Omelia per la messa di conclusione della Marcia Nazionale per la Pace

3 gennaio 2014 05:26 4 comments

Di Mons. GianCarlo Maria Bregantini

Cattedrale di Campobasso – 31 Dicembre 2013

diocesicampobassobojano.it

Carissimi fratelli e sorelle,

è con grande gioia che vi accolgo, tutti, in questa bella Cattedrale di Campobasso, al termine della coinvolgente Marcia della Pace, dove abbiamo sperimentato quanto vera sia la fraternità, come via e fondamento della Pace. “Abbiamo affidato il cuore al compagno di strada, senza sospetti senza diffidenze, per guardare innanzi tutto a quello che cerchiamo: la pace nel volto dell’unico Dio. Affidarsi all’altro è qualcosa di artigianale, perché la pace è artigianale”. (cfr Evangelii gaudium, 244)

Mi piace questa definizione di pace, usata poi nel messaggio “Urbi et Orbi” del Natale: “La PACE è ARTIGIANALE. “La pace – precisava – non è un equilibrio di forze contrarie. Non una bella facciata, dietro alla quale restano contrasti e divisioni. La pace è un impegno di tutti i giorni, ma la pace è artigianale, che si porta avanti a partire dal dono di Dio, della sua grazia che ci ha dato in Gesù Cristo“.

Il papa, poi, per questo giorno ci ha dato un tema concretissimo, legando insieme due elementi che noi abbiamo reso con “La fraternità è pace”, rafforzando il tema suggerito con voce profetica. Perché dove c’è pace c’è fraternità, come dove c’è fraternità c’è pace.

Per la nostra comunità diocesana è stato un evento impegnativo, ma fecondo. Ci ha stimolato, ci ha aiutato a crescere, a superare le nostre lentezze, per aprirci ad una dinamica fattiva e che lascerà un segno forte nel cuore della nostra gente. Per questo benedico il Signore, di tutto. Ringrazio come ente promotore la CEI nell’Ufficio Pastorale del Lavoro, giustizia e pace; l’AZIONE CATTOLICA che ha avuto un ruolo importante; ravvivo la nostra stima per Pax Christi, che ha svolto qui il suo annuale solido convegno nazionale chiedendole sempre di mantenere questo ruolo di stimolo a tutta la chiesa italiana e locale; sempre; benedico la Caritas, che ha posto come segno continuativo di questo evento l’apertura della Mensa degli Angeli custodi, per ogni povero e fragile che chiede dignità e pace. Colgo l’occasione di ringraziare vivamente tutta la mia Curia diocesana, che ha portato con me, insieme ad nutrito comitato organizzativo, tutto il peso dell’evento, così ben pubblicizzato dagli organi di informazione, locali e nazionali, che ringrazio della loro costante attenzione e presenza, con SAT 2000, che manda in onda questa celebrazione eucaristica. Tramite questo mezzo, saluto tutti coloro che si sono messi in ascolto della nostra messa, con l’affetto di chi intreccia cuori e volti ben noti, che ci seguono da lontano, anche con la preghiera e l’intercessione reciproca.

Grazie ai vescovi presenti, specie a quelli della CEAM che hanno condiviso con noi questo cammino di speranza, lasciando anche le loro comunità diocesane, per un gesto di fattiva condivisione e unione! Con un saluto affettuosissimo a mons. Bettazzi, che in questo periodo ha celebrato il suo 90 anno di vita e il suo 50 anniversario di episcopato, partecipando a tutte le marce, ben 46, della pace! E grazie a tutti voi, carissimi sacerdoti, suore, laici, giovani tutti, autorità politiche e militari, sia a livello comunale che regionale, che saluto con tanta riconoscenza. Non ci resta che continuare con fiducia su queste piste dl fraternità, in una serie di segni da vivere nel nostro quotidiano, tra la nostra gente, seminando fiducia e pace.

La Parola di Dio, alimentata dal messaggio di Papa Francesco sulla pace, ci aiuta, ora, a raccogliere il grande insegnamento che affido al cuore di ciascuno di voi, in un “lectio” sulla Parola ascoltata, per farla “carne” nella nostra storia, partendo dall’immagine, efficacissima: la pace è “ARTIGIANALE”, che ci impegna, a mio giudizio, in tre immagini, che traggo dalle tre letture bibliche:

- La pace va sempre costruita sotto lo sguardo di Dio, che ci guida e ci sorride;

- cresce come un germoglio, adagio adagio, con tempi lunghi, giorno per giorno;

- è custodita nel cuore di Maria, che medita ed intreccia gli eventi della storia.

 

Sotto lo SGUARDO DI DIO CHE CI GUIDA

Nella prima lettura, è dolcissimo sentire su di noi, come figli, la benedizione del volto di Dio: Il Signore ti benedica e ti custodisca. Faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia. Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace.” Come un papà che guarda ai suoi figli, li benedice, li custodisce!

Quel sorriso di Dio ci attrae. Ci coinvolge tutti. Perché tutti ci sentiamo “benedetti, custoditi, amati”.

La pace nasce da questa sicurezza. Sentire che risplende su di noi il suo VOLTO di luce, il suo sorriso!

Con tre precise conseguenze nella nostra vita di fraternità:

a) pregare molto, per imparare da Dio il suo stile di gratuità e di amore ai nemici Il volto di Dio infatti è il volto di quel Padre che “fa sorgere il suo sole sui buoni e sui cattivi e dona la sua pioggia ai giusti e agli ingiusti”. Per tutti ha un volto di pace, un sorriso d’amore. Al di là dei nostri meriti.
La preghiera a questo serve: ad acquisire, con fiducia, quel suo volto di gratuita, imparando da lui!

b) avere anche noi un volto di luce per i nostri fratelli. E’ quel volto di empatia che crea la concreta fraternità e pace! Si fa lo sguardo del Buon Samaritano: “passandogli accanto, lo vide e ne ebbe compassione” (Lc 10,33). E’ il vedere e l’intervenire. E’ lo stile di don Milani, con il suo perenne I care! La fraternità parte sempre dallo sguardo con cui io guardo i miei fratelli. Costruiamo allora ponti e non muri, aratri e non lance. Soprattutto lottiamo reciprocamente per il lavoro dei giovani, come segno di una pace fondata sulla vera fraternità, nella condivisione del lavoro: lavorare meno, per lavorare tutti! Chi ha, più dà; chi meno ha, più riceve!

c) Cos’è la guerra? È invece quel volto girato altrove, che non si cura del fratello, del sacerdote e del levita, che non segue, che non guarda. Facciamo come Caino: “sono forse lo il custode di mio fratello, cioè colui che lo guarda, lo segue, lo difende”? Da qui, la cultura dell’indifferenza, il dramma di Lampedusa, le bocche cucite, i muri dei centri di accoglienza che si fanno sempre più alti!
Con due segni, efficaci:

La giornata di digiuno e di preghiera del 7 settembre ha dimostrato che è efficace la preghiera, il volto dell’uomo che si rivolge al volto di Dio e ne richiede la benedizione. Si è constatato a livello mondiale che realmente “la fraternità spegne la guerra”. (messaggio del papa, n.7)

I missili già puntati si sono spenti. Chi aveva ordito la trama iniqua della guerra, si è visto isolato. La fraternità ha spento realmente la guerra. Quello che quel giorno è avvenuto, potrà avvenire ancora se ci crediamo. Anche nei rapporti interpersonali e non solo in quelli internazionali.

È qui sepolto, in questa nobile cattedrale, un Vescovo, mons. Secondo Bologna, che si è offerto vittima di pace. Ne avete la biografia essenziale nello zaino del pellegrino. Era stato ufficiale dell’esercito italiano prima di essere ordinato prete a Cuneo, sua città natale, poi fatto vescovo di Campobasso – Bojano nel 1940, diventato di fatto l’unico punto di riferimento operativo e morale dopo il drammatico 8 settembre 1943. Lui intuisce, da esperto nella realtà militare, che la nostra città, agli inizi dell’ottobre 1943, avrebbe potuto ridursi ad un cumulo di macerie, nello scontro terribile tra i Tedeschi in fuga e gli Alleati in avanzata. Da qui, da questa precisa convinzione, egli intavola una serie di trattativa tra le parti, purtroppo tutte fallite nella gelida risposta: “Eccellenza … la guerra è guerra!”.

Allora, compie quel gesto che ci viene suggerito dalla Bibbia: si offre vittima di pace e nella messa del 10 ottobre, domenica, qui in cattedrale, innalza al cielo, al volto di Dio, una supplica: “Signore, se per la salvezza di Campobasso occorre una vittima, prendi me, ma salva il mio popolo!”. E in quella stessa sera, mentre in cappella del Seminario recita il santo rosario, una bomba lanciata dall’esercito canadese esplode proprio nella cappella e lo uccide con le schegge che gli trafiggono il capo, insieme ad una suora, Lucia, che pregava accanto a lui.

Ma la sua morte di fatto indusse sia i Tedeschi che gli Alleati a non infierire contro la città, che si vide liberata dalle distruzioni e vendette, proprio per il sangue e la preghiera del santo Vescovo mons. Bologna!

E’ la perenne dimostrazione che è il volto di Dio a donare pace con il suo sorriso di benedizione e di vita!

 

Il GERMOGLIO, cioè la pace che richiede tanto tempo

Per costruire la pace occorre tanto tempo. Non la si improvvisa mai, ma la si prepara con cura, con amore, fin nei particolari, tramite relazioni costruite con amore. Con la stessa tenerezza, una montagna di tenerezza, con cui Maria realizzò le povere fasce della grotta di Betlemme. Ma proprio quella tenerezza ha trasformato una dimora per animali in una casa luminosa, la casa di Gesù. (cfr E.G., 286).

Ci vuole cioè pazienza infinita, per costruire la pace, giorno per giorno, fedelmente, con tenacia e caparbietà. Da qui, l’importanza dei piccoli passi, come in una marcia, fatta insieme ai compagni di strada. E’ la forza del germoglio, che ci viene dalla contemplazione del “piccolo” Bambino Gesù, icona di questo Natale. Quel bambino che è nato anche lui senza documenti, lungo una strada, fuori dai controlli legali, da due genitori in precarietà, costretto poco dopo a scappare davanti alla polizia. Questo è il Natale, non caramelloso, ma vero, da contemplare con amore. La pace esige tempo, più tempo che spazio.
Papa Francesco, sulla scia della Pacem in terris, delinea ben quattro principi (E.G., 222-225) per costruire la pace sociale: il tempo è superiore allo spazio; l’unità prevale sul conflitto; la realtà è più importante dell’idea; il tutto è superiore alla parte. Il primo è appunto questo: il tempo è superiore allo spazio: “Questo principio permette di lavorare a lunga scadenza, senza l’ossessione dei risultati. Dare priorità allo spazio porta a diventare matti per risolvere tutto nel momento presente. Dare invece priorità al tempo significa occuparsi di iniziare processi più che di possedere spazi. Il tempo ordina gli spazi, li illumina e li trasforma in anelli di una catena in costante crescita, senza retromarce. Si tratta di privilegiare azioni che generano nuovi dinamismi nella società e coinvolgono altre persone e gruppi che le porteranno avanti, finché fruttifichino in importanti avvenimenti storici. Senza ansietà, però, con convinzioni chiare e tenaci.” (E.G., 223). E’ il passaggio cioè dall’essere schiavi a quello di diventare FIGLI. E’ una strada lunga, come lungo è il tempo che richiede il perdono, la fiducia nel quotidiano, la forza delle idee nelle scuole, nelle università, per imparare a stimare tutti i popoli, per apprendere l’arte, non della guerra, ma della pace, dell’amore.

In questo tempo superiore allo spazio si innesta una splendida figura che ci ha lasciato in questo mese, il 5 dicembre: NELSON MANDELA (1918-2013).

Quest’uomo è una vera icona della pace. Ha tracciato, con infinita tenacia e su un tempo lungo, nuove vie di fraternità e di riconciliazione, poiché ha attraversato tutte le tentazioni che hanno segnato, anche con tristezza e gemito, l’intero novecento: ha vissuto in prima persona il tempo della lotta, ha sentito il tempo della resistenza, ha sofferto l’incomprensione di molti quando ha iniziato il tempo del negoziati, per giungere infine al tempo della ricostruzione e della riconciliazione. Tenacissimo, forte negli ideali di lungo corso!
Scrive in una sua pagina autobiografica:

“Ho sempre saputo che nel fondo di ogni cuore umano albergano pietà e generosità. Nessuno nasce odiando i propri simili. Gli uomini purtroppo imparano ad odiare. Ma se possono imparare ad odiare, possono anche imparare ad amare, perché l’amore, per il cuore umano, è più naturale dell’odio!”.

Basa la sua azione di riconciliazione sulla lotta contro la paura reciproca: i bianchi contro i neri e i neri contro i bianchi. Costruisce sulla fiducia la sua azione per la fraternità, distruggendo nel cuore quel sistema che aveva generato l’apartheid, “ridestando fierezza” e immettendo nel cuore di ogni figlio dell’Africa il concetto fondativo della stima di sé e della responsabilità, per essere protagonisti del proprio destino. Certo, occorre tempo, tenacia, autorevolezza morale, intelligenza strategica, lungimiranza politica.

Soprattutto questo ci insegna l’arte di passare dalla schiavitù alla figliolanza: la lungimiranza. Lo schiavo ha prospettive corte, meschine, limitate. Il figlio, invece, guarda lontano, alza il capo. E nel liberarsi, libera tutti. Per cui, il cammino pur lungo, risulta liberante per tutti, tutti liberi dalla schiavitù della paura: “l’oppresso e l’oppressore sono entrambi derubati della loro umanità. Da quando sono uscito dal carcere, è stata questa la mia missione: affrancare oppressi e oppressori. Perché la libertà non è soltanto spezzare le proprie catene, ma anche vivere in modo da rispettare e accrescere la libertà degli altri”.

Ecco, allora il frutto di terribili 27 anni di carcere: imparare dal proprio dolore a creare strade di riconciliazione. E’ quello che abbiamo vissuto nella commovente sosta al carcere della nostra città, dove operano circa 180 volontari, in aiuto al cappellano. E’ come ricostruire la fraternità, fondamento della pace.

La storia, così, è piena di strade che si incontrano, di uomini che dialogano e di ferite che si possono guarire, perché ogni ferita di sangue possa realmente diventare una feritoia di luce, come abbiamo sempre rivissuto nella nostra storia personale e nella nostra diocesi, qui in Molise, come prima in Calabria.

E’ infatti il tempo che permette di trasformare le ferite in feritoie di grazia. Da schiavi a figli! Il tempo che supera lo spazio! Fiorisce allora il perdono e purifica la Memoria.

 

IL CUORE CHE CUSTODISCE

Nella pace riceviamo ciò che veramente siamo. Ricostituire la pace nel tessuto umano e culturale, sopra esaminati, significa accogliere l’invito divino più grande: restare nell’Amore di Dio!
La strada, lo stile di questa accoglienza ci è indicata da MARIA di Nazareth, in questa splendida icona del vangelo odierno: “Tutti quelli che udivano, si stupivano delle cose dette loro dai pastori. Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose e le meditava nel suo cuore”. (Luca 2,19).

Maria compie due gesti indispensabili per ricostruire la fraternità e la Pace. Come avvenne ad Assisi, quando il terremoto fece crollare un bel tratto di affresco, all’inizio della basilica superiore. I tecnici, per prima cosa, raccolsero tutti i pezzettini, anche microscopici, che trovarono a terra. Poi, li rimisero in perfetto ordine, ricomponendo l’affresco, in tutta la sua bellezza, pur se ferito!
Ecco, questo è lo stile della pace, che Maria di Nazaret,nella grotta di Betlemme, ci insegna. Prima di tutto, non buttare via nulla della propria vita, della propria famiglia o comunità o territorio. Tutto è prezioso, tutto importante. Nulla vada a finire nel cestino. E’ la STIMA per ogni persona, per ogni luogo, per ogni tempo della nostra vita.

Poi, l’altro gesto, che San Luca, nel suo vangelo sottolinea, è il verbo preziosissimo: “simballein”. Che è il verbo che ci insegna l’arte del ricomporre, del mettere insieme con pazienza infinita tutti i pezzetti del puzzle. Cioè ridare vigore, colore e sapore ad ogni frammento, in un nuovo disegno che permetta di creare un nuovo orizzonte. Per cui, anche i momenti negativi, le tristezze, i peccati, le guerre, le cadute ci insegnano e si fanno scuola. Ecco, perché non ha senso costruire aerei che sono pensati per distruggere, costosissimi che scompaginano un bilancio, se è vero che un solo F35 costa 130.000.000 di euro! Uno solo! Per distruggere. Quanti trattori si potrebbero costruire con lo stesso denaro. Quante aule scolastiche, quanti ospedali!

Scuola di vita, appunto, come la viveva don Lorenzo Milani che si fa maestro di pace, a Barbiana, come leggiamo nella celebre sua orazione di difesa davanti ai giudici: L’obbedienza non è una virtù!. Scrive queste meravigliose pagine in difesa della scuola, consapevole che guerra o pace si maturano dentro le aule scolastiche, attorno al tema della VERITA’, primo pilastro della pace, come abbiamo appreso nella sosta presso la nostra importante Università del Molise: “La scuola siede fra il passato e il futuro e deve averli presenti entrambi. E’ l’arte delicata di condurre i ragazzi su un filo di rasoio: da un lato formare in loro il senso della legalità e dall’altro la volontà di leggi migliori, cioè di senso politico.

Il ragazzo infatti decreterà, un domani, leggi migliori delle nostre. Allora, il maestro deve essere per quanto può profeta, scrutare i segni dei tempi, indovinare negli occhi dei ragazzi le cose belle che essi vedranno chiare domani e che noi vediamo solo in confuso”.

Si riscopre così un altro dei quattro principi che papa Francesco pone per la pace : l’unità prevale sul conflitto! Questa è l’arte di Maria di Nazareth, vera maestra di vita nel suo saper ricomporre in un disegno sempre profetico ogni frammento della nostra storia.

“Questo criterio evangelico ci ricorda che Cristo ha unificato in se tutte le cose: cielo e terra, Dio e uomo, tempo ed eternità, carne e spirito, persona e società. Il segno distintivo di questa unità e riconciliazione di tutto in sé è la pace. Cristo è la nostra pace” (Ef 2,14). Perciò, se andiamo a fondo in questi testi biblici, scopriremo che il primo ambito è la propria interiorità, la propria vita, sempre minacciata dalla dispersione dialettica. Con cuori spezzati infatti sarà difficile costruire un’autentica pace sociale” (n.229).

Tante guerre sono nate proprio da qui, da un risentimento, un armistizio ingiusto, come quello al termine della prima guerra mondiale, a Versailles, la inutile strage come l’aveva definita papa Benedetto XV, il 1 agosto 1917. Ecco perché diciamo un NO secco alle “missioni di pace con le armi”! Si scelga invece la strada dei “caschi bianchi”, cioè una presenza di giovani che aiutano, in un volontariato intelligente, nei musei, nella cooperazione agricola, nella scuola, nell’assistenza ai ragazzi! Così si insegnerà l’arte della pace! Queste saranno le vere missioni di pace! Ed il loro frutto resterà perenne nel cuore dei poveri e dei diseredati. Cioè riconciliare i cuori per riconciliare i popoli. Il No alla guerra è allora il Si all’uomo! Solo chi porta la Pace in mezzo al mondo è degno di essere chiamato uomo, perché egli fa del suo simile un prossimo e del suo prossimo, un fratello!

Eccoci così al cuore di questa marcia: riconoscerci e vivere da fratelli, poiché siamo FIGLI dello stesso Padre Celeste. Per noi, di Campobasso, è proprio il programma pastorale dell’anno che viviamo! Allora sarà veramente la città della pace, per tutto il 2014! Una meta ambiziosa ma limpida, come le cime del Matese!

 

In conclusione

Ripercorriamo i luoghi visitati in questa marcia a Campobasso e comprenderemo che la Pace:

- è intercessione e preghiera insistente;
- è scuola di fraternità già nelle aule scolastiche e nel lavoro condiviso;
- è risanare le nostre ferite perché divengano feritoie già in un carcere, in un passato redento;
- è accoglienza di tutti, per vincere la cultura dell’indifferenza e dello scarto;
- è sguardo al volto di Dio e al cuore di Maria, per imparare da loro a stimare, senza permalosità negative, ogni persona.

“La fraternità ha bisogno di essere scoperta, amata, sperimentata, annunciata e testimoniata. Ma è solo l’amore donato da Dio che ci consente di accogliere e di vivere pienamente la fraternità!” (messaggio, n. 10)

La Pace allora è proprio il mondo che attende di attuarsi. Però l’apice della sua realizzazione è e rimane sempre la PERSONA, come ci ha insegnato lo studio accurato della Pacem in Terris.
Con affetto e gratitudine, + p. GianCarlo, vescovo

Campobasso, 31 dicembre 2013

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