L’amore nell’odiosa pazzia della Shoah

30 gennaio 2014 03:23 9 comments

di Ylenia Fiorenza

29 Gennaio 2014

Il Quotidiano del Molise

Raccontare il pianto della Shoah è constatare che l’amore vero non muore, ma sussiste anche in mezzo al terrore e all’odio, perché esso prescinde dal tempo e dallo spazio. Da un campo depredato, può nascere ancora un fiore. L’amore è il potere assoluto della volontà intima, che nessuno può saccheggiare. Dove l’amore regna, la morte è distrutta. Non c’è notte che non venga valicata dal giorno. In quell’amore rimasto “vivente” dentro le molte lettere che si vanno sempre più recuperando negli archivi della memoria, la dimensione affettiva degli esiliati dell’olocausto è rimasta intatta lungo quel tempo. Sono scritti che testimoniano la vittoria dell’amore sulla crudeltà, sull’antisemitismo, sull’ingiustizia.

Nei diari segnati da soprusi feroci, dentro le tenebre dell’oppressione della guerra, i perseguitati si raccontano imprigionati nel corpo, ma liberi di continuare ad amare. Nei campi di concentramento, i deportati hanno conservato intatto il sentimento d’amore che provavano verso i loro cari. Sono pagine che hanno permesso al cuore umano di uscire dai cancelli dell’inferno, dell’orrore, della tortura e volare lontano. Sono lettere dalla prigionia di cui riportiamo solo alcuni estratti che continuano a parlare della e alla profondità d’animo, custodita all’epoca dello sterminio nazista. Non mancano descrizioni strazianti, di incubi e di momenti in cui la paura era sovrana.

“Miei cari, ho sofferto tanto sì; ma il pensiero, il mio primo pensiero è stato sempre a Voi rivolto. Pur nelle mie sofferenze sia materiali che morali, di Voi ho conservato quell’ affetto che ritrovato, nella lontananza da Voi, nella mia tarda giovane età, adesso lo stimo come il primo, l’unico che mi ha dato e mi darà la forza di resistere. Che Dio immensamente Grande e Misericordioso avvolga nella sua luce Divina i cervelli dei grandi condottieri, li tempri alla pace e, finalmente stanco, ridia al mondo quella serenità che da cinque anni ha perduto (6 di luglio 1944)”. I sentimenti che colano da queste lettere rivelano in alcuni passaggi significativi anche rintocchi più spirituali, di fede, di supplica a quel Dio rimasto in silenzio. “La tragedia era cominciata. Ho avuto per un mese circa la sciolta, credevo di morire, invece ancora vivo.(…) Il freddo in novembre a 10 gradi sotto zero mi fa prevedere imminente la fine. La mancanza di forza non mi permette la fuga. Soffro attendendo rassegnatamente che la Madonna del Divino Amore ancora mi protegga con la sua infinita celestiale bontà.

Non prego che di soffrire poco. Nulla mi era più comune che la morte. La sabbia, il ferro, i mattoni, i capi operai, le guardie tedesche, il capo campo italiano interprete e filo-tedesco contribuiscono moltissimo all’abbattimento morale di noi italiani già tanto tristi per la sorte toccataci. La sera del 12 dicembre (1943) viene chiamato, con altri 25, il mio numero 14707. Ci viene comunicata la partenza per l’indomani e per ignota destinazione. Una pagnotta di pane e un po’ di margherita sarà il vitto per il viaggio. Una guardia con baionetta innestata e un vagone di terza quelli che ci avrebbero accompagnati alla nuova sede. In meno di tre mesi tre diversi spostamenti. Lasciamo finalmente Labaud, luogo della nostra sicura rovina, o semplicemente zona che ci ha preparati alla grande disgrazia. Se il morire è bello a volte, se nel morire si trova la disgiunzione dell’anima dal corpo, mal ridotto e stanco degli accidenti della natura, di quell’anima che credenti ne desideriamo la gioia eterna; il morire lontano dagli affetti più cari, lontano dalla terra dove hai passato i più begli anni della tua fanciullezza e giovane età è assai triste e pur nella sofferenza, nel male profondo, speriamo nel ritorno. Ahi! Triste è il distacco sebbene anche da un luogo di dolore”.

La strage nazista ha raggiunto oscenamente l’apice della brutalità compiuta dagli esseri umani contro i propri simili, strappati con violenza all’esistenza. Il racconto delle vittime dell’accanimento razziale sembra confermare le parole riportate dal filosofo antico Platone, quando scriveva nel Fedone, il dialogo in cui parla dell’immortalità dell’anima, che “i cigni, quando sentono che devono morire, pur cantando anche prima, in quel momento cantano tuttavia i loro canti più lunghi e più belli, pieni di gioia, perché stanno per andarsene presso quel dio del quale sono ministri”. Le cartoline sono la prova sicura dei piccoli raggi d’amore lanciati oltre i crematoi da chi lottava contro il genocidio del popolo ebreo.

In mezzo alla sofferenza più disumana, i prigionieri dei nazisti, pur massacrati, amando fino alla fine la propria vita e le persone care, hanno cantato col proprio gemito il canto dell’eternità: “Amore mio, dicono che il male abbia il potere di spegnere tutto attorno a noi, di uccidere chiunque, di soffocare la vita per sempre. Ma non è così! Anche se mi trovo rapito ai tuoi occhi e alla tua dolcezza, Amore mio, nessuno e niente potrà mai spegnere o distruggere l’amore che in me vivo per te! Tu rimani la mia bella, l’unica che abbia amato con tutto me stesso. Il male ha potere se temiamo, se cessiamo di amarci. Amore mio, anche se la mia carne si va sgretolando qui, in questo campo gelido di odio, la mia anima sarà sempre fusa alla tua. E mentre vado incontro alla morte, non avrò pensiero se non il tuo. Morirò amandoti. Certo che dove è pace ti riavrò tra le mie braccia e dimenticheremo il dolore che ora ci ha imposto il buio tetro dell’assenza. Ci vediamo lassù. E stavolta per sempre”. Il male ha annientato. L’Amore, è vero, non ha cancellato la sofferenza, né la disperazione, ma ha trionfato per e nel cuore di chi ha patito il sadismo dei nazisti.

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