Aborto, i 6 errori di Saviano

8 febbraio 2014 20:43 49 comments

Di Giuliano Guzzo

8 febbraio 2014

giulianoguzzo.wordpress.com

Capita raramente di leggere, tutte assieme, inesattezze come quelle che Roberto Saviano ha condensato nel suo ultimo intervento sul settimanale L’Espresso, intitolato “Quando è reato il corpo delle donne”. Nel tentativo di commentare quanto accade in Spagna – dove l’esecutivo pare intenzionato a rivedere in senso restrittivo la normativa sull’aborto – lo scrittore partenopeo incorre infatti in una serie impressionante di luoghi comuni che stonano non poco col coraggio civile ed intellettuale da lui manifestato nel denunciare la criminalità organizzata. Per agevolare il lettore, scegliamo di focalizzarci su sei errori e stereotipi contenuti nel pezzo dell’autore di Gomorra, a partire dalle sue stesse parole.

1. «Ancora una volta il corpo della donna diventa terreno di scontro».
Una frase contenuta nella prima parte dell’articolo e che mette già in luce la difficoltà – in Saviano, come in altri – di comprendere un fatto elementare, e cioè che dal momento della fecondazione in poi, come scrive anche Scott. F. Gilbert, autore di Biologia dello sviluppo, testo che fa indiscutibilmente da riferimento nella materia, siamo in presenza di «un nuovo individuo con un corredo genetico derivato da entrambi i genitori» [1]. È dunque assurdo insistere col ridurre il problema dell’aborto al solo «corpo della donna», quasi che il concepito fosse un po’ di grasso da rimuovere. Assurdo ma strategico: se infatti riduciamo l’aborto a questione individuale, diventa se non impossibile comunque difficile opporvisi. Peccato che individuale non sia e riguardi minimo due persone: la madre e il suo bambino.

2. «In Spagna le donne hanno tinto le piazze di lilla per protestare contro la legge oscurantista» che «ha strappato il Paese alla modernità per scaraventarlo nel Medioevo».
Dispiace qui dare una brutta notizia allo scrittore napoletano ma la depenalizzazione dell’aborto procurato e la sua legalizzazione non solo non hanno nulla a che vedere con la modernità – semmai, con l’età contemporanea –, ma non sembrano neppure provvedimenti propri di regimi rispettosi dei diritti umani. È infatti la storia contemporanea a metterci al corrente del fatto che i primi Stati a rendere legale l’aborto sono stati l’URSS di Lenin, nel 1920, e la Germania di Hitler, coi nazisti ascesi al potere da neanche sei mesi quando, nel 1933, stabilirono per legge l’impegno a prevenire «le nascite congenitamente difettose»: due precedenti del genere, anche Saviano sarà d’accordo, non hanno esattamente il sapore del progresso dal Medioevo, anzi.

3. «Qualora questa nuova assurda legge dovesse passare in via definitiva, la malformazione fetale non sarà ritenuta motivo sufficiente per abortire».
Questo è semplicemente falso, infatti la nuova proposta spagnola stabilisce che oltre la 22° settimana si possa abortire nel caso di malformazioni del feto incompatibili con la vita del feto stesso o nel caso di infermità estremamente gravi e incurabili del nascituro ma, a differenza della normativa precedente (2010), fissa come requisito il fatto che dette anomalie, per legittimare una richiesta di aborto, debbano per forza intaccare la salute della madre; il che, come insegna anche la prassi italiana, è tutt’altro che un argine invalicabile. Ma anche se anche la «malformazione fetale» non fosse ritenuta motivo sufficiente per abortire, che male ci sarebbe? È forse equo uno Stato che riconosce ai soli bimbi sani e privi di malformazioni il diritto di venire al mondo?

4. «In Italia la 194 non funziona a causa del numero, altissimo, di medici antiabortisti […] Ormai si va all’estero anche per abortire».
È una tesi rilanciata da tempo anche da una parte del movimento neofemminista italiano ma priva di fondamento. Per comprenderlo basta rileggersi l’ultima Relazione del Ministero sull’applicazione della Legge 194/’78 nella quale si fa presente come «fin dai primi anni di attuazione della Legge 194, il personale sanitario» abbia «esercitato in percentuali elevate il diritto all’esercizio dell’obiezione di coscienza» (p. 5): lasciare intendere che un tempo le cose fossero diverse e che «ormai si» vada «all’estero anche per abortire» significa dunque non conoscere l’argomento. Inoltre, tornando alla Relazione ministeriale si legge come il solo vero aumento di obiettori sia avvenuto nel 2005, per poi stabilizzarsi o perfino decrescere: «Si è passati dal 58.7% di ginecologi obiettori del 2005, al 69.2% del 2006, al 70.5% del 2007, al 71.5% del 2008, al 70.7% nel 2009 e al 69.3% nel 2010 e nel 2011» (p. 40). Al personale non obiettore, a conti fatti, toccherebbero 1,4 aborti a settimana: non uno sforzo pazzesco e che tale diventa solo in mancanza di adeguata organizzazione interna a strutture e ospedali [2].

5. «Una legge che ha portato civiltà e non morte»: così l’autore di Gomorra descrive la 194/’78.
Ora, posto che sarebbe meglio intendersi sul concetto di civiltà, su quello di morte non dovrebbero esserci molti equivoci. Ebbene, dalla sua entrata in vigore ad oggi la legge italiana sull’aborto procurato ha consentito l’eliminazione di 5.000.000 ed oltre di bambini, l’equivalente di una metropoli cancellata. Questa è forse «civiltà e non morte»? Già immaginiamo la replica: ma così si è salvata la vita a tante donne, altrimenti costrette all’aborto clandestino. Dispiace sfatare la leggenda ma, a parte che gli aborti clandestini vi sono tutt’ora in gran quantità – 15.000 all’anno, secondo le prudentissime stime del Ministero –, se ci atteniamo alla letteratura scientifica, risulta accertato come da un lato il divieto di aborto non risulti correlato alla mortalità materna e men che meno ad un suo peggioramento [3], e, d’altro lato, la pratica abortiva sia associata ad un maggiore tasso di mortalità, per le donne che vi ricorrono, sia rispetto all’aborto spontaneo che alla gravidanza portata a termine [6].

6. «Io e tanti, tantissimi insieme a me, apparteniamo al partito della scelta […] Non sarà la mia spiritualità a negare la tua liberà […] impedire a una donna di poter decidere cosa sia meglio per la salute della propria mente e del proprio corpo, significa solo questo: costruire infelicità».
È lo scoppiettante finale dell’articolo. Che ci impone ancora una volta l’obbligo di ricordare che dal concepimento siamo in presenza di un essere umano a tutti gli effetti, che prima della nascita, oltre ad un cuore che batte, sviluppa una propria vita relazionale [7] fatta di ritmi giorno-notte [8] ed in grado a suo modo di rispondere alla voce materna [9], di memorizzarla fra le altre [10] e di avvertire un senso di dolore [11]: riesce francamente difficile, o addirittura pretestuoso, tirare in ballo il concetto di «spiritualità» laddove abbiamo davanti una realtà tanto evidente. Quanto invece all’idea che aiutando la donna a tenere il proprio bambino si possa costruire la sua infelicità – posto che abbiamo già visto come la gravidanza sia l’evento più favorevole alla longevità materna –, possiamo ricordare come l’evento dell’aborto, oltre a comportare la perdita di un figlio, aumenta del 30% nella donna il rischio di depressione, ansia o abuso di sostanze [12]: c’è forse un modo di «costruire infelicità» più drammaticamente efficace di questo?

Concludiamo sottolineando l’importanza, allorquando si affrontano temi di estrema delicatezza come sono quelli bioetici, di essere il più possibile documentati o, quanto meno, cauti. Un atteggiamento diverso, il mettersi a vergare sentenze senza un’adeguata padronanza dell’argomento porta solo a fabbricare slogan, ad alimentare pregiudizi e a diffondere quell’ignoranza che – ne siamo certi – in fondo Roberto Saviano aspira come noi a contrastare.

Note:

[1] Gilbert S.F., Developmental Biology, VI ed 2000, p. 185; [2] Cfr. Volpi R. Le sciocchezze sull’obiezione di coscienza raccontate dai bioeticisti alle vongole, 23/6/2013, «Il Foglio»; [3] Cfr. Koch E. – Thorp J. – Bravo M. – Gatica S. – Romero C.X. – Aguilera H. – Ahlers I. (2012) Women’s Education Level, Maternal Health Facilities, Abortion Legislation and Maternal Deaths: A Natural Experimentin Chile from 1957 to 2007«PLoSONE»;Vol. 7(5):e36613; [4] Cfr. Reardon D. – Coleman P. (2012) Short and long term mortality rates associated with first pregnancy outcome: Population register based study for Denmark 1980–2004. «Medical Science Monitor»; Vol. 18(9): PH 71 – 76; Gissler M. – Berg C. – Bouvier-Colle M.H. – Buekens P. (2004) Pregnancy-associated mortality after birth, spontaneous abortion, or induced abortion in Finland, 1987-2000. «American Journal of Obstetrics & Gynecology»; Vol. 190(2): 422-427; Reardon D.C. – Ney P.G. – Scheuren F. – Cougle J – Coleman P. Strahan T. (2002) Deaths associated with pregnancy outcome: a record linkage study of low income women. «Southern Medical Journal»; Vol. 95(8):834-41; [7] Cfr. Veldman F. (2001) Confirming Affectivity, the Dawn of Human Life. The pre-, peri- and postnatal affective-confirming. Haptonomic accompaniment of parents and their child. «Neuroendocrinology Letters»; Vol. 22:295–304; [18] Cfr. Serón-Ferré M.- Torres-Farfán C. – Forcelledo M.L. – Valenzuela G.J. (2001) The development of circadian rhythms in the fetus and neonate. «Seminars in Perinatology»; Vol. 25(6):363-70; [19] Cfr. Jardri R. – Houfflin-Debarge V. – Deliona P. – Pruvo J.-P. – Thomas P. – Pins D. (2012) Assessing fetal response to maternal speech using a noninvasive functional brain imaging technique.«International Journal of Developmental Neuroscience»;Vol. 30(2):159–161; [10] Cfr. Moon C. – Lagercrantz H. – Kuhl P.K. (2013) Language experienced in utero affects vowel perception after birth: a two-country study. «Acta Paediatrica»; Vol. 102(2):156-60; [11] Lowery C.L. – Hardman M.P. – Manning N. – Hall R.W. – Anand K.J. – Clancy B. (2007) Neurodevelopmental changes of fetal pain. «Seminars in Perinatology»; Vol. 31(5):275-82; Van de Velde M. – Jani J. – De Buck F. – Deprest J. (2006) Fetal pain perception and pain management. «Seminars in Fetal & Neonatal Medicine»;Vol. 11(4):232-6; Fisk N.M. – Gitau R. – Teixeira J.M. – Giannakoulopoulos X. – Cameron A.D. – Glover V.A. (2001) Effect of direct fetal opioid analgesia on fetal hormonal and hemodynamic stress response to intrauterine needling. «Anesthesiology»; Vol. 95(4):828-35. Smith R.P. – Gitau R. – Glover V. Fisk N.M. (2000) Pain and stress in the human fetus. «The European Journal of Obstetrics & Gynecology and Reproductive Biology»; Vol. 92(1):161-5; Giannakoulopoulos X. – Sepulveda W. – Kourtis P. – Glover V. – Fisk N.M. (1994) Fetal plasma cortisol and beta-endorphin response to intrauterine needling. «Lancet»; Vol. 344(8915):77-81; [12] Cfr. Bellieni C.V. – Buonocore G. (2013) Abortion and subsequent mental health: Review of the literature. «Psychiatry and Clinical Neurosciences»; Vol. 67(5):301-310.

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