Quel mio viaggio a Medjugorje e il verdetto del Vaticano

27 gennaio 2014 13:23 16 comments

Di Vittorio Messori

23 gennaio 2014

Corriere della Sera

Léon Bloy – il «cattolico belva», come amava definirsi – gridava che non c’è fede nell’andare a Lourdes come malati che sperano nella guarigione. Fede, ululava, è solo quella di chi, sano, vada a bagnarsi alla Grotta pregando di ammalarsi, possibilmente di un morbo ripugnante, per partecipare così meglio alla croce del Cristo. Paradosso che mi è capitato talvolta di citare a chi mi chiedeva di dire la mia su Medjugorje. In effetti fui tra i primi a recarmi in quella pianura allora semideserta, al centro della quale si ergeva un chiesone parrocchiale costruito da poco e chiaramente eccessivo per il luogo. Dimensioni da santuario, che insospettivano: quasi che i committenti francescani avessero voluto creare lo spazio adeguato per folle di pellegrini. Non ero mosso, in quel blitz, dal fervore del devoto bensì dalla curiosità del giornalista: volevo vedere cosa stesse succedendo in un posto sconosciuto sul quale, negli ambienti cattolici, giravano da qualche tempo strane voci.

Al ritorno, però, l’auto sulla quale ero ospite slittò sulla neve attraversando l’Istria, finimmo in una scarpata, fummo tirati su con le funi dai pompieri, poi sommariamente medicati da medici divenuti brutali quando scoprirono delle Bibbie nei nostri bagagli. Ce ne andammo malridotti, insalutati, con lesioni tamponate alla bell’e meglio. A casa, quando mi riuscì di arrivarci, discendendo dal letto caddi a terra per un violento capogiro che si sarebbe poi ripetuto ad ogni levata. Nell’auto che più volte si ribaltava, avevo battuto la testa, ci vollero tempo e terapie adeguate per rimette le cose a posto. Insomma, qualcosa che mi fece ritornare alla mente il paradosso di Bloy, nonostante non avessi certo pregato di partire in gran forma, da quel quarantenne che ero, e di tornare con la testa fasciata come da un turbante e acciaccato al punto da dover camminare reggendomi a un bastone. In cambio, va detto, ebbi un privilegio che – per tanti pellegrini entusiasti di oggi – è degno di «santa invidia»: essere, cioè, tra i pochi che, ammassati nella piccola sagrestia della chiesa, assistettero all’estasi – vera o presunta che fosse – di tutti e sei gli allora bambini o adolescenti e tra coloro che ebbero modo di scambiare qualche parola, in un misto di lingue, sia con i «veggenti» che con i francescani che mostravano ancora stupore nonché timore per le attenzioni di cui erano oggetto da parte della polizia politica del regime.

È un aspetto che spesso si dimentica: Tito era morto da un anno, i successori già annusavano lo sfascio che si sarebbe poi verificato e, dunque, per salvarsi, invece di allentare i freni li stringevano, anche a proposito di lotta antireligiosa. Non erano di certo tempi favorevoli, quelli, per chi avesse voluto organizzare una sceneggiata di false apparizioni dal Cielo, utilizzando per giunta ben sei piccoli e piccolissimi: troppi e troppo giovani per giocare in modo attendibile una commedia che il primo interrogatorio di una polizia famosa per la brutalità poteva smascherare.

Se mi capita, lo dicevo, di narrare l’aneddoto del mio «miracolo rovesciato» (partire sano e tornare malridotto) è anche per cercare di attutire, con un sorriso, le passioni – a favore o contro – che spesso esplodono quando si parla di Medjugorje .

Passioni che hanno, peraltro, una loro giustificazione. In effetti, in una prospettiva cattolica, non si esagera definendo drammatico il dilemma. Da un lato si dice: la Chiesa non trascura, da ormai 33 anni (l’inizio dei fatti è del 1981) di riconoscere e dare autorità ufficiale a quelle che la Gospa, la signora, la Madre del Cristo, annuncia come le ultime apparizioni della storia e che sono gravide di esortazioni, di consigli, di messe in guardia? Ma, dall’altro lato si replica: la Chiesa non è forse colpevole per non essere intervenuta, dopo tanti anni, per smascherare una superstizione e, forse, una truffa contro le quali hanno tuonato con parole terribili i vescovi della diocesi, senza riuscire a stroncare un pellegrinaggio che ha ingannato e inganna milioni di ingenui fedeli?

Ma, seppure con i suoi tempi, la Chiesa ha finito col muoversi. Proprio la settimana scorsa, dopo quasi quattro anni di lavoro, la Commissione d’inchiesta presieduta dal cardinal Camillo Ruini ha presentato il suo voluminoso fascicolo alla Congregazione per la dottrina della fede. Questa esaminerà il tutto e presenterà le sue conclusioni al Papa cui spetterà, ovviamente, la decisione.

Se si è atteso così a lungo – e se ancora si attenderà – il motivo principale sta certamente nel fatto che le «apparizioni» sono ancora in corso e che dunque è impossibile giudicarle, non sapendo come andrà in futuro. Dunque, per ora ci si è limitati a provvedimenti (peraltro poco seguiti dai devoti, qualche vescovo e almeno un paio di cardinali compresi) di divieto di pellegrinaggi «ufficiali», organizzati e guidati dal clero. Ma ciò che preoccupa la Santa Sede è che, in ogni caso, la decisione non sarà indolore. Se negativa, il danno pastorale sarà immenso, visti i milioni di pellegrini recatisi a Medjugorje da tutto il mondo e che si scopriranno vittime di un inganno. Se positiva, sarà devastante per il diritto canonico che lascia ai vescovi del luogo il giudizio su presunti fatti sovrannaturali nella loro diocesi. A Medjugorje ci si trova di fronte al rifiuto categorico e polemico dei presuli che si sono succeduti a Mostar, capoluogo ecclesiastico. Smentendoli, la Chiesa dovrebbe smentire la sua stessa legge e la sua gerarchia, con conseguenze gravissime.

È facile prevedere che, alla fine, si starà per un interlocutorio non constat de supernaturalitate: non consta (sinora) della soprannaturalità dei fatti. Ci si asterrà, a noi pare sicuro, dal secco e definitivo constat de non supernaturalitate: consta (con certezza) che i fatti non sono soprannaturali. Così, in attesa di eventi nuovi e chiarificatori, suggerisce la Chiesa, i cattolici continuino a raccogliere gli abbondanti frutti spirituali da un albero che – va pur detto – si è rivelato davvero fecondo. Preghino, si confessino, si accostino alla eucaristia, lasciando per ora da parte la questione delle origini. Gli scettici – ad essi pure, va detto, non mancano gli argomenti da opporre ai convinti – potranno riflettere su quanto mi disse un famoso mariologo: «Non so se, all’inizio, la Madonna ci fosse davvero, a Medjugorje. Ciò che constato, vedendo queste folle devote che l’hanno invocata e l’invocano da più di trent’anni, ciò che vedo è che ora c’è, che non può non esserci».

et-et.it

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