La vera filosofia? Dev’esser “agri-cultura” cioè ancorata alla terra

22 gennaio 2014 02:58 1 comment

Le lettere fra Simone Weil e Gustave Thibon sono un invito a legare le idee alla materialità, alla realtà e alla tradizione

Di Marcello Veneziani

20/01/2014

ilgiornale.it

La filosofia ha perduto il contatto con la terra. La sua parabola dall’idealismo al materialismo, dai neopositivisti agli analitici, fino al nichilismo, segna un progressivo allontanamento dalla realtà. Per rianimarsi la filosofia dovrebbe ripartire dalla terra, farsi geofilosofia, ritrovare le origini della cultura nel crocevia tra culto e coltivazione, tra cielo e terra. Così mi sono ricordato del filosofo contadino Gustave Thibon. Un pensatore che coltivava la terra davvero; non simbolicamente contadino, come fu ad esempio Heidegger. L’occasione è stata la recente riedizione de L’amicizia pura (Castelvecchi, pagg. 190, euro 16,50), in cui sono raccolti testi e lettere di Simone Weil.

L’ombra di Thibon occhieggia più volte nel libro. Da lui Simone si rifugiò in piena guerra per ritrovare il contatto con la terra nel lavoro agreste, con lui dialogò a lungo, insegnò a lui il greco e con lui lesse i classici (a tale proposito, Adelphi ha ora ripreso gli scritti weiliani ne La rivelazione greca); a lui affidò i suoi quaderni e lui fu il primo curatore dei suoi scritti, a partire da La pesanteur e la grâce. Thibon abbandonò presto gli studi e dopo aver viaggiato, dimorando anche in Italia, si dedicò alla vita contadina ritirandosi nelle sue terre di S. Marcel d’Ardéche. Lì coltivò vitigni e pensieri. Fu Jacques Maritain a scoprirlo, pubblicando un suo scritto nel 1931 e l’esempio di Thibon avrà forse pesato quando Maritain scrisse Il contadino della Garonna che segnò il suo ritorno alla tradizione rispetto al Concilio Vaticano II.
Thibon era un uomo legato alla terra e al cielo, contadino e credente, nutrito da un amore metafisico per la realtà. Amava la tradizione e non la coniugava al passato né la relegava in un astratto Mondo Perfetto, ma la ritrovava nella vita che continua, nelle radici che danno frutti, nel sole che si rinnova ogni mattino. «Non opporsi ai cambiamenti ma impregnarli d’eterno» diceva. L’epoca in cui tutto è perduto, sosteneva, è anche l’epoca in cui tutto si può ritrovare. La salvezza verrà tramite la bellezza, la preghiera e l’amore. Alcune sue opere uscirono in Italia nel dopoguerra, due videro la luce nei primi anni settanta con le edizioni Volpe, Diagnosi e Ritorno al reale (poi ristampato).

Gabriel Marcel apprezzò di lui quella freschezza profonda creata nell’anima dalla comunione con la natura, dalla familiarità col silenzio, dall’abitudine alle quiete cadenze di un’attività accordata al ritmo della natura. Thibon scrisse oltre una ventina di libri, tra cui un memorabile saggio dedicato alla comunità di destino, principio vitale della società. Splendide pagine dedicò alla nobiltà, profetiche diagnosi alla denatalità e ai personalismi, difese i pregiudizi. Per Thibon un vero aristocratico si distingue ma non si separa dalla gente con sdegnoso snobismo; è il suo stile, la sua grazia, la sua essenza a distinguerlo. La nobiltà ha cadute, non bassezze. Il contadino ha radici, scrive Thibon, perciò non teme il vento e non diventa suo trastullo.

Quando conobbe Simone Weil, Thibon non provò all’inizio amicizia per lei, ebbe quasi repulsione. La stessa repulsione confessò pure lei verso di lui, «mi è letteralmente intollerabile». Lei perduta nel suo spiritualismo etereo e intellettuale, lui radicato nel suo spiritualismo realista e terrestre; lei rivoluzionaria e anarchica, lui monarchico e vicino al regime di Vichy. Però l’amore della verità superò le antipatie superficiali e ideologiche. Fu vinto, suo malgrado, «dalla purezza della sua anima, dalla qualità del suo spirito», vide in lei «una tensione di fedeltà all’eterno» che rese la loro amicizia «profondamente fraterna». «Aveva il privilegio di essere sempre dalla parte dei vinti».

Quando si videro per la prima volta ad Avignone, lui la trovò precocemente invecchiata e incurvata dall’ascesi e dalla malattia, «solo i suoi occhi mirabili sopravvivevano in quel naufragio della bellezza». Poi quel suo discutere all’infinito… Thibon colse la fragilità di Simone Weil in quella rigidità che la rendeva impacciata nella vita e astratta nel pensiero. E glielo disse mentre lei asciugava i piatti, che il suo punto debole era «una mancanza di unità tra terra e cielo». Colse con perfetta semplicità la vena “gnostica” di Simone, quella spiritualità fuori dal mondo, dal corpo e dal tempo che rendeva rarefatti i pensieri e sovrumana la grazia. Solo la santità, disse, le apporterà la lievità suprema.

L’ultima volta che la vide ebbe l’impressione di trovarsi davanti a un essere di assoluta trasparenza e pronto a ritornare in seno alla luce originaria. Parlando del Vangelo, «la sua bocca parlava come un albero che dà frutti». Dal canto suo, Simone giudicò senza indulgenza alcuni scritti di lui, presa dall’integralismo della purezza; e poi criticò l’amore che il cristiano Thibon nutriva per Nietzsche. Ma riconobbe lo splendore accogliente della sua anima, visse e vendemmiò con lui nella sua campagna – «con lei ho vangato la terra e spezzato il pane» – lei rifiutando i conforti e l’abbondanza di cibo che lui le offriva e cercando la scomoda frugalità nella casetta diroccata sulle rive del Rodano. Probabilmente anche l’elogio del Radicamento che lei scrisse proprio dopo il periodo trascorso nella campagna di Thibon, risentì di quella vita, di quei dialoghi e quelle idee del filosofo contadino. E così la difesa del passato, dell’onore, dell’ubbidienza, dell’ordine combaciava con la visione di Thibon che aveva distinto tra un passato spento e uno fruttuoso, tra un ordine vivente e un ordine morto. Non a caso, Simone affidò proprio a lui, nel loro ultimo incontro, la cartella che conteneva i suoi Quaderni, perché ne facesse quel che voleva.

In una lettera a Maria Zambrano, il poeta panamense Edison Simons racconta la sua visita in campagna all’ottantenne Thibon come «un momento unico di comunione». Gustave, scrive, «aveva il dono della parola» e lo condusse alla panchina di pietra dove lui e Simone leggevano insieme Platone, contemplando le stelle e fumando ininterrottamente. Un filo di fumo legava Platone alle stelle. Per Thibon «Niente fiorisce nel cielo che non sia prima germogliato sulla terra». Thibon morì quasi a 98 anni il 19 gennaio del 2001 laddove era nato, nella sua campagna.

A volte quando sono in campagna, immagino una comunità filosofica nel solco di Thibon, con un’attività di pensiero radicata nella terra, un’agri-cultura, non un’accademia ma una vera masseria filosofica, connessa in rete ma piantata nei campi, per coltivare alberi e tradizioni, frutti e pensieri. Una fazenda filosofico-rurale, autosufficiente, per affrontare lo sradicamento e l’avvento di un nuovo feudalesimo. Terrena e celeste utopia.

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