. Ma se il mondo viene pensato entro lo spazio dell’amore creativo di Dio; se Dio viene riconosciuto come sorgente di un amore perenne che si rivolge a tutte le creature e alla persona umana in particolare, allora l’esistenza nel mondo riceve una luce straordinaria. La vita continua a scorrere tra il bene e il male ma il bene viene riconosciuto come trascendente, degno di un’obbedienza senza condizioni, al contrario del male.

La regola è semplicissima e Paolo la esprime dicendo: “La carità non abbia finzioni. Fuggite il male con orrore [sottinteso: anche quando è seducente], attaccatevi al bene [sottinteso: anche quando è arduo e faticoso]”. Ora, la fede cristiana vede in Maria la realizzazione originaria di quest’esistenza, vissuta sul presupposto dell’amore di Dio; in lei, amata da Dio e quindi innamorata di Dio, la vocazione della persona umana al bene non è mai stata mescolata con macchie di falsità o di male, con radici di ingiustizia o di arroganza. Anche Maria ha vissuto la sua esistenza umana come cammino di crescita; ma il suo è stato un cammino orientato, fin dall’inizio, dallo splendore dell’amore di Dio e quindi un cammino pulito, santo. In lei si è compiuta, senza ambiguità, la vocazione della creatura umana a essere “santa e immacolata davanti a Dio nell’amore”.

Un cammino simile incomincia in noi nel momento in cui crediamo a Dio e al suo amore; è un cammino eminentemente personale, fatto di preghiera, di ascolto della parola di Dio, di docilità agli impulsi dello Spirito Santo, di croce quotidiana e di speranza che illumina il futuro, di sacrificio e di esultanza nel Signore. Ma nello stesso tempo è un cammino che contribuisce – e quanto! – al bene di tutti, alla crescita culturale e sociale della famiglia umana.

***

Prendo solo un esempio. Quarant’anni fa (1970) noi abbiamo scelto in Italia di rinunciare all’indissolubilità del matrimonio e di permettere quindi il divorzio; ci sembrava una crudeltà costringere un uomo e una donna che non si amavano più a continuare la convivenza; e ci sembrava altrettanto crudele impedire a un uomo e una donna che si amassero veramente, al di fuori del primo legame matrimoniale, il riconoscimento sociale del loro legame affettivo.

Qualche anno dopo (1978) abbiamo legalizzato l’aborto; ci sembrava crudele costringere una donna che non voleva far nascere un bambino a ricorrere a pratiche pericolose di aborto clandestino.
Oggi si presenta il problema di riconoscere le convivenze come forme nuove di famiglia che corrispondono ai desideri delle persone restie ad accettare un impegno “per sempre”; nemmeno l’amore, diciamo, può essere eterno. Cosa pensare di questo trend culturale? Non m’interessa, in questa sede, la questione delle leggi o di eventuali loro riforme. Desidero, invece, fare un discorso semplicemente umano, riferito al bene delle persone e della società.

Mi sembra che tutti – quali che siano le loro preferenze politiche o le loro convinzioni – debbano desiderare sinceramente che i matrimoni durino, che non ci siano aborti, che le persone s’impegnino in una relazione di amore stabile: un matrimonio che dura è un valore maggiore che un legame matrimoniale spezzato; un bambino nato è un valore più grande che un bambino non nato; un impegno di amore per sempre è un valore più grande di un amore incerto, sballottato dagli alti e bassi della vita affettiva.

D’altra parte, quando si sono introdotte le leggi sul divorzio e sull’aborto, le si presentavano come scelte necessarie per sanare situazioni di disagio, non come ideali da proporre e da perseguire. È chiaro che un matrimonio stabile immette nella società una preziosa dose di fiducia, di sicurezza, di progettazione e speranza verso il futuro; che garantisce ai figli una crescita più serena, meno tormentata e conflittuale. I figli vedono il mondo attraverso il filtro dei loro genitori: il grande mondo apparirà ai loro occhi amabile e credibile, se il mondo immediato della famiglia apparirà amabile e credibile.

È altrettanto chiaro che un aborto è sempre una sconfitta della donna, che pesa inevitabilmente sul suo vissuto e sulla sua gioia di vivere; e che è sempre una sconfitta della società. Dietro a una scelta di aborto c’è un giudizio, almeno implicito, del tipo: non è bene che mio figlio nasca in queste condizioni. Ma questo vuol dire che la società non è ritenuta sufficientemente umana da garantire le condizioni di vita che permetterebbero a una donna di diventare gioiosamente madre.

La domanda allora diventa: come è possibile favorire la durata del matrimonio, la nascita dei figli, la progettazione di un futuro familiare, l’offerta ai figli di un ambiente familiare caldo e sicuro, la solidarietà tra le generazioni, la cura personale dei malati e degli anziani e così via?

Da queste scelte dipende il futuro e anche il benessere della società (se non nascono figli una società decade e muore; la società ha interesse a che i figli siano allevati in una famiglia con l’investimento economico e affettivo che questa educazione richiede).

In tutte queste scelte ci troviamo di fronte a un conflitto di valori: da una parte i desideri che tendono a una realizzazione personale immediata, dall’altra la responsabilità nei confronti degli altri e della società; da una parte la fruizione di un bene immediato, dall’altra la costruzione paziente e lenta di un bene futuro.

È possibile favorire l’attenzione al bene di tutti, mettendo anche in conto la possibilità del sacrificio di se stessi?

È possibile favorire l’attenzione al bene futuro di altri, anche con la rinuncia a un bene presente nostro?

Sono interrogativi importanti dai quali discende anche il benessere della società. Ci vorranno anche leggi sagge, ma certo esse non basteranno a garantire i comportamenti virtuosi delle persone; non riusciranno a convincere una persona a rinunciare a una realizzazione personale per il bene della società, forse nemmeno a rinunciare a un bene immediato per la speranza di un bene futuro. “Meglio un uovo oggi che una gallina domani” è un proverbio popolare che rispecchia una scala precisa di valori e che, praticato senza troppo discernimento, può creare danni infiniti per le generazioni future; basti pensare ai comportamenti irresponsabili nei confronti dell’ambiente.

***

Abbiamo bisogno di una visione del mondo non meschina, non ripiegata sulla soddisfazione e sul successo personale immediato; solo così potremo giustificare le rinunce che la responsabilità verso gli altri comporta. Noi crediamo nell’Immacolata Concezione di Maria; crediamo, quindi, che l’egoismo dell’uomo sia educabile, che la grazia di Dio sia capace di produrre nel cuore dell’uomo un desiderio efficace di bene non egocentrico, una capacità di sacrificio generosa e disinteressata, una speranza che rimane tale anche di fronte a insuccessi mondani, una fedeltà che affronta vigorosamente la sfida del tempo, una creatività che va oltre la difesa dell’esistente.

Ma naturalmente, se crediamo questo, dobbiamo anche cercare lealmente di viverlo; sarebbe contraddittorio proclamare l’opera della grazia in Maria e negare che questa medesima grazia possa operare anche in noi.

C’è una società da ricreare su una base robusta di responsabilità e di solidarietà; a questo ci provoca e ci conduce la festa di oggi.

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