Benedetto e Francesco, uno sguardo più realistico

16 gennaio 2014 03:20 9 comments

Di Francesco Agnoli

11 gennaio 2014

lanuovabq.it

Con Francesco Agnoli prosegue la serie di interventi seguiti allo scambio di lettere tra Mario Palmaro e Riccardo Cascioli sul “Fumo di Satana nella Chiesa.

“In Gesù è la regola e la dottrina che dobbiamo tenere; perchè egli è la via, la verità e la vita. Per cui leggendo in lui, libro della vita, camminiamo sulle retta via, e unicamente ci dedichiamo alla gloria di Dio nella salvezza del nostro prossimo” (Santa Caterina da Siena)

Ci sono letture, di questo inizio pontificato, che non comprendo. Forse è ancora presto per parlare, ed anche quanto andrò a dire si rivelerà falso o incompleto, domani. Però cercherò di inquadrare i fatti attuali, secondo la mia personale lettura (che è ancora molto confusa ed incerta).

Bisogna partire, anzitutto, dal pontificato di Benedetto XVI. La sua nomina generò, in tanti cattolici, grandi speranze, e destò d’altra parte, immediatamente, l’odio dei media. Ratzinger, infatti, era conosciuto dagli uni e dagli altri. I media avversi scelsero l’unica strategia che, dinnanzi ad un nome così, con quella storia e quel ruolo, potevano scegliere: quella dello scontro frontale. Impossibile, infatti, truccare e travestire un volto già conosciuto, già ben definito. Di qui attacchi continui e inverecondi, sopportati con grande fede, dignità, umiltà.

In tanti invece, esultammo, sperando sia in una riforma della curia e del governo, sia in una ripresa di attenzione per la dottrina. Grande fu anche l’aspettativa in campo liturgico: papa Benedetto sembrò a molti colui che avrebbe portato avanti la “riforma della riforma”, cioè un ritorno al senso del sacro, e l’ attuazione vera di tanti spunti positivi presenti nel movimento liturgico di primo Novecento, nel rispetto, o meglio nella riproposizione, di alcuni capisaldi del vecchio rito latino. Ci si aspettava, insomma, non tanto un ritorno alla liturgia antica in sé e per sé, e neppure alla lingua latina, quanto ad un po’ di latino (per sottolineare il legame con la tradizione e l’universalità del cattolicesimo) e, soprattutto, ad alcune sottolineature della sacralità e del carattere sacrificale della messa.

Ma la riforma della riforma non venne. Benedetto XVI, pontefice di rara intelligenza, di immensa mansuetudine e bontà, di vita semplice e umile, si limitò, mi si passi il termine, al Motu proprio Summorum Pontificum. Senza di fatto celebrarlo mai pubblicamente, senza accompagnarlo con disposizioni vincolanti, senza un disegno di vera integrazione nella vita della Chiesa di tutti i giorni. Il bambino fu dunque partorito, e lasciato solo… dimenticando che avrebbe portato con sé, in questo modo, una profonda spaccatura e una lotta interna alla Chiesa deleteria (di ciò i poveri Francescani dell’Immacolata sono stati le più illustri vittime). Legato in parte a questo tentativo solo abbozzato di una riforma liturgica, il desiderio di riallacciare i rapporti con la Fraternità san Pio X: tentativo perseguito dal Papa con impegno, ma naufragato anche per causa di opposizioni esterne ed interne così forti da risultare schiaccianti e determinare il nulla di fatto. O peggio (perché i lavori iniziati e lasciati a metà portano con sé strascichi rovinosi…).

Nel campo del governo, il buon Benedetto rivelò di non essere uomo di azione: basterebbe ricordare gli innumerevoli guai che alla Chiesa ha causato l’attivismo frenetico e superficiale del segretario di Stato Tarcisio Bertone. Ma si possono anche rievocare altri fatti: la fine dell’ottimo Gotti Tedeschi, prima chiamato allo Ior e poi sacrificato senza che se ne capisse il motivo; la nomina di Gianfranco Ravasi prima a cardinale, poi a presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra e del Consiglio di Coordinamento fra Accademie Pontificie; la nomina, per stare ad un nome di questi giorni, di Braz de Aviz (simpatizzante della teologia della Liberazione e di sant’Egidio, e oggi grande persecutore dei Francescani dell’Immacolata) a prefetto della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica e a cardinale…

Riguardo ai principi non negoziabili, Benedetto ci ha lasciato invece un grandissimo e geniale patrimonio di riflessioni e di discorsi, un vero tesoro, ma ben poco è stato fatto, durante il suo pontificato, dai suoi collaboratori, per trasformare in azione e cultura tale magistero. Infatti, all’indomani della grande occasione offerta su un piatto d’oro ai cattolici dai radicali – mi riferisco al referendum del 2005 – nessuno ha voluto raccogliere l’esercito che si era radunato tra il 2004 e il 2005, per organizzarlo e renderlo operativo anche per il futuro.

Anche nel campo delle nomine, la scelta di monsignor Vincenzo Paglia al Pontificio Consiglio per la Famiglia, non ha significato certo un passo avanti deciso nella lotta pro life e pro famiglia; come pure la nomina del cardinal tedesco Rainer Maria Woelki, che si è schierato per i matrimoni gay, senza essere ripreso da nessuno; oppure la scelta di Rubén Salazar Gómez, nominato cardinale subito dopo essersi pubblicamente espresso per la legalizzazione dell’aborto nel suo paese, la Colombia…

Solo questo? No, anche tantissime cose positive, anche in fatto di governo: dalle nomine americane, suggerite in parte, a quanto sembra, dal cardinal R. Burke e capaci di dare una svolta positiva all’episcopato statunitense; ad alcune pregevoli nomine italiane (Negri, Camisasca, Moraglia..); alla rimozione di tanti vescovi indegni; alla scelta di Ouellet alla Congregazione dei vescovi…
Grandissima anche la forza con cui l’anziano pontefice ha affrontato la tempesta spaventosa della pedofilia nella Chiesa, ricaduta sulle sue spalle, nonostante proprio Ratzinger fosse stato, anche da cardinale, il più attento al problema (nell’incuria generale… della Curia sodaniana).

In politica? Come non ricordare il flop di Todi 1 e 2, o la benedizione di Mario Monti, realizzata tramite l’operato tanto assiduo quanto incauto del cardinal Bertone (artefice dei ripetuti e stonatissimi incontri, pubblicizzati a suon di tromba dal Corriere, tra Monti stesso e il Papa).

Quanto infine all’ideologia del gender, oggi di grande attualità, anche in questo caso i bellissimi discorsi in merito sono rimasti lettera morta, per la mancanza di operazioni concrete e di cinghie di trasmissione (mancanza dovuta da una parte alla timidezza e allo scarso spessore di svariati pastori, dall’altro al clericalismo e all’ignavia di molti laici).

In questa situazione sono maturate le dimissioni di un uomo stremato, dai nemici esterni e interni, fiaccato dalle congiure e dell’età (e chissà cosa d’altro). Dimissioni che hanno lasciato un po’ di amaro in bocca a chi avrebbe voluto che si evitasse quantomeno l’ambiguità della copresenza di due persone chiamate con lo stesso nome: il nuovo papa e il “papa emerito” (chissà perché questa scelta di Benedetto?). Dimissioni che hanno lasciato tanti, che lo amano, orfani, delusi, tristi. E anche un po’ maldisposti, a priori, verso il suo successore, chiunque fosse…

 

Così si arriva il 13 marzo 2013 alla elezione di papa Francesco (eletto cardinale da Giovanni Paolo II). Elezione subito salutata dai media con grande clamore, benché in verità, chi fosse Francesco, lo sapessero in pochi.

Francesco ha subito riscosso un certo successo, per molti motivi. Alcuni hanno visto in lui, semplicemente, la speranza di una pagina nuova, dopo gli scandali ripetuti; altri la naturale simpatia umana di un anziano pastore che alla sua età sprizza una forza e una gioia che contrastano con la stanchezza dei tempi, con quest’epoca di vecchiezza spirituale diffusa; altri hanno apprezzato i modi semplici, latini, cordiali, la spontaneità, diversa dalla timidezza mite di Benedetto; altri ancora il suo modo di parlare semplice, da parroco, le sue prediche brevi, spesso incisive, pronunciate con una voce ora dolce ora forte…
Nel campo di certi media, però, il successo è stato dovuto, soprattutto, ma non solo, ad altro. Di lui, come ripeto, si conosceva ben poco, ma Francesco era noto almeno per essere stato l’ “oppositore” di Ratzinger nel conclave precedente. Un’immagine un po’ distorta, in verità, come tante altre, se è vero come sembra che l’allora cardinal Bergoglio fu scelto molto presto dai “martiniani” non tanto come prima scelta, quanto, dopo un po’, come l’unico che avesse un pugno di voti, suscettibile di crescere, e quindi come l’unico cavallo alternativo a Ratzinger stesso. Immagine distorta, lo ribadisco, perché come è noto fu proprio Bergoglio, molto presto, a chiedere di spostare i suoi voti su Ratzinger.

Ma tant’è: il suo essere gesuita, come Martini; il suo essere stato presentato come il candidato martiniano nel 2005; il suo venire dall’America latina… hanno aperto molte porte nel mondo mediatico della sinistra (molte si chiuderanno presto, perché ogni Papa, secondo il detto, ha “la sua domenica delle Palme e il suo venerdì santo”). Altre porte furono aperte da alcune frasi sibilline, e, a mio giudizio, criticabili, e da varie interpretazioni forzate e fasulle. Si disse, per esempio, che avrebbe rinunciato a proclamarsi papa, perché si era presentato come il “vescovo di Roma”; si aggiunse che, appena nominato, Francesco avrebbe detto al cerimoniere di Benedetto XVI, Marini, di non volere certi paramenti perché “da carnevale”: la frase girò a destra e a sinistra, ma era falsa. Infatti nella camera della vestizione entrano solo il papa e il cerimoniere, per cui nessuno avrebbe potuto udire e riferire quella frase (che, come è evidente, non ci fu affatto). Poi si disse che il Papa aveva deciso di rottamare lo stesso Marini e che presto avrebbe in generale contrastato il Motu proprio sulla liturgia del suo predecessore. Anche questo sarà in parte smentito dai fatti successivi, in particolare dalla scelta di monsignor Guido Pozzo, già grande e attivo difensore del Motu proprio, come segretario della Pontificia commissione “Ecclesia Dei”.

Da allora le interpretazioni tendenziose dell’operato di questo Pontefice si sono susseguite ad un ritmo vertiginoso. Come si diceva, infatti, un volto conosciuto non si può truccare, ma uno nuovo sì: occorre farlo, appena possibile, il più in fretta possibile. Con quanti chili di trucco non si è ancora ben capito. Occorre strumentalizzare il pontificato ab initio. Infatti l’avversario, lo insegna la storia, si può combattere in due modi: o attaccandolo frontalmente, o blandendolo e facendosi interpreti auto-autorizzati delle sue parole (e, certo, approfittando anche di alcune frasi ambigue perché tronche, pronunciate a braccio, incomplete, oppure estrapolate dal contesto).

Delle parole di Francesco, talora forse poco calibrate, almeno mediaticamente parlando, si sono fatti subito interpreti personaggi improbabili come Alberto Melloni, sempre pronto a vivere del suo ruolo di vaticanista del Corriere, e quindi abilissimo a portare avanti la sua opinione, ma, proprio come il Corriere, sempre di opposizione e di governo: stare qua e là, infatti, è il miglior modo per essere qualcuno, per contare; per essere temuto e blandito (non si dimentichi che Melloni, prima di diventarne uno dei tanti detrattori, scrisse, all’inizio del pontificato di Benedetto XVI, un libro, “L’inizio di papa Ratzinger”, in cui affermava di credere che Ratzinger avrebbe dato una “svolta” positiva, cioè melloniana, alla Chiesa).

Oppure Eugenio Scalfari. La cui lunga intervista ha generato giustamente, in molti, compreso il sottoscritto, sconforto profondo, ma si è poi rivelata per quello che era: una imprudenza (di chi? Del papa argentino, che forse fino a ieri non sapeva neppure chi Scalfari fosse, o di qualche suo consigliere italiano?), e una bufala. Scalfari stesso, infatti, dopo esservi stato costretto, ha ammesso di averla fatta senza taccuino né registratore, e di essere andato a memoria, con una certa libertà. Ma dopo un po’ di sana vergogna, è tornato alla carica, recentemente, per dire che il papa che parla spesso di misericordia (il cuore che si dà ai miseri, ai peccatori pentiti), di diavolo e di confessione… avrebbe nientemeno che abolito… il peccato. Forse è l’unico modo che ha Scalfari, dopo la figura da cioccolataio che ha fatto dinanzi al mondo (un giornalista che fa le interviste così, è da barzelletta), di tirar acqua al suo mulino. Prima, è inteso, di invertire la rotta, quando il gioco si rivelerà non più gestibile (come fecero, del resto, i media massonici dell’epoca con il Papa prima liberale ed osannato, poi mostrificato, di nome Pio IX; o, benché il discorso sia ben diverso, con Paolo VI, bravo ed encomiabile prima, pessimo e denigrato ovunque, dopo l’Humanae vitae…).

Ma non solo Melloni, Scalfari e compagnia… Abbiamo visto, in questi tempi, persino tanti ecclesiastici pronti a saltare sul carro del vincitore, come novelli gattopardi (per conservare un posto a se stessi); ne abbiamo visti altri, eterodossi quanto altri mai, lodare in modo sperticato e fastidioso il Papa: preti che parlano molto di poveri, senza praticare la povertà; che si riempiono la bocca delle aperture e della modernità di questo pontefice, loro che aborrono ciò che lui raccomanda: le devozioni popolari come il rosario, il confessionale, la Madonna…

Anche recentemente il Papa, che gode e patisce una iper-esposizione mediatica che lo sottopone a mille interpretazioni, è stato ancora una volta strumentalizzato riguardo alle sue parole sull’omosessualità. Di fronte a 120 superiori generali di istituti religiosi il 29 novembre in Vaticano, papa Francesco, all’interno di un lungo discorso, ha dichiarato: «Ricordo il caso di una bambina molto triste che alla fine confidò alla maestra il motivo del suo stato d’animo: ‘La fidanzata di mia madre non mi vuol bene’. La percentuale di ragazzi che studiano nelle scuole e che hanno i genitori separati è elevatissima. Le situazioni che viviamo oggi pongono dunque sfide nuove che per noi a volte sono persino difficili da comprendere. Come annunciare Cristo a questi ragazzi e ragazze? Come annunciare Cristo a una generazione che cambia? Bisogna stare attenti a non somministrare ad essi un vaccino contro la fede».

Nulla di ambiguo, ma una riflessione necessaria: oggi tanti bambini crescono in coppie gay e, soprattutto, con genitori separati. Questo, ha fatto capire il papa, è un grande disagio, non certo un bene! Di fronte a questo disagio un cristiano cosa fa? Se ne fa carico… educa e porta Cristo, con amore e cautela, a chi rischia, per la condizione in cui senza colpa si è trovato a vivere, di essere tenuto lontano dalla fede per sempre. E invece, purtroppo sia a destra che a sinistra, con queste riflessioni sull’educazione il Papa avrebbe aperto ai matrimoni gay!

Il che non è affatto vero. Si potrà infatti dire, come ha fatto schiettamente il cardinal Meisner a tu per tu con il Papa, che in certe occasioni, invece di frasi del tipo “su questo tema io seguo il catechismo della Chiesa”, Francesco avrebbe potuto esplicitarlo, questo catechismo, correndo il rischio, certo, di essere criticato duramente. Però non si possono neppure dimenticare il documento di Aparecida, in cui l’ideologia gender è apertamente condannata; le dichiarazioni contro il matrimonio gay in Argentina dell’allora cardinal Bergoglio; la testimonianza di Liliana Negre, presidente mondiale dei “Parlamentari per la vita e la famiglia”, sul grande scontro tra governo argentino e cardinal Bergoglio proprio sul tema; i vari interventi, compresa l’enciclica Lumen Fidei, anche da pontefice, per ribadire che il matrimonio è solo quello tra uomo e donna; le recenti rivelazioni di mons. Scicluna, che da Malta ha dichiarato l’appoggio ricevuto dal papa nella sua battaglia contro il matrimonio gay; la scomunica del prete australiano Greg Reynolds per le sue posizioni a favore del matrimonio omosessuale e delle donne prete (così commentata da The Telegraph del 23 settembre: Pope Francis excommunicates pro-gay marriage priest. He’s not the liberal the media wants, Papa Francesco scomunica il prete dei matrimoni gay. Egli non è il liberal che i media vogliono…).

Quanto agli altri principi non negoziabili, premesso che il modo con cui se ne deve occupare un giurista, un politico, un medico, un insegnante, un pastore… è ogni volta diverso e complementare; premesso che esiste un modo di trattare la realtà di tipo didascalico (nell’omelia il parroco deve anche spiegare la dottrina e i dogmi, nella loro chiarezza e, talora, durezza) e uno pastorale (diverso atteggiamento si terrà nel confessionale o nel rapporto educativo); quanto agli altri principi non negoziabili, dicevo, accade lo stesso. Si insiste nel sostenere, da varie parti, che il Papa non li ha a cuore, perché ha detto alcune volte che la predicazione non può essere incentrata, in modo squilibrato, eccessivo, sulla morale e sull’aborto. A parte l’opportunità mediatica di un simile discorso (specie in Occidente, dove non si può certo dire che il clero brilli per le battaglie etiche), su cui si potrebbe discutere all’infinito, si tratta di un concetto che è in linea, sottolineatura più, sottolineatura meno, con la storia della Chiesa (come ho già cercato di illustrare qui).
Proprio la lettura del Vangelo, lo studio dei padri e degli apologeti dei primi secoli, può aiutarci: nel Vangelo del divorzio si parla in alcune scarne righe; dell’aborto, pur così praticato ai tempi, non una parola.

Perché? Perché annunciare il Dio della vita, il Dio fattosi bambino, davvero, integralmente, significa già occuparsi di difesa della vita, di lotta contro lo spirito di morte (Egli è, dice infatti il Vangelo, “la Vita” stessa). Quanto a padri e apologeti, essi discussero e misero a tema soprattutto le verità teologiche (Dio, l’Incarnazione, Maria, le eresie…), e solo come conseguenza di ciò i principi morali. Convinti come erano che i diritti dell’uomo non esistono là dove si neghino i diritti e la vera natura di Dio. Convinti come erano, che “ad amarlo (Cristo) diventerai imitatore della sua bontà”, mentre “condannerai l’inganno e l’errore del mondo solo quando conoscerai veramente la vita nel cielo” (Lettera a Diogneto). Convinti come erano che anche riguardo ai comandamenti, il I di essi è la base e il fondamento di tutti i successivi.

Un accenno all’aborto, nei primi secoli, non manca quasi mai, da Tertulliano a Basilio, da Giustino a Minucio Felice, ma sempre la vita morale è presentata come conseguenza dell’incontro con Cristo, perché era ben chiaro che senza Dio l’uomo non può fare nulla (“Senza di me, non potete far nulla”). Non può vedere il bene, offuscato dalle tenebre del peccato; non può farlo, neppure vedendolo, senza l’aiuto della grazia, per la debolezza della sua volontà.

Quanto al divorzio vi è un cambiamento tra antica e nuova alleanza: nell’Antico Testamento Mosè permette il ripudio, cioè il divorzio; nel Nuovo, insieme alla legge dell’amore, insieme alla grazia del sacramenti, al panis angelorum factus cibus viatorum, proclama ed esige l’indissolubilità: “Per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli, ma da principio non fu così”; “ciò che Dio unisce, l’uomo non separi”. Perché se è vero che il matrimonio indissolubile è una verità di ragione, così come l’obbligo di rispettare la vita nascente, è anche vero, come dato di fatto, come fatto storico, che nessun popolo prima di Cristo ha vietato il divorzio e l’aborto (pur non mancando chi, qua e là, riconoscesse in ciò un “peccato”).

 

Andrebbe ricordato, a tal proposito, un altro fatto: la Chiesa dei primi secoli, in un mondo immerso nel peccato, non ha convertito il mondo con la legge, ma con la dottrina, l’educazione, i sacramenti, la conversione dei cuori e delle menti. A ciò sono seguite le leggi. L’esempio classico, oltre al discorso già fatto su divorzio e aborto, è quello sulla schiavitù: san Paolo predicò l’uguaglianza degli uomini di fronte a Dio; la Chiesa insegnò ai cristiani, per secoli, che non vi sono uomini superiori e uomini inferiori, ma che tutti siamo creature di Dio. Così, piano piano, la schiavitù scomparve pressoché totalmente dalla Cristianità (mentre rimaneva nelle altre culture e religioni), non tanto soppressa dalle leggi, quanto scomparsa dai cuori. Di qui l’accusa sciocca di certa storiografia marxista alla Chiesa, di non aver combattuto con le leggi la schiavitù; cui risposero storici come Marc Bloch, ricordando che il sedere a messa gli uni vicino agli altri, padroni e schiavi, e l’adorare lo stesso Dio Creatore, fu più utile di qualsiasi legge, o meglio preliminare a qualsiasi legge, nel convincere i padroni cristiani a liberare o a trattar bene i loro schiavi.

Questo perché non ci si illuda: non avrà mai leggi buone, un popolo che non crede in Dio; non vivrà mai una vita morale buona, un popolo che non ha Cristo; non osserverà mai tutti i comandamenti, neppure per timore dell’inferno, neppure con “timore servilmente servile” (cioè il più imperfetto), il cristiano che non ricorra alla grazia santificante dei sacramenti…

Ha detto recentemente il Papa, parlando del sacramento del Battesimo, forse il più citato nei Vangeli: «Dunque (il battesimo) non è una formalità! È un atto che tocca in profondità la nostra esistenza. Non è lo stesso, un bambino battezzato o un bambino non battezzato: non è lo stesso! Non è lo stesso una persona battezzata o una persona non battezzata. Noi, con il battesimo, veniamo immersi in quella sorgente inesauribile di vita che è la morte di Gesù, il più grande atto d’amore di tutta la storia; e grazie a questo amore possiamo vivere una vita nuova, non più in balìa del male, del peccato e della morte, ma nella comunione con Dio e con i fratelli».

 

Potrei continuare a lungo, anche esprimendo le mie paure (temo molto soprattutto quando si parla dell’ecumenismo, benché in verità non abbia visto, per ora, in questo pontificato, nulla di simile ad Assisi 1986 o al bacio del Corano), o il mio disagio, quello che in tanti proviamo di fronte all’arrendevolezza di non pochi pastori; al loro menefreghismo; al loro clericalismo; alla loro scarsa passione per il popolo di cui dovrebbero essere padri e custodi… Le giuste lamentazioni (che non datano da marzo 2013) potrebbero essere tante, perché la vita di un cristiano, anche in Occidente, è talora assai difficile. È spesso un martirio lento e silenzioso, come una goccia che scava e che cerca di uccidere la speranza, prima che la vita.

Ma vengono in mente i cristiani uccisi, tutti i giorni, in mezzo mondo; riemergono il sorriso e le parole di perdono e di pace di Asia Bibi; vengono in mente i cristiani dei primi secoli, che senza perdere la speranza, osservati con stupore dai pagani per la loro serenità, convertirono un mondo in cui un terzo della popolazione era schiavo; in cui non vi era solo l’aborto, ma l’infanticidio di massa; in cui la superstizione, la magia, il fatalismo, l’adulterio, talora il sacrificio umano, erano la normalità… Quei cristiani cambiarono il mondo perché non si lasciarono sconfiggere, paralizzare, sterilizzare dal male (neppure, ai tempi delle prime, numerose eresie e defezioni ecclesiastiche, dal male nella Chiesa), così come gli apostoli, dopo l’iniziale stordimento, non si erano lasciati sopraffare né dal tradimento di uno di loro, né dalla tristezza e dalla paura seguite alla morte di Cristo.

Erano, in origine, solo 12, ci lasciarono in 11 la pelle, eppure conquistarono il mondo… non tanto con pur giuste riflessioni sui “cattivi tempi”, ma portando la buona novella: Cristo è risorto; ha vinto la morte; ha vinto il male…

Uno dei prescelti da Gesù, per la Chiesa delle origini, era ladro e traditore, un altro aveva rinnegato Gesù 3 volte… forse non erano sempre ottimi comunicatori, fecero i loro errori, furono equivocati, ingiustamente accusati (di tutto: di essere cannibali, incestuosi, adoratori di un asino…), ma avevano fede (cioè fiducia), speranza e carità. Erano dei conquistatori…

C’è un tempo per piangere ma c’è un tempo per sperare; c’è necessità di fare la diagnosi del male che uccide l’Occidente, ma fermarsi alla diagnosi significa lasciar morire il paziente, disertare dalla vera battaglia: occorre, come il buon medico, dedicarsi alla cura… Di fronte al peccato che corrode, occorre educare, fortificare prevenire, curare… La legge dell’amore le riassume tutte, contiene tutti i comandamenti, per questo: perché l’amore “tutto crede, tutto spera, tutto sopporta”. Non si dà mai per vinto. Anche l’incuria dei pastori; anche il tradimento dei chierici; anche la persecuzione del mondo. Victoria quae vincit mundum, fides nostra. Abbiamo già vinto. Già e non ancora….

I cristiani vincono il mondo, lo conquistano, se sono pronti a rinnegare il compromesso; se sono forti della loro fede e della loro speranza; se si fidano del loro capo, anche se dorme sulla barca (che è sua, di cui è lui il vero timoniere) in tempesta… Ci viene voglia, spesso, di cantare con san Filippo Neri: Capitan Gesù, non star lassù, lui sta quaggiù, con la bandiera in mano… Ma dobbiamo vigilare che questo non trasformi i volti dei cristiani, in volti tristi di un esercito in ritirata… Senza dimenticare che san Filippo era il santo dell’allegria e che il cristianesimo è Dio che si fa uomo per i peccatori; che muore, ma, soprattutto, che risorge.

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