Una lettura del «berlusconismo»

10 febbraio 2014 12:41 10 comments

Di Marco Invernizzi

7 febbraio 2014

identitanazionale.it

Il libro Il berlusconismo nella storia d’Italia (Marsilio, Padova 2013) scritto da Giovanni Orsina, docente di Storia Contemporanea e vicedirettore della School of Government all’Università Guido Carli di Roma, si articola in cinque capitoli.

“Il primo affronta la “questione italiana” in una prospettiva di lungo periodo, ossia a partire dal Risorgimento, soffermandosi in particolare sul rapporto fra Stato ed élite politiche da un lato, paese dall’altro”.

“Il secondo si concentra sull’età repubblicana, approfondendo le questioni già considerate in termini generali nel primo capitolo e analizzando più da vicino il ruolo svolto dai partiti; il sentimento di avversione nei confronti loro e più in generale della politica, robustamente, seppur carsicamente, presente nell’opinione pubblica; come sia mutato nei decenni il rapporto fra destra e sinistra”.

“[…] il terzo capitolo […] analizza la proposta politica di Berlusconi soprattutto ma non soltanto attraverso i discorsi del Cavaliere […] ne identifica uno dei principali motivi di successo nel rapporto con la storia profonda d’Italia considerata nei due capitoli precedenti”.

“Il quarto capitolo parla di chi ha votato per Berlusconi utilizzando i dati presentati nelle principali ricerche svolte finora sull’elettorato dell’opinione pubblica”.

“Il quinto capitolo tratta della parabola del berlusconismo proponendone una periodizzazione interna e cercando di comprendere per quali ragioni esso non sia riuscito a mantenere quel che aveva promesso” (pp. 17-18).

 

1. La tesi del libro

La tesi principale dello studio di Orsina ruota intorno a un criterio di interpretazione di tutta la storia italiana, un criterio non nuovo ma usato con intelligenza. Tale criterio individua nel “giacobinismo” il tentativo perpetrato dalle classi dirigenti appartenenti alle diverse ideologie, che hanno cercato di trasformare gli italiani dal Risorgimento in poi, la causa di un contrasto permanente fra questi tentativi e la maggioranza degli italiani, refrattaria a queste proposte ideologiche e perciò dalle forze politiche ispiratrici di queste ultime considerata arretrata, antimoderna, egoista e un po’ corrotta.

“Fin dal tempo del Risorgimento, perciò, la storia d’Italia è stata dominata, seppure in forme e con intensità che nei decenni sono mutate anche profondamente, dal tema della forzatura.

L’oggetto da forzare ossia da estrarre volente o nolente e velocemente dalla sua arretratezza morale e materiale, era il paese. Lo strumento da utilizzare per forzarlo non poteva che essere di natura politica − in senso lato lo Stato, un partito, una rivoluzione. E il soggetto della forzatura doveva essere un’élite modernizzante: un gruppo coeso, dotato di idee estremamente chiare quanto agli obiettivi da perseguire, disponibile a usare anche le maniere spicce pur di mettere il paese in marcia − e marcia a ritmo sostenuto. La chiave di lettura della vicenda italiana che sto proponendo qui, insomma, il filo rosso di cui dicevo sopra, è quello delle operazioni in senso lato giacobine, o se si preferisce ortopediche o pedagogiche, (una coppia di aggettivi questa che comparirà più volte nelle pagine che seguono) che di decennio in decennio si è tentato di realizzare e dei loro destini” (p. 25, cfr. anche p. 90).

 

2. Diversi “giacobinismi”

Diverse sono state nella storia italiana le forme di giacobinismo riconducibili all’analisi di Orsina, cioè che hanno tentato di “fare gli italiani” utilizzando un modo ortopedico o pedagogico, cioè di trasformarli sradicandoli dalle loro radici, correggendone presunti difetti.

a) Napoleone Bonaparte

In primis, Napoleone, il suo esercito e i giacobini italiani loro alleati. Contro di essi insorgono i contadini più qualche sacerdote e qualche nobile. È l’Insorgenza.

b) Il Risorgimento

Poi viene l’unificazione e si tratta di “fare gli italiani” dopo aver fatto l’Italia. La Guerra civile nel Sud: il cosiddetto brigantaggio. Poi ancora il “paese reale” contro quello “legale” che vuole correggerlo: il movimento cattolico intransigente contro lo Stato liberalnazionalista e massonico. L’Opera dei Congressi, 1874-1904.

c) Il fascismo

Poi si vota, a partire dal suffragio universale maschile del 1913. Il Patto Gentiloni: i cattolici contro i socialisti per salvare le istituzioni che li avevano perseguitati, con grande senso di responsabilità. Il clerico moderatismo, 1904-1914. Poi la Marcia su Roma, nel 1922. Il fascismo voleva trasformare gli italiani in un popolo guerriero e disponibile a un progetto di potenza, ma Mussolini capisce che gli italiani hanno radici profonde, quindi non attacca la Monarchia e trova un compromesso con la Chiesa. Rimane uno statalismo senza totalitarismo.

d) Il “dossettismo” e la Prima repubblica

La prima fase della prima repubblica è quella meno ortopedica e pedagogica e più antigiacobina. “[...] Sarebbe scorretto sostenere che la Democrazia cristiana sia stata nel suo complesso un partito ortopedico e pedagogico, e tanto meno rivoluzionario − ma sarebbe pure sbagliato negare che al suo interno si sia agitato un robusto desiderio di raddrizzare e rieducare l’Italia e di attuarvi, se non una rivoluzione, per lo meno un disegno radicale di riforma. Basti pensare a Dossetti e ai dossettiani” (p. 58). In questo senso Orsina individua una continuità tra fascismo e Repubblica dei partiti, non solo a livello di istituzioni dello Stato, ma anche e soprattutto di “persistenza partitocratica”, “[…] seppure con la differenza non proprio irrilevante, fra il prima e il dopo, del passaggio dal monopartitismo al pluripartitismo” (pp. 60-61). Se nella fase del centrismo, l’Italia entrava nella modernità in modo molto cauto – anche se non bisogna trascurare i mutamenti culturali degli anni 1950 denunciati dai vescovi nella loro lettera pastorale sul laicismo del 1960 –, a partire dal luglio 1960 – con i “fatti di Genova” e la caduta del governo di centrodestra guidato da Fernando Tambroni (1901-1963) – si verifica un’accelerazione in senso rivoluzionario, segnata dalla ripresa dell’antifascismo sul piano culturale, da un aumento dell’intervento dello Stato nella vita economica, e da altri fattori che segnano la stagione del centro-sinistra (1961-1976).

 

3. L’“anti-antifascismo”

In questa nuova situazione tutte le diverse destre che avevano operato fino ad allora si trovano escluse dai centri decisionali importanti soprattutto da un punto di vista culturale. Finita la stagione dell’Uomo qualunque, il movimento politico fondato dal commediografo Guglielmo Giannini (1891-1960) che forse è stato la cosa più simile al berlusconismo, negli anni 1960 missini, monarchici, votanti per la Dc (“turandosi il naso”), rappresentano quel mondo conservatore – anche se non si chiamerà mai così per debolezza culturale – che non ha un’espressione politica che lo soddisfi e che in genere si accontenta di votare dc come male minore. Certamente si trovano in questa realtà umana e politica che Orsina chiama l’anti-antifascismo, riprendendo un’immagine cara al filosofo Augusto Del Noce (1910-1989), tutti coloro che avversano dopo il 1960 l’avvento del centro-sinistra, che è molto di più di un fatto politico governativo, ma indica una strada, una prospettiva ideologica per cui l’unico progresso possibile è quello orientato a sinistra.

 

4. Il centro-sinistra

“Il centro- sinistra ha stabilizzato il sistema dei partiti e ne ha fissato la supremazia all’interno dello spazio pubblico nazionale, rilanciandone al contempo le aspirazioni ortopediche e pedagogiche” (p. 93). In questo quadro culturale, politico e istituzionale orientato verso sinistra si colloca il Pci, “per tanti versi il punto culminante della tradizione ortopedica e pedagogica italiana” (p. 94), sia nei suoi aspetti migliori (la tensione etica) sia in quelli peggiori – l’arroganza, l’autoreferenzialità, la faziosità –, secondo l’analisi di Orsina.

 

5. Il berlusconismo

Il fenomeno culturale e politico determinato dalla discesa in campo di Silvio Berlusconi nel 1993-1994 si colloca in questo humus, in questo ambiente rappresentato da coloro che più o meno consapevolmente si collocano nell’anti-antifascismo.

Egli si colloca fin dall’inizio su posizioni esattamente antitetiche ai diversi progetti ideologici condotti dalle diverse forze politiche per centoconquant’anni. Non soltanto, ma come mai nessun altro leader politico aveva mai fatto, se non Guglielmo Giannini che però durò pochi anni, Berlusconi esalta il “Paese reale” contro quello “legale”, gli italiani così come sono contro i vari progetti di come li si vorrebbe fare diventare. Nella storia italiana ci sono stati uomini politici, come Giovanni Giolitti (1842-1928), e forze politiche, come il cosiddetto “doroteismo”, che hanno rifiutato la “via ortopedica”, ma lo hanno fatto minimizzando o ignorando tali proposte, mentre Berlusconi ha esaltato le caratteristiche contrarie, ha fatto diventare strumento di consenso l’“italianismo” che gli altri volevano cambiare. Bisogna forse tornare all’Opera dei Congressi per trovare una così forte opposizione fra “Paese reale” e “Paese legale”, il qualunquismo essendo stato un fenomeno simile ma troppo esiguo nel tempo e nelle dimensioni del consenso.

Ribaltata la diagnosi, il berlusconismo capovolge la terapia, o meglio tenta di farlo. Come Orsina sosterrà nelle pagine successive, sarà questa incapacità o impossibilità realizzativa del berlusconismo a causarne il declino. Se il problema è nella classe dirigente e non nel Paese reale, bisogna adeguare il “Paese legale” a quello “reale”, e non viceversa. Lo Stato deve diminuire, fare meno cose e farle meglio, secondo uno schema di semplice buon senso. Berlusconi denuncia lo statalismo che ha contraddistinto la storia italiana dalla Destra storica a oggi, che si è consolidato con Giolitti, con Mussolini e con la stessa Dc (cfr. p. 103). Berlusconi insiste molto sulla necessità che cambi il rapporto fra Stato e cittadino, nel senso che lo Stato non deve trattare il singolo come un delinquente evasore a priori; soltanto allora il cittadino potrà guardare allo Stato non più come se fosse un nemico. In questo senso, Orsina fa notare come Berlusconi abbia sempre auspicato la diminuzione della tassazione, ma non abbia mai invitato a evadere le tasse, anzi abbia sempre sostenuto l’onestà dei propri elettori.
Per dare ulteriore forza alla tesi di Orsina, si potrebbe ricordare come, per la prima volta nella storia repubblicana, Berlusconi abbia rivendicato, esaltandola, la vittoria elettorale, ma epocale, del 18 aprile 1948, come la Dc non aveva mai fatto. Nello stesso senso, “politicamente scorrettissimo”, al Cavaliere è capitato di presentare ed esaltare due libri critici del Risorgimento parlando a un meeting di giovani di destra. Certo, Berlusconi non è un intellettuale, anzi, ma quando esprime una posizione politica sa toccare certe corde non conformiste.

Secondo Orsina, il leader del centro-destra ha tentato di riportare l’orologio della storia agli anni 1950, rimettendo in gioco tutte le destre che il centrosinistra aveva escluso culturalmente dalla società, qualunquisti, missini, monarchici, cattolici di destra, mentre sdoganando il Msi riporta la storia anche agli anni 1930, rimettendo in gioco chi aveva apprezzato il conservatorismo del “fascismo regime”, il suo accordo con Chiesa e monarchia che smentisce le istanze rivoluzionarie e “ortopediche” del “fascismo movimento”, quello delle origini sansepolcriste, secondo la nota distinzione introdotta dagli studi di Renzo De Felice (1929-1996) (cfr. pp. 120-121).

 

6. Il berlusconismo vent’anni dopo

“Definire fallimentare il berlusconismo sarebbe per molti versi assurdo. [...] Ha vinto tre elezioni politiche nazionali, oltre a innumerevoli altre a ogni livello, dando al Paese quattro governi durati nel loro complesso quasi dieci anni” (p. 167).

“Il berlusconismo di governo [...] ha prodotto leggi, decreti, riforme e decisioni in quantità (per esattezza 1.028 leggi, 524 decreti legislativi, 525 decreti legge, 1.730 decreti del Presidente del consiglio dei ministri, come scrive Il Sole 24 Ore, instant book Gli anni di Berlusconi, pp. 38-39” (p. 168). L’opinione di Orsina è che comunque non sia riuscito a introdurre tassi significativi di liberalismo nel corpo sociale e la sua formula consistente nel ribaltare il rapporto fra “Paese legale” e “Paese reale” a vantaggio di quest’ultimo non abbia funzionato (cfr. p. 169). Per analizzare il berlusconismo e il suo parziale fallimento, Orsina lo divide in diverse fasi.

La prima fase è il “berlusconismo d’assalto” (cfr. pp. 170-179), quello del 1994, che secondo Orsina non aveva sufficiente retroterra culturale, a differenza dei movimenti conservatori che si svilupparono in Usa e in Gran Bretagna, dove Ronald Reagan (1911-2004) e Margaret Thatcher (1925-2013) avevano avuto think tank significativi che avevano operato negli anni precedenti. Quindi il berlusconismo, secondo Orsina, aveva tentato una forzatura eccessiva del tessuto storico italiano, una forzatura che non aveva la capacità di compiere e che né il Paese né le istituzioni pubbliche potevano sostenere, anche a motivo, della violenta reazione che essa era destinata a suscitare. Il primo governo fallisce e Berlusconi ne trae un importante insegnamento.

La seconda fase è quella del consolidamento (cfr. pp. 179-182), dopo la caduta del primo governo per la defezione della Lega Nord. Il berlusconismo “tiene”, contro ogni aspettativa, e nelle elezioni del 1996 prende sostanzialmente la stessa percentuale di voti del 1994, e perde le elezioni perché la Lega si presenta alle elezioni da sola. Il berlusconismo intanto si radica sul territorio sotto la guida organizzativa dell’ex Dc Claudio Scajola, e pur mantenendo sempre le caratteristiche di partito leggero, secondo Orsina si “democristianizza”, cioè si sposta su posizioni conservatrici e cattoliche, entrando nel Ppe, il Partito Popolare Europeo, nel 1998.

La terza fase è quella di governo dal 2001 al 2006 (cfr. pp. 183-190). Il berlusconismo si scontra, dopo centocinquant’anni anni di “ortopedia” e di “pedagogia”, con una “società italiana [...] stracolma di Stato. Frenata, ingessata, irritata – ma pure aiutata, sostenuta e pagata dallo Stato. Il rapporto fra interessi privati e intervento pubblico, fra i desideri contrastanti da un lato di maggiore libertà, dall’altro di maggiore protezione e conservazione dei privilegi, si era ormai trasformato in un garbuglio storico quasi impossibile da districare. Per il populismo berlusconiano, sostanzialmente conservatore, l’espressione “accettare il paese così com’è” andava ciononostante presa alla lettera: l’Italia non doveva essere in alcun modo forzata. Il liberalismo berlusconiano invece, sostanzialmente rivoluzionario, riteneva che “così com’è” significasse press’a poco “così come sarebbe naturalmente stata se l’intervento pubblico non l’avesse artificialmente distorta e corrotta” e chiedeva perciò un’opera imponente di smantellamento dello Stato. Un’opera quanto mai dolorosa, perché l’apparato ortopedico, penetrato ormai in profondità nelle carni del paese, era terribilmente fastidioso ma pure difficilissimo da strappar via, soprattutto se il paese non lo si voleva far soffrire – e se si doveva raccoglierne il consenso” (p. 187).

La quarta e ultima fase è quella che vede la lotta disperata di Berlusconi per sopravvivere alla sconfitta elettorale del 2006 (cfr. pp. 190-196), alla nuova vittoria del 2008, al passaggio di consegne nel 2011 a Mario Monti e al suo governo, anche con il Pdl (cfr. pp. 196-203). La leadership di Berlusconi resiste e rimane centralissima nella vita pubblica del Paese, anche nell’ultima parte del 2013, ma rimane come forma di lotta disperata per resistere alla persecuzione giudiziaria e alla volontà dei nemici di eliminarlo definitivamente.
Viene meno, invece, il progetto di cambiamento, anche nella eventualità che i “berluscones” potessero vincere le prossime elezioni.

Ma qui comincia un altro discorso, che non c’entra più col libro di Orsina.

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