Se un’opera d’arte va in discarica

5 marzo 2014 20:24 26 comments

Di Rino Cammilleri

3 marzo 2014

lanuovabq.it

Scusate se torno ancora sul tema dell’arte moderna (vedi precedente articolo qui) ma mi ci vedo trascinato da una notizia di pochi giorni fa. Si tratta di questo: due opere della rassegna di arte contemporanea «Display Mediating Landscape» (qualunque cosa ciò voglia dire) in programma a Bari sono finite nella monnezza. La donna delle pulizie, al lavoro prima dell’alba, non si era accorta che si trattava di opere d’arte e le ha consegnate, insieme agli altri rifiuti, alla squadra apposita della nettezza urbana. Neanche gli operatori ecologici si sono avveduti dell’abbaglio, sennò l’avrebbero fatto presente e le opere in questione non sarebbero andate distrutte in discarica. Ormai, ahimè, è troppo tardi per esse e ci penserà l’assicurazione a coprire il danno.

Il Comune, tra i patron dell’iniziativa dell’esposizione, ha giustificato la donna delle pulizie, alla quale non si può certo rimproverare lo zelo professionale. Il fatto che non si sia accorta di star buttando via opere d’arte, spiega il Comune, è anzi una bella cosa e va a tutto «merito degli artisti, che hanno saputo interpretare il senso stesso dell’arte contemporanea, quello di interagire con l’ambiente».

E nessuno può negare che la discarica dei rifiuti solidi urbani faccia parte dell’ambiente a pieno titolo. Ora, sull’accaduto si potrebbe anche sorridere se costituisse un unicum. Il guaio è che non è la prima volta che una cosa del genere succede nel mondo. Già: può accadere, ed è accaduto in vari luoghi, che allestisci una esposizione di arte contemporanea, ci porti le scolaresche, stampi i depliant e i cataloghi e i manifesti, dirami i comunicati stampa, la inauguri con buffet, inviti alle autorità e hostess. Poi, l’indomani, trovi che l’impresa di pulizie ha buttato via tutto o parte equivocando sul valore di quel che ha scambiato per semplici rifiuti.

Un tempo, che un quadro era un quadro lo si vedeva almeno dalla cornice, e una scultura aveva il suo bravo piedestallo. Ora, con le cosiddette «installazioni», come fa un poveraccio di spazzino a capire che un preservativo usato, un topo morto, una cacca seccata, una rivista stracciata, un coperchio di water, un fil di ferro contorto, una gamba di manichino sbrecciata sono opere d’arte?

Nel caso di Bari si trattava di opere «fatte con materiali essenziali e quotidiani», cioè cartone e carta di giornale. Dice l’impresa di pulizie che la sua lavorante «ha visto dei contenitori vuoti accatastati, ha visto passare gli operatori ecologici e li ha consegnati». Insomma, ha fatto il suo mestiere. Plauso a lei e lode anche agli artisti che «hanno saputo interpretare il senso stesso dell’arte contemporanea, quello di interagire con l’ambiente».

Il fatto, però, ci permette una ulteriore riflessione sull’arte contemporanea. Prima del suo avvento si poteva prendere l’ultimo analfabeta, il più zotico e ignorante, metterlo davanti a un quadro o una statua e chiedergli: «Che cos’è?». E quello, infallibilmente, rispondeva che era una Madonna, una ballerina, una campagna sotto la pioggia, un cavallo, un vaso di fiori…

Quando la Cina di Mao lasciò filtrare qualcuno dalla sua cortina, un delegato, venuto in visita a Roma, fu condotto in visita alle bellezze cittadine. Di fronte alla Pietà di Michelangelo, quello, che nulla ne sapeva perché reduce dalla Rivoluzione Culturale, disse pressappoco così: non conosco quest’opera, però vedo che raffigura una giovane madre mentre piange il figlio morto. Morale: prima dell’avvento della contemporaneità chiunque era in grado di leggere un’opera d’arte e fruirne. Dunque, l’arte era «democratica» quando non c’era la democrazia. L’evo contemporaneo ha fatto dell’arte una cosa elitaria, comprensibile solo a pochi. E spesso neanche a questi, dal momento che non è un mistero che ormai un artista debba tutto alle sue capacità di pubbliche relazioni. Un bel progresso. Consiglio per future esposizioni: a far le pulizie metteteci i critici d’arte, i soli che non possono sbagliare.

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