Attenzione al “Fumo di satana” che fu denunciato da Paolo VI: rischia di tornare nel tempio di Dio

10 gennaio 2014 21:37 1 comment

Di Antonio Socci

9 gennaio 2014

antoniosocci.com

Il gesuita Antonio Spadaro è intervenuto sul “Corriere della sera” per spiegare che “il Papa non ha ‘aperto alle coppie gay’ come hanno titolato alcune agenzie. Il Papa non sta legittimando proprio nulla: nessuna legge, nessun comportamento che non corrisponda alla dottrina della Chiesa”.

Parole finalmente chiare. Infatti è Gesù stesso nel Vangelo a insegnare ai suoi apostoli a dire sì, se una cosa è sì, e no se è no: “il resto viene dal Maligno” (Mt 5,37).

Però se servono di continuo precisazioni e smentite vuol dire che i sì e i no sono vaghi e qualcosa deve essere messo a punto. Anche perché in tanti tirano la tonaca al nostro caro papa Francesco (Scalfari per esempio) e troppi ne travisano il messaggio.

Spadaro – fatta la salutare smentita – ha provato a dare la sua interpretazione del magistero del papa per scongiurare altri fraintendimenti. C’è riuscito? No. Ecco perché.

Dottrina Spadaro

Ha detto che l’urgenza del momento è “la sfida educativa”. Una storia vecchia. Poi ha indicato un preciso target che dovrebbe essere al centro delle cure della Chiesa: “i figli di genitori divorziati e i figli si trovano a vivere avendo come riferimento domestico due persone dello stesso sesso”.

Il primo caso in effetti riguarda tanti ragazzi. Il secondo caso è statisticamente minimo e solo una certa subalternità culturale alle mode del momento può considerarla un’urgenza. Sarebbe più sensato dire che la Chiesa deve avere cura speciale di tutti i giovani. Tutti.

Ma, secondo Spadaro, la Chiesa – con quei due tipi di giovani – sarebbe davanti a una sfida inedita e dovrebbe elaborare una nuove strategie pastorali.

A me pare superficiale presentare come una novità assoluta l’esistenza di nuclei familiari non tradizionali: c’erano già nei primi tempi cristiani, sotto l’Impero romano e fra i popoli barbari, così come nelle terre di missione, nel corso dei secoli fino ad oggi (dove da sempre vige pure la poligamia).

Perfino i matrimoni fra persone dello stesso sesso c’erano già 2000 anni fa, per l’élite imperiale. Nerone fece due matrimoni pubblici con uomini, una volta nella parte della moglie e una volta in quella del marito (secondo Svetonio prese come moglie lo schiavo Sporo dopo averlo fatto evirare). Anche l’imperatore Eliogabalo, secondo la Historia Augusta, sposò un uomo facendo la moglie.

Di fronte ai costumi antichi non risulta che gli apostoli abbiano escogitato strategie pastorali per ogni caso, né che si siano chiesti “chi sono io per giudicare?”.

Anzi, Paolo usò parole durissime e mise in guardia i cristiani dal conformismo delle mode e dalla cultura mondana. Lui voleva sapere una sola cosa: “Cristo crocifisso”. Che era considerato “una stoltezza” dal mondo pagano.

Era disprezzato già agli inizi, non solo oggi come crede Spadaro. Ma ciò non indusse gli apostoli e san Paolo mettere la sordina ai “princìpi” come sembra suggerire Spadaro. Infatti proprio con quella “stoltezza” i cristiani conquistarono il mondo al Vangelo.

Erano cristiani con una fede certa. Che forse a Spadaro non andrebbero bene visto che ha parole sprezzanti per la “piccola ed eletta schiera di ‘puri’ ” cioè i cattolici fedeli.

Vogliamo una Chiesa dove quelli più fedeli sono estromessi e perseguitati, dove la Madonna è coperta di sarcasmi perché a Medjugorje “parla troppo”, mentre i vecchi arnesi del cattoprogressismo moderinista la fanno da padroni e da inquisitori?

Spadaro fa poi un’altra osservazione: “Anni fa, parlando agli educatori, Bergoglio aveva scritto che le scuole cattoliche ‘non devono in alcun modo aspirare alla formazione di un esercito egemonico di cristiani che conosceranno tutte le risposte, bensì devono essere il luogo in cui tutte le domande vengono accolte, e dove, alla luce del Vangelo, si incoraggia la ricerca personale’ ”.

Flash interessante, che però può essere interpretato erroneamente. Perché il cristianesimo non è la ricerca, ma è la Risposta diventata carne. L’errore da non ripetere è quello del post-Concilio quando si sostituì la fede con il dubbio e con l’incertezza. Cosa che portò al crollo più devastante della storia della Chiesa.

 

Il grido di Paolo VI

Fu Paolo VI a denunciarlo, nel celebre discorso sul “fumo di Satana” del 1972:

“Io debbo accusare la sensazione che da qualche fessura sia entrato il fumo di satana nel tempio di Dio. C’è il dubbio, l’incertezza, la problematica, l’inquietudine, l’insoddisfazione, il confronto, non ci si fida più della Chiesa. Ci si fida del primo profeta profano che viene a parlarci da qualche giornale o da qualche moto sociale per rincorrerlo e chiedere a lui se ha la formula vera della vita. E non avvertiamo di essere invece già noi padroni e maestri, è entrato il dubbio nelle coscienze, ed è entrato per finestre che invece dovevano essere aperte alla luce; nella Chiesa regna questo stato di incertezza”.
Sarebbe tragico se oggi tornassimo a quella situazione cupissima da cui ci hanno faticosamente portato fuori Karol Wojtyla e Joseph Ratzinger.

Proseguendo il discorso del 1972 Paolo VI faceva questa constatazione:

“si credeva che dopo il Concilio sarebbe venuta una giornata di sole per la storia della Chiesa. È venuta invece una giornata di nuvole, di tempesta, di buio, di ricerca, di incertezza”.

E Paolo VI indicò una causa satanica:

“qualcosa di preternaturale venuto nel mondo proprio per turbare, per soffocare i frutti del Concilio e per impedire che la Chiesa prorompesse nell’inno della gioia di aver riavuto in pienezza la coscienza di sé.

Noi vorremmo comunicarvi questo carisma della certezza che il Signore dà a colui che lo rappresenta anche indegnamente su questa terra”.

Le parole di Giussani

All’unisono con questo “carisma della certezza” che deve avere il successore di Pietro (lo dice Paolo VI), furono le parole di don Luigi Giussani:

“Questa è l’ombra più grave: è stato eretto e insegnato, e magari dal pulpito, che l’incertezza sia una virtù e che la certezza sia una violenza. Come se Dio fosse diventato uomo, fosse venuto in mezzo a noi per aumentare le nostre incertezze; eravamo capaci da soli di inquietudini e di confusioni! Egli è venuto dicendo: ‘Io sono la luce del mondo’…. Il recupero di questa certezza è l’opera che il Concilio si aspetta da chi lo medita e gli obbedisce con cuore fedele”.

Proprio in don Giussani, uomo di Dio sensibile alle domande degli uomini (per questo si appassionava a Leopardi, Pavese o Kafka), troviamo il modo giusto di interpretare l’invito di Bergoglio a una Chiesa come “luogo in cui tutte le domande vengono accolte”.
Infatti Giussani, che ha portato davvero l’annuncio alle “periferie esistenziali”, che partì proprio dalla scuola e dal problema educativo dei giovani e ne guidò migliaia alla fede certa, spiegava: “condividere il bisogno è l’unico modo per leggerlo, ma la lettura sarebbe mondana se non partisse dalla tradizione cristiana… l’inizio della presenza dentro l’ambiente non è l’ambiente, ma qualcosa che viene prima… l’annuncio non viene dalla nostra intelligenza nel dirimere le questioni, ma viene prima, è qualcosa che ci è dato”.

È Gesù Cristo. Infatti Giussani conclude: “quando si dimentica che Cristo è la chiave di tutto, il cristianesimo diventa zero. La mentalità mondana si inserisce in noi per la paura di essere in minoranza, di non essere considerati al passo”.

Dunque serve rileggere Paolo VI e Giussani più che Spadaro. Del resto Bergoglio apprezzò molto i libri di Giussani, il quale aveva spiegato perfettamente (con anni di anticipo) l’idea della Chiesa come ospedale da campo: “quell’ammalato che si doveva alzare, punta sui gomiti e non riesce. Ma se va lì sua madre o sua moglie o un’infermiera o il medico o un amico, e lo prende sotto braccio, poco o tanto può riuscire a camminare. Questa è l’immagine dell’uomo che cammina secondo il pensiero cristiano: l’uomo non può camminare se non abbracciato, se non sostenuto da Gesù Cristo. Dio è venuto nel mondo proprio esattamente per prenderci e farci camminare”.

Da meditare e imparare.

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