Unioni civili e bene comune

29 gennaio 2014 19:36 1 comment

Di Stefano Fontana

17 gennaio 2014

vitanuovatrieste.it

Le Unioni civili non contribuiscono al bene comune. Questo è l’ordine per cui le parti stanno insieme e per cui le relazioni umane hanno senso dentro la natura specifica dell’uomo.

Bisogna riconoscere che anche nelle menti di tanti cattolici e in ampi spazi dentro la Chiesa il concetto di “bene comune” si sta assottigliando, fino ad essere ormai equiparato al cosiddetto interesse generale. La cosa è abbastanza evidente, per esempio, nella discussione del tema delle Unioni Civili, tornato di recente alla ribalta. Molti cattolici hanno spingere avanti la linea del non possumus e hanno inventato dubbie soluzioni di compromesso dalle quali emerge appunto quanto stiamo dicendo, ossia l’impoverimento del concetto di bene comune così come è sempre stato insegnato dalla Dottrina sociale della Chiesa.

Tra i tanti esempi che si potrebbero fare cito solo il documento di Portogruaro. Di cosa si tratta? Il Gruppo di Impegno Civile e Politico fa riferimento all’Istituto di Scienze Religiose del seminario di Portogruaro e al Vicario per la cultura di quella diocesi. Il Gruppo organizza a Portogruaro (Pordenone) gli “Incontri ecclesiali di impegno civile e politico”, uno dei quali, dedicato al problema del riconoscimento giuridico delle convivenze tra omosessuali, ha alla fine prodotto un documento, che chiamiamo “documento di Portogruaro”. A dire il vero, il documento di Portogruaro fa ampio utilizzo di una proposta fatta qualche anno fa dal Gruppo di Studio sulla Bioetica istituito dai Gesuiti milanesi attorno alla rivista “Aggiornamenti sociali”. Nel numero 6 del 2008, quindi poco tempo dopo la pubblicazione della Nota dei Vescovi italiani sul problema del riconoscimento delle coppie di fatto, si trova l’articolata proposta (pp. 421-444) che così si conclude: «In questo quadro la scelta di riconoscere il legame tra persone dello stesso sesso appare giustificabile da parte del politico cattolico». La stessa conclusione è ora fatta propria dal documento di Portogruaro, ma è condivisa più di quanto sembri.

La cosa desta molte perplessità e addirittura sconcerta. Il documento di Portogruaro prende congedo da molti insegnamenti della Dottrina sociale della Chiesa relativi alla persona, alla famiglia, alla procreazione, all’origine della società, alla legge morale naturale eccetera. Ma non è di questo che qui voglio parlare, quanto del concetto di bene comune, o meglio di cosa ne rimane in questo caso.
Il documento di Portogruaro sostiene che due omosessuali, in quanto si aiutano reciprocamente in base ad una convivenza stabile, contribuiscono alla costruzione del bene comune. Ecco le sue esatte parole: La coppia di conviventi va riconosciuta giuridicamente in quanto «concorre alla costruzione del bene comune» e quindi «nel riconoscimento del valore e del significato comunitario di questa prossimità», dato che «prendersi cura dell’altro stabilmente è forma di realizzazione del soggetto ed al tempo stesso contributo alla vita sociale in termini di solidarietà e condivisione».

Una relazione tra esseri umani esprime prossimità, solidarietà e condivisione, e quindi ha un significato comunitario, se è dentro la verità dei rapporti tra le persone. Quando il magistero cattolico considera l’omosessualità un “disordine”, dice anche che non può essere proposta come esempio di prossimità, solidarietà, condivisione, le quali, nel disordine, non possono essere tali.

Il concetto di bene comune proposto dalla Dottrina sociale della Chiesa comprende anche il rispetto della legge morale naturale e dell’ordine del creato. Possiamo dire, con Giovanni Paolo II, che comprende l’ecologia umana. La società non è un mucchio di individui isolati e accostati l’uno all’altro in base ai loro gusti o desideri soggettivi. La società non è un sito di incontri su internet in cui ognuno cerca il suo partner, chiunque egli sia, e tale convivenza deve essere pubblicamente riconosciuta. Ammettiamo una convivenza a tre: anche in questo caso i tre esprimerebbero prossimità, solidarietà e condivisione? Anche questa dovrebbe avere il riconoscimento giuridico?

Come si vede, dietro a queste proposte, si nota uno scadimento nella comprensione di cosa sia il bene comune, sempre più equiparato alla somma dei beni individuali, al di fuori di un ordine del bene che nasce dalla natura della persona e della famiglia. Del bene comune fa parte la coppia eterosessuale, complementare nella sua polarità e aperta alla vita. Il documento di Portograuro questo, naturalmente non lo nega, però poi dice che anche i due conviventi omosessuali contribuiscono al bene comune. Il che è contraddittorio. La società non nasce da due individui sessualmente indifferenti.

Il bene comune non nasce come risultato dall’accostamento dei percorsi individuali, il bene comune ci precede. Vi fanno parte le forme, i valori, i fini che noi ereditiamo dal nostro essere persone. Il bene comune è la realtà che ci nutre tramite i rapporti con gli altri e con Dio, è l’ordine per cui le parti stanno insieme e per cui le relazioni umane hanno senso dentro la natura specifica dell’uomo. Se partiamo dagli individui assolutamente autonomi non riusciremo più a costituire dei legami non immaginari. Il sociale non si costruisce con l’individuale. Senza il riconoscimento dell’unione naturale tra gli uomini non si costruisce nessun bene comune.

Non va poi dimenticato – ma è la cosa che più spesso si dimentica – che questo ordine di valori e fini naturali da cui nasce il bene comune, perde di vista se stesso se non è supportato dai fini di ordine soprannaturale. Anche il Vangelo è un bene comune ed anche gli insegnamenti della Chiesa. Il pluralismo non deve farci dimenticare che Vangelo e insegnamenti della Chiesa non sono un positivismo cattolico, ma sono per il bene di tutti, per il bene del tutto. Persa di vista questa densità nella concezione del bene comune, è logico che anche i cattolici diano il loro aiuto al riconoscimento di presunti diritti da soddisfare. Ma il tutto del bene comune non è una somma di diritti individuali soddisfatti, di sentimenti retribuiti, di solidarietà non umanamente qualificata.

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