È morto Eugenio Corti. L’autore del “Cavallo rosso” che scriveva «per tradurre in bellezza»

5 febbraio 2014 11:26 2 comments

Di Emanuele Boffi

5 febbraio 2014

tempi.it

Il grande romanziere si è spento ieri sera intorno alle 22. Diceva di sentirsi, ancora a novant’anni, un soldato. «Perché è questo lo spirito con cui dovrebbe vivere ogni buon cristiano: “Militia est vita hominum super terra”»

Si è spento ieri sera intorno alle 22, Eugenio Corti, grande scrittore autore del capolavoro Il cavallo rosso. Corti, nato a Besana Brianza il 21 gennaio 1921, era non solo un apprezzato romanziere e autore di testi teatrali, ma anche saggista e intellettuale. Di recente, il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, gli aveva conferito la Medaglia d’oro ai benemeriti della cultura e dell’arte.
Sebbene il mondo della grande cultura gli abbia conferito giusti riconoscimenti solo in età tardiva, Corti è stato autore di successo. Il cavallo rosso, pubblicato per la prima volta nel 1983, vanta innumerevoli ristampe e traduzioni (anche in lituano, rumeno e giapponese). In Francia – paese laico per eccellenza – il nome di Corti godette persino maggiore fortuna che da noi, venendo paragonato a autori immortali quali Hemingway, Mann, Camus, Kafka e Musil. Sebbene il suo nome non compaia nella Garzantina, il grande critico George Steiner arrivò ad accostarlo a Vasilij Grossman: «Vita e destino e Il cavallo rosso eclissano quasi tutti i romanzi che vengono presi sul serio oggi».
Corti, uomo cattolico tutto di un pezzo, non visse mai di risentimento per i riconoscimenti che non gli furono attribuiti. Sapeva bene che le sue convinzioni e la sua fede erano insuperabile ostacolo a farlo accettare dal bel mondo. Tuttavia erano in molti che, dopo la lettura dei suoi romanzi, andavano a trovarlo nella sua villa brianzola, le cui porte erano sempre aperte, ricevendo egli – con cortesia d’altri tempi -, giornalisti, intellettuali o semplici curiosi. Anni fa, alcuni di loro hanno organizzato in suo onore un comitato perché gli fosse assegnato il Premio Nobel per la Letteratura. Corti che, senza falsa modestia diceva «me lo merito», era anche consapevole che non lo avrebbe mai avuto. D’altronde, diceva con sicurezza, i plausi andavano a gente diversa da lui: a Dario Fo o a Umberto Eco, «uno che – disse una volta –, semplicemente, rappresenta il niente».

UN SOLDATO CRISTIANO. Altri parleranno del suo lascito letterario. A Tempi, che Corti degnò di stima e amicizia immeritata, rimangono alcuni fogli di suoi appunti scritti a matita – che ci consegnò dopo un’intervista -, e alcuni giudizi a margine di quei colloqui nel suo soggiorno. Come quando ci spiegò di essere grato per ogni giorno che Dio gli aveva concesso di trascorrere in Terra, perché «siamo nell’immanenza, ma siamo fatti per la trascendenza».
Amava parlare della sua esperienza di guerra (era partito volontario col 30esimo Raggruppamento di artiglieria sul fronte russo), dell’avanzata fino al Don e poi alla successiva ritirata, delle marce diurne a 15 gradi sottozero e notturne, quando la temperatura scendeva fin sotto i 40 gradi. Travasò quelle sue esperienze nelle sue opere e, ci raccontò che, ancora negli anni Duemila, riceveva «lettere di familiari che mi chiedono le sorti dei loro congiunti. E io rispondo, rispondo a tutti». Diceva di sentirsi, ancora a novant’anni, un soldato. Perché è questo lo spirito con cui dovrebbe vivere ogni buon cristiano: «Militia est vita hominum super terra». Un atteggiamento combattivo che sapeva unire a una solare comprensione per le miserie umane. Non a caso si vantava di avere conosciuto due santi nella sua vita: don Carlo Gnocchi – sacerdote che lo aveva sposato – e don Luigi Giussani, come lui un cattolico “irregolare” che sapeva unire la fede pugnace alla temperanza di giudizio verso le incongruenze dei fratelli uomini.

«IL MIO COMPITO? LA BELLEZZA». Non era un cattolico da sacrestia. Discorreva di politica e di tutto quanto accadeva nella società, cercando sempre di cogliere il nocciolo della questione, senza infingimenti e paure, con una particolare attenzione all’educazione giovanile (fu ispiratore della nascita di un liceo della zona, il “don Gnocchi” di Carate Brianza).
Per questo, pur col necessario disincanto e bonaria ironia, aveva accettato di parlare con tempi anche di politica. Fu in quell’occasione che, al termine del colloquio, con qualche titubanza, gli chiedemmo cosa ancora si aspettasse dall’esistenza alla sua ormai veneranda età. Ci rispose che non era passato giorno in cui non avesse cercato di anteporre la verità al successo. «È il mio compito», sentenziò. «Scrivere per tradurre in bellezza, ideale da cui non mi sono mai allontanato».

 

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