La Verità nelle strutture del provvisorio

23 marzo 2014 17:17 53 comments

Di Ylenia Fiorenza

Parrocchia San Giuseppe Artigiano – 22 marzo 2014

Per il dilagare dell’iniquità – che è ingiustizia, bassezza, malvagità e perversità generate da quanti si presentano “nel nome del Signore”, dicendo che “sono loro il Cristo” – l’amore di molti si raffredda (cfr Mt 24,4-14). L’inganno insidia. L’inganno terrorizza. L’inganno paralizza. La vittima non avrà più lo slancio di partecipare pienamente la vita, l’esistere, il respiro delle cose e i sogni della storia umana. Rimane raggelata.

Ma chi sono davvero questi “molti”?

- Anzitutto quelli che non trovano riscontro e conferma alla loro personale ricerca di Dio, perché si sforzano di misurare tutto e tutti, persino il Mistero con la propria piccolezza e con le proprie convinzioni.

- Poi sono quelli che si scoraggiano perché non trovano chi li incoraggi, perché tendono ad una comodità travestita di apatia e assuefazione spirituale e si limitano a lamentarsi che l’altro non è perfetto come si sperava.

- E, infine, sono quelli che hanno bisogno di sentirsi costantemente coinvolti dalla testimonianza altrui, perché vivono una sorta di dipendenza dall’altro, da quello che è l’esempio esteriore manifestato dell’altro.

Sono questi che si arrendono. E si raffreddano. Lasciando che il fuoco e la luce in loro si affievoliscano fino a lasciarsi contaminare dalla tiepidezza, dal vuoto interiore, dal non-senso.

Un amore vero e saldo in Dio, invece, non corre il rischio di raffreddarsi perché ha chiaro in sé qual è la verità che lo nutre e sostiene. Vessillo di credibilità in mezzo alle sozzure causate dal male per interrompere esclusivamente cammini di crescita, di preghiera e di appartenenza a Cristo e alla Sua Chiesa.

Ma il Signore ci dice che “chi persevera si salva”. La perseveranza è la forza di chi confida in Dio perché tiene tanto al rapporto con Lui e non se lo lascia rubare né turbare. La perseveranza è la virtù di chi ha chiaro lo scopo e il fine del proprio cammino di fede e di vita, e riesce a non lasciarsi bloccare dagli inganni che si presentano soprattutto dietro falsi sorrisi, e peggio, nel nome di Dio ma che in verità con Dio non hanno nulla a che fare!

Sono tenebre sguinzagliate, mandate per distruggere, che convivono con noi, che abitano in mezzo a noi. Quanti falsi profeti! Quanti abusatori del nome di Dio! Quanti violentatori della Verità! Quanti mistificatori dell’annuncio del messaggio evangelico! Quanti desertificatori della gioia del Vangelo!

Sappiamo che il camminare con Gesù è solo una decisione volontaria che nessuno ci impone. Ma questo cammino spontaneo e scelto ci porta a dover “vivere secondo il Mistero”, che significa volere ciò che Dio vuole. La nostra fede poggia, infatti, su questo contatto personale con Dio tramite Cristo, Colui che vinse la crudeltà umana perché si abbandonato alla volontà del Padre.

La domanda sulla Verità è quella che più di tutte, oggi, ci può aiutare a capire il nostro tempo con un atteggiamento di premura che si fa impegno, mentre ci induce a riscoprire con ammirazione e venerazione la Luce che possediamo nella coscienza, essendo stati creati ad immagine e somiglianza di Dio.

Nell’esortazione apostolica Evangelii Gaudium al capitolo terzo, il Papa individua quella che è l’insidia peggiore e più rovinosa nei confronti dell’uomo contemporaneo: l’INDIFFERENZA RELATIVISTA.

Essa sfocia dal fatto che c’è da una parte abbondanza di libertà fino allo spreco e all’abuso e dall’altra mancanza di verità, cioè insufficienza di penetrazione intellettuale oltre che spirituale nel disegno di Dio. Da una parte un mondo che muore schiavo di povertà e miseria, dall’altra un mondo libero ma che non trova la forza di nascere ai valori, alla Verità.

Non c’è nulla di più esigente della Verità, ma neanche di più consolante se pensiamo che essa è la persona di Cristo. Non una visione o un ideale, ma il Logos che ha salvato il mondo. Parola e Pensiero di Dio rivelatosi come Amore salvifico.
“La fede – scrive il Papa – non ha paura della ragione”. Perché?
Ce lo spiega san Giovanni: “Nell’amore non c’è paura; anzi, l’amor perfetto caccia via la paura; perché la paura implica apprensione di castigo; e chi ha paura non è perfetto nell’amore” (1Giov 4,18). La paura è il peggior nemico. Ma essa appartiene più alla ragione che alla fede. E’ la ragione che spesso teme la fede. Soprattutto quando si schiudono vastità nuove e irte, che si possono conquistare solo gradualmente, non subito, in un semplice clic.
Ecco cosa significa allora che “Deus fecit Hominem rectum” (san Tommaso d’Aquino in S.Th. I,95,1). Dio fece l’uomo retto. Dotato di dignità regale per custodire le cose a lui affidate e donate gratuitamente; di rettitudine perché discerna con cuore e mente incorrotti. Non solo onesto, ma bello per rendere bello tutto ciò che opera e respira.

La ragione schiude l’appetito, ma chi sazia è la fede. La ragione lancia lo sguardo, ma chi vede in maniera trasparente e fino in fondo è la fede perché rivela mentre li rintraccia i principi universali.
“La fede, dunque, non teme la ragione, ma la ricerca e in essa confida. La fede suppone e perfeziona la ragione. Quest’ultima, illuminata dalla fede, viene liberata dalle fragilità e dai limiti derivanti dalla disobbedienza del peccato e trova la forza necessaria per elevarsi alla conoscenza del mistero di Dio Uno e Trino”. (Fides et Ratio 45-46)

Perché è ragionevole credere? Perché “Dio si serve dei venti contrari per portarci in porto”. (Charles de Foucauld). Dio ci ha resi capaci di capire ciò in cui crediamo. Non siamo oggetti nelle sue mani, ma creature chiamate a partecipare Dio stesso! Fede e Ragione sono doni di pari dignità, anche se con moti interni differenti. Dopo la Rivelazione, è ora di superare i dualismi, perché Cristo, Dio Incarnato ha congiunto cielo e terra, non c’è più separazione tra le cose umane e quelle divine. Le une sono state ricapitolate nelle altre in vista del Regno. Così anima e corpo. La persona va considerata un tutt’uno.

Tutti questi sono segnali feroci di relativismo attivo.

Questo porta indubbiamente l’innalzamento di nuovi nemici culturali contro l’uomo.

Come ad esempio lo è drammaticamente la ratio utilitaristica, che impiega le sue forze solo per ridurre l’uomo ad un accessorio patrocinato dall’esteriorità, dalla superficialità e dalla provvisorietà, non più considerato per la sua dignità ma per la sua efficienza numerico-quantitativa e produttivistica, tecnicamente fattibile e finanziariamente “vincente”.

Questa è l’immagine dell’uomo che viene strumentalizzato per fini di potere nichilistici.

La società è per questo motivo che si presenta “economicamente sviluppata ma deteriorata e indebolita eticamente”. Ciò significa che le verità hanno sostituito la Verità.

Il rischio maggiore va, infatti, individuato in questo “relativismo etico” perché in esso la persona viene privata di quello sguardo al “criterio oggettivo e universale”, tanto difeso già da Socrate contro i Sofisti. La mancanza di una Verità oggettiva che sta al di sopra dei singoli concetti e delle soggettive opinioni, distorce il rapporto tra l’interiorità e l’esteriorità dell’uomo. Alla Verità assoluta si abbinano cioè innumerevoli pareri e convinzioni che spesso dipendono più dall’umore che dal ragionamento.

Nell’esercizio della sua libertà, l’uomo ha il potere di vestire un atteggiamento diversificato in tutta la sua sostanza per e dentro ogni situazione, quasi identificandosi e conformandosi con apatica facilità. Suo padrone è l’individualismo. E’ all’Io che attribuisce cioè il fondamento della sua esistenza, del suo pensiero e del suo agire. Il suo giudizio e persino una sua semplice valutazione hanno valenza assolutizzante.

Il Papa parla di “portatori di una verità soggettiva”. Di uomini senza una verità ultima, che si sono sogliate dell’importanza del senso universale, posto nelle cose e in particolare nel suo sentire.

Ciò va a turbare la dimensione relazionale. Dimensione che a sua volta regge sul dialogo, sul confronto, sulla pace, sull’incontro, su atti moralmente buoni perché hanno un fine comune e su pensieri costruttivi, che, nascendo da una radice vitale, tendono all’arte, alla bellezza, a partecipare dal di dentro l’essenza dell’armonia.
Spinta all’estremo questa indifferenza relativista sfocia nella negazione dell’uomo stesso perché diffonde una mentalità di morte, distruttiva degli aneliti profondi del suo animo, che si ripercuote in tutte le realtà della vita.

Venendo meno la verità, la libertà dell’uomo si trasforma in schiavitù. E senza valori, la società diventa facile preda di totalitarismi, di ideologie smarrenti, perdenti.
Siamo di fronte ad un “relativismo prati­co che consiste nell’agire come se Dio non esistesse, decidere come se i poveri non esistessero, sogna­re come gli altri non esistessero, lavorare come se quanti non hanno ricevuto l’annuncio non esistessero”. (EG n.80)

In tutto questo è necessario e urgente che la fede offra il suo appoggio a quella ragione, che va sempre purificata, ripristinando in essa il suo slancio verso la Verità. La ragione non può stare piegata su se stessa. Ha bisogno di lanciare il suo sguardo e soprattutto il suo perché verso le alture della Sapienza.
­Dio è. Ma l’uomo con il suo non-amore e la sua volontà che è libertà in atto può nullificarlo da dentro di sé. Dio facendoci liberi non poteva renderci più potenti. La libertà è il potere più grande. Ecco perché va indirizzato alla Verità.
“L’evangelizzazione è attenta ai progressi scienti­fici per illuminarli con la luce della fede e della legge naturale, affinché rispettino sempre la cen­tralità e il valore supremo della persona umana in tutte le fasi della sua esistenza” (EG 242).
Il fine del pensiero è arrivare a gustare la Verità. Mentre l’estasi della fede è orientare la Libertà verso il Liberatore che è Cristo. Tre sono i sentieri a nostra disposizione. Ma una sola possiamo scegliere fra queste tre modalità per vivere il nostro rapporto con Dio e col prossimo: La paura, la necessità o l’amore. Facciamoci aiutare da questo testamento spirituale del grande Dostoevskij:

“Sono un figlio del secolo, un figlio della mancanza di fede e del dubbio
quotidiano e lo sono fino al midollo. Quanti crudeli tormenti mi è costato e mi
costa tuttora quel desiderio della fede che nell’anima mi è tanto più forte
quanto sono in me motivazioni contrarie! Tuttavia Dio talvolta mi manda
momenti nei quali mi sento assolutamente in pace. In tali momenti, io ho dato
forma in me ad un simbolo di fede nel quale tutto è per me chiaro e santo.
Questo simbolo è molto semplice, eccolo: credere che non c’è nulla di più
bello, di più profondo, di più ragionevole, di più coraggioso e di più perfetto di
Cristo e con fervido amore ripetermi che non solo non c’è, ma non può esserci.
Di più: se qualcuno mi dimostrasse che Cristo è fuori della verità, mi
dimostrasse che veramente la verità non è in Cristo, beh, io preferirei lo stesso
restare con Cristo piuttosto che con la verità”.

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