La carità

14 marzo 2014 06:34 5 comments

Di Ylenia Fiorenza

Scuola di formazione socio-politica “Beato Toniolo” dell’Arcidiocesi di Campobasso-Bojano

Martedì 11 marzo 2014: “La Carità norma suprema per una cultura solidale”

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Dove manca la Carità, regna il disordine e la miseria.

“Dice Socrate: Allora le persone che non conoscono intelligenza e virtù, che badano sempre alla buona tavola e a simili cose, vengono trasportate, sembra, in giù, e poi nuovamente indietro sino alla posizione mediana; e così errano per tutta la vita; e mai, superando questo limite, hanno innalzato lo sguardo a ciò che è veramente alto né mai vi sono state trasportate, né mai si sono realmente riempite di ciò che è, né hanno gustato un solido e puro piacere. Ma, come bestie, tengono sempre lo sguardo in giù, curve verso il suolo e le loro mense, e pascolano rimpinzandosi e montando; per la smodata cupidigia di questi piaceri si prendono a calci e a cornate, e s’ammazzano a vicenda con corna e zoccoli ferrei. La causa è l’insaziabilità, perché non riempiono di cose reali la parte loro che è e che serba” (Repubblica Libro IX, 586 Platone).

Il processo spirituale e culturale della “Carità”,come vera pratica della figliolanza divina, riguarda l’imitazione della vita di Cristo e la testimonianza del Vangelo, il primato dell’amore nelle relazioni umane e la prassi vitale e storica di quel sistema puntiforme che è dettato dall’operosità socio-religiosa, fondata nella solidarietà, nell’ascolto, nella cura. Alla luce di quello che oggi è il modello economico stabilito dalla politica, il carattere composito della Carità offre una lettura non più ideale ma assolutamente pratica dell’impianto sociale complessivo. Dove, il cristiano non è colui che sta “al di sopra”, ma colui che “sta con”, in mezzo, “dentro”, perché compartecipe del contenuto umano, del contemporaneo, in nome della comunione fraterna che altro non è che una corrispondenza dialogica e inclusiva della vita stessa. E suo compito è la condivisione di quanto possiede, l’operare, il donare nel Signore.

La struttura teologica della Carità non può fare a meno dello sfondo sociale-antropologico, perché la sua natura è esortativa e mai estromettente, scartante. L’oscillazione tra l’ “io” e il “tu” fa da ponte di collegamento per formulare col nostro libero consenso il “noi”. Il culto della carità deve sostituire il culto dell’uomo! Chi esercita la carità rivela, infatti, di “aver ricevuto da Dio” e si premura con costanza di custodire nel suo cuore questa gratuità, mostrandosi decisamente confermato nella missione attestata dal Vangelo. La Carità in noi ha il potere di finalizzare, anzitutto la nostra identità umana e il nostro sguardo sulla vita e sul mondo. Di conseguenza, essa trasforma la “soglia della povertà” in una porta luminosa, il cui chiavistello è la generosità (parola oggi diventata sconosciuta) e la cui chiave è la nostra volontà di seminare il bene nella vita altrui con “lo spirito fraterno di solidarietà”. Ciò che va rieducato è il nostro desiderio! Perché un desiderare smodato porta a ripercussioni sociali drammatici, a quella “insaziabilità” distruttiva e tirannica di cui parlava Socrate nel dialogo platonico.

La Carità è anche un “atto di onore alla dottrina di Dio”, dove si scopre con certezza un senso di appartenenza all’altro perché guardato con amore. E da questo senso di fratellanza riacquisito, si procede e di interviene “ri-donando un cuore alla società”. Ma come si può dare l’amore se prima non lo si conosce e lo si sperimenta? Ognuno ama, infatti, in base alla misura della conoscenza che ha di Dio. “La ragione per cui l’Amore non è amato, è perché non è conosciuto!”. E’ qui che comprendiamo che la Carità consiste nel “perdere del proprio” non solo del superfluo! E con gioia, nel dimenticarsi come ha fatto Gesù abbassandosi sulle nostre miserie umane, perché l’uguaglianza non è un ideale o un’utopia, ma “norma divina” e norma giuridica fondamentale e inviolabile. Il vero contrassegno che noi amiamo Dio è quando lo amiamo nel prossimo.

Siamo chiamati a dare prova dell’amore che abbiamo per Dio, considerando che “il digiuno è dare del pane all’affamato” (cfr Is 58,7) e soprattutto tenendo conto delle parole del Siracide: “Il pane dei bisognosi è la vita dei poveri, toglierlo a loro è commettere un assassinio. Uccide il prossimo chi gli toglie il nutrimento, versa sangue chi rifiuta il salario all’operaio” (34, 21-22). La perfezione della giustizia si compie nell’amore per il fratello. Non è il possesso in sé delle cose che va confutato. I ricchi non vanno tolti di mezzo, ma vanno curati dal loro egoismo, come si risanano i feriti e i peccatori. Finché non si convertono, la moltitudine dei poveri non farà che dilatarsi. E’ qui il nodo della questione: la ri-evangelizzazione dei ricchi. L’urgenza è sì quella di aiutare i poveri. Ma la priorità è trasformare il cuore duro dei ricchi! Bisogna educarli alla Carità, abituandoli al miracolo della condivisione, facendo capire loro che spezzare del proprio pane significa investire nel paradiso, nella libertà comune. Perché ciò che ha valore è “arricchirsi di opere buone” e non sprecare il sogno della vita nell’avidità, andando incontro alla certa perdizione.

Questo è allora l’invito che facciamo nostro come cristiani: “Ricordarsi dei poveri, guarendo il male dei ricchi”, restituendoli alla gratuità, perché credano nella grazia di Dio e che il sole della ricchezza è nella pratica della vera carità, non occasionale elemosina, ma sigillo della vera amicizia con Dio. La valenza di questo proposito, che è in fondo un’esortazione rivolta a degli schiavi veri e propri, ricalca il dinamismo della Carità, che consiste in uno stile amicale, di benevolenza che mira alla “riconciliazione e alla salvezza e dei poveri e dei ricchi”. Amare significa abituare l’anima nostra alla presenza amorosa Cristo, il Re che si è fatto servo di tutti noi, sforzando la nostra coscienza a non fare dei propri fratelli inutili vittime sacrificali sull’altare del potere e del denaro. Ma amarli, sapendo di attirare così il tesoro inesauribile che arde in Dio stesso.

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