La carità norma suprema per una cultura solidale – Antologia

14 marzo 2014 06:53 6 comments

SCUOLA SOCIO-POLITICA DIOCESANA “Beato Toniolo”

“La carità, norma suprema per una cultura solidale”.

Campobasso, 11 marzo 2014

Vangelo di Marco 12,28-30

Allora si accostò uno degli scribi che li aveva uditi discutere, e, visto come aveva loro ben risposto, gli domandò: “Qual è il primo di tutti i comandamenti?”. Gesù rispose: “Il primo è: Ascolta, Israele. Il Signore Dio nostro è l’unico Signore; amerai dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza. E il secondo è questo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Non c’è altro comandamento più importante di questi”.

 

Il Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 218-221

Israele, nel corso della sua storia, ha potuto scoprire che uno solo era il motivo per cui Dio gli si era rivelato e lo aveva scelto fra tutti i popoli perché gli appartenesse: il suo amore gratuito. Ed Israele, per mezzo dei profeti, ha compreso che, ancora per amore, Dio non ha mai cessato di salvarlo e di perdonargli la sua infedeltà e i suoi peccati. L’amore di Dio per Israele è paragonato all’amore di un padre per il proprio figlio. È un amore più forte dell’amore di una madre per i suoi bambini. Dio ama il suo Popolo più di quanto uno sposo ami la propria sposa; questo amore vincerà anche le più gravi infedeltà; arriverà fino al dono più prezioso: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito” (Gv 3,16). L’amore di Dio è “eterno” (Is 54,8): “Anche se i monti si spostassero e i colli vacillassero, non si allontanerebbe da te il mio affetto” (Is 54,10). “Ti ho amato di un amore eterno, per questo ti conservo ancora pietà” (Ger 31,3). Ma san Giovanni si spingerà oltre affermando: “Dio è Amore” (1Gv 4,8; 1Gv 4,16): l’Essere stesso di Dio è Amore. Mandando, nella pienezza dei tempi, il suo Figlio unigenito e lo Spirito d’Amore, Dio rivela il suo segreto più intimo: è lui stesso eterno scambio d’amore: Padre, Figlio e Spirito Santo, e ci ha destinati ad esserne partecipi.

 

Benedetto XVI , Spe salvi n.28

Il rapporto con Dio si stabilisce attraverso la comunione con Gesù – da soli e con le sole nostre possibilità non ci arriviamo. La relazione con Gesù, però, è una relazione con Colui che ha dato se stesso in riscatto per tutti noi (cf 1 Tm 2,6). L’essere in comunione con Gesù Cristo ci coinvolge nel suo essere ‘per tutti’, ne fa il nostro modo di essere. Egli ci impegna per gli altri, ma solo nella comunione con Lui diventa possibile esserci veramente per gli altri, per l’insieme. Vorrei, in questo contesto, citare il grande dottore greco della Chiesa, san Massimo il Confessore († 662), il quale dapprima esorta a non anteporre nulla alla conoscenza ed all’amore di Dio, ma poi arriva subito ad applicazioni molto pratiche: “Chi ama Dio non può riservare il denaro per sé. Lo distribuisce in modo ‘divino’ [...] nello stesso modo secondo la misura della giustizia”. Dall’amore verso Dio consegue la partecipazione alla giustizia e alla bontà di Dio verso gli altri; amare Dio richiede la libertà interiore di fronte ad ogni possesso e a tutte le cose materiali: l’amore di Dio si rivela nella responsabilità per l’altro. La stessa connessione tra amore di Dio e responsabilità per gli uomini possiamo osservare in modo toccante nella vita di sant’Agostino. Dopo la sua conversione alla fede cristiana egli, insieme con alcuni amici di idee affini, voleva condurre una vita che fosse dedicata totalmente alla parola di Dio e alle cose eterne. Intendeva realizzare con valori cristiani l’ideale della vita contemplativa espressa dalla grande filosofia greca, scegliendo in questo modo ‘la parte migliore’ (cf Lc 10,42). Ma le cose andarono diversamente. Mentre partecipava alla Messa domenicale nella città portuale di Ippona, fu dal Vescovo chiamato fuori dalla folla e costretto a lasciarsi ordinare per l’esercizio del ministero sacerdotale in quella città. Guardando retrospettivamente a quell’ora egli scrive nelle sue Confessioni: “Atterrito dai miei peccati e dalla mole della mia miseria, avevo ventilato in cuor mio e meditato la fuga nella solitudine. Ma tu me l’hai impedito e mi hai confortato con la tua parola: “Cristo è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto per tutti” (cf 2 Cor 5,15)”. Cristo è morto per tutti. Vivere per Lui significa lasciarsi coinvolgere nel suo “essere per”.

 

Sant’Agostino, Sermoni

L’autentica carità preferisce il bene comune al suo personale e non viceversa. Potrete rendervi conto del vostro progresso nella virtù osservando in quale misura sapete preferire il bene comune al vostro personale. L’interesse personale non può infatti che essere “transitorio”; l’interesse per il bene comune “rimane”. In altre parole la carità autentica è“disinteressata”. La carità di Dio e del prossimo è il contenuto di tutte le Scritture, la sintesi della filosofia, il fine della teologia, l’anima della pedagogia, il segreto della politica, l’essenza e la misura della perfezione cristiana, la somma di ogni virtù, l’ispirazione della grazia, il dono da cui derivano tutti i doni dello Spirito Santo, la regola che distingue le opere buone da quelle cattive, la realtà con la quale nessuno può esser cattivo, il bene in cui si possiedono tutti i beni e senza il quale gli altri non giovano a nulla (” Abbi la carità e avrai tutto, perché senza di essa a nulla giova tutto ciò che potrai avere “), la caparra e il principio della vita eterna. Se avrai la carità avrai tutto; senza la carità niente ti gioverà, qualunque cosa tu possegga. Amando disinteressatamente il fratello, lo amiamo secondo Dio, giacché i precetti di amare Dio e il prossimo non esistono mai l’uno senza l’altro. Amando il prossimo meriti di vedere Dio. Amando il prossimo purifichi gli occhi per vedere Dio. Estendi la tua carità in tutto il mondo se vuoi amare Cristo e se ami Dio, trascina tutti all’amore di Dio … trascina quanti potete, esortando, sopportando, pregando, dialogando, spiegando, con mansuetudine, con amabilità: trascinali all’amore. Rivolgi la tua attenzione a Cristo disteso sulla strada; guarda Cristo che è affamato, che soffre il freddo, che è bisognoso e forestiero. Solo il pensiero di quanto soffrì il Signore per noi, fa sì che accettiamo volentieri il lavoro impostoci di portare i pesi degli altri. Cristo Gesù rinunziò a tutto; scelse di essere come servo. Abbassò se stesso. Per questo motivo, si deve pensare, con grande sollecitudine e implorata misericordia, a non trascurare Cristo per il debole, ma ad amare il debole per Cristo.

 

Giovanni Paolo II, Redemptor Hominis n. 10

L’uomo non può vivere senza amore. Egli rimane per se stesso un essere incomprensibile, la sua vita è priva di senso, se non gli viene rivelato l’amore, se non s’incontra con l’amore, se non lo sperimenta e non lo fa proprio, se non vi partecipa vivamente. E perciò appunto Cristo Redentore – come è stato già detto – rivela pienamente l’uomo all’uomo stesso. Questa è – se così è lecito esprimersi – la dimensione umana del mistero della Redenzione. In questa dimensione l’uomo ritrova la grandezza, la dignità e il valore propri della sua umanità. Nel mistero della Redenzione l’uomo diviene nuovamente «espresso» e, in qualche modo, è nuovamente creato. Egli è nuovamente creato! «Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù». L’uomo che vuol comprendere se stesso fino in fondo – non soltanto secondo immediati, parziali, spesso superficiali, e perfino apparenti criteri e misure del proprio essere – deve, con la sua inquietudine e incertezza ed anche con la sua debolezza e peccaminosità, con la sua vita e morte, avvicinarsi a Cristo. Egli deve, per così dire, entrare in Lui con tutto se stesso, deve «appropriarsi» ed assimilare tutta la realtà dell’Incarnazione e della Redenzione per ritrovare se stesso. Se in lui si attua questo profondo processo, allora egli produce frutti non soltanto di adorazione di Dio, ma anche di profonda meraviglia di se stesso.

 

San Clemente di Alessandria, Quis dives salvetur, 13, 4 – 18, 1

La vera ricchezza è la virtù dell’anima

Come si potrebbe dare da mangiare agli affamati e da bere agli assetati, vestire chi è nudo e ospitare chi è senza tetto, se ciascuno si trovasse ad essere privo di tutte queste cose? Cristo, invece, è ospitato da Zaccheo, da Levi, da Matteo, ricchi e pubblicani, ed egli non li esorta a disfarsi delle ricchezze, ma ne prescrive un uso giusto, elimina quello ingiusto e annuncia: «Oggi la salvezza è per questa casa»; egli loda l’uso che si fa di esse ed esorta alla condivisione, aggiungendo di dare da bere a chi a sete, di dare pane a chi ha fame, di accogliere chi è senza tetto, di vestire chi è nudo. Le ricchezze, dunque, potendo giovare al prossimo, non sono da rigettare, perché sono dei possessi quando sono possedute e vantaggi quando sono utili e predisposte da Dio a favore degli uomini, benché siano a loro disposizione e ad essi soggette come materia e strumenti, affinché quanti ne sono capaci ne facciano buon uso. Anche la ricchezza è uno strumento di questo tipo: la si può usare in modo giusto, e in tal caso è al tuo servizio per la giustizia; o la si può usare ingiustamente, e allora si manifesta come serva dell’ingiustizia. Essa, infatti, è per sua natura al servizio, non al comando. Chi, dunque, getta via da sé l’abbondanza mondana può, tuttavia, restare ricco delle passioni, anche se non ha più la ricchezza materiale: infatti, la brama del mondo, operando come le è proprio, affanna il pensiero e lo molesta; e a nulla gli giova l’essersi fatto povero, se rimane ricco nel vizio e nella cupidigia. Bisogna, quindi, rinunciare non ai beni che, con il sostegno della sapienza, della sobrietà e della carità, possono essere utili, se uno ne conosce il retto uso, ma a quelli dannosi: l’attaccamento ad essi, infatti, porta morte e di esso è bene purificare ovvero rendere povera e nuda l’anima. Pertanto, se chi ha ricchezze, oro, argento e case, quali doni di Dio, celebra con essi il Dio che glieli dà per la salvezza degli uomini ed è consapevole che possiede questi beni per i fratelli piuttosto che per se stesso, rendendosi in tal modo superiore al possesso di essi, non è schiavo dei beni che possiede, poiché non porta questi beni nella sua anima, né in essi definisce o circoscrive la sua vita; egli, invece, impegnandosi sempre in opere buone e divine ed essendo in grado di sopportare con animo lieto, anche la separazione dai propri beni, se un giorno dovesse restarne senza, al pari della loro abbondanza, costui è chiamato beato dal Signore e povero di spirito ed è già pronto per ricevere in eredità il regno dei cieli, non un ricco che senza il culto dei beni del mondo, è incapace di vivere. Occorre, dunque, considerare con esattezza, l’esempio dei ricchi che difficilmente entreranno nel regno dei cieli: non è questo, infatti, il senso di quanto viene detto. La salvezza non si basa né sui beni esteriori, né sul fatto che esse siano molte o poche, piccole o grandi, gloriose o ingloriose, nobili o ignobili, ma sulla virtù dell’anima: fede, speranza, carità, amore fraterno, sapienza, mitezza, modestia e verità. Di tutto questo è premio la salvezza.

 

Francesco, Evangelii Gaudium, L’inclusione sociale dei poveri

186. Dalla nostra fede in Cristo fattosi povero, e sempre vicino ai poveri e agli esclusi, deriva la preoccupazione per lo sviluppo integrale dei più abbandonati della società.
Uniti a Dio ascoltiamo un grido

187. Ogni cristiano e ogni comunità sono chiamati ad essere strumenti di Dio per la liberazione e la promozione dei poveri, in modo che essi possano integrarsi pienamente nella società; questo suppone che siamo docili e attenti ad ascoltare il grido del povero e soccorrerlo. (…)
Rimanere sordi a quel grido, quando noi siamo gli strumenti di Dio per ascoltare il povero, ci pone fuori dalla volontà del Padre e dal suo progetto, perché quel povero «griderebbe al Signore contro di te e un peccato sarebbe su di te» (Dt15,9). (…)

188. La Chiesa ha riconosciuto che l’esigenza di ascoltare questo grido deriva dalla stessa opera liberatrice della grazia in ciascuno di noi, per cui non si tratta di una missione riservata solo ad alcuni: «La Chiesa, guidata dal Vangelo della misericordia e dall’amore all’essere umano, ascolta il grido per la giustizia e desidera rispondervi con tutte le sue forze».(…) La parola “solidarietà” si è un po’ logorata e a volte la si interpreta male, ma indica molto di più di qualche atto sporadico di generosità. Richiede di creare una nuova mentalità che pensi in termini di comunità, di priorità della vita di tutti rispetto all’appropriazione dei beni da parte di alcuni.

189. La solidarietà è una reazione spontanea di chi riconosce la funzione sociale della proprietà e la destinazione universale dei beni come realtà anteriori alla proprietà privata. Il possesso privato dei beni si giustifica per custodirli e accrescerli in modo che servano meglio al bene comune, per cui la solidarietà si deve vivere come la decisione di restituire al povero quello che gli corrisponde. Queste convinzioni e pratiche di solidarietà, quando si fanno carne, aprono la strada ad altre trasformazioni strutturali e le rendono possibili. Un cambiamento nelle strutture che non generi nuove convinzioni e atteggiamenti farà sì che quelle stesse strutture presto o tardi diventino corrotte, pesanti e inefficaci.

190. A volte si tratta di ascoltare il grido di interi popoli, dei popoli più poveri della terra, perché «la pace si fonda non solo sul rispetto dei diritti dell’uomo, ma anche su quello dei diritti dei popoli». (…) Bisogna ripetere che «i più favoriti devono rinunciare ad alcuni dei loro diritti per mettere con maggiore liberalità i loro beni al servizio degli altri».Per parlare in modo appropriato dei nostri diritti dobbiamo ampliare maggiormente lo sguardo e aprire le orecchie al grido di altri popoli o di altre regioni del nostro Paese. Abbiamo bisogno di crescere in una solidarietà che «deve permettere a tutti i popoli di giungere con le loro forze ad essere artefici del loro destino», così come «ciascun essere umano è chiamato a svilupparsi».

196. A volte siamo duri di cuore e di mente, ci dimentichiamo, ci divertiamo, ci estasiamo con le immense possibilità di consumo e di distrazione che offre questa società. Così si produce una specie di alienazione che ci colpisce tutti, poiché «è alienata una società che, nelle sue forme di organizzazione sociale, di produzione e di consumo, rende più difficile la realizzazione di questa donazione e la formazione di quella solidarietà interumana».

199. Il nostro impegno non consiste esclusivamente in azioni o in programmi di promozione e di assistenza; quello che lo Spirito mette in moto non è un eccesso di attivismo, ma prima di tutto un’azione rivolta all’altro considerandolo come un’unica cosa con se stesso. Questa attenzione d’amore è l’inizio di una vera preoccupazione per la sua persona.

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