Il “politicamente corretto” e la dittatura della neo-lingua

10 aprile 2014 15:14 8 comments

Di GianCarlo Salvoldi

2 aprile 2014

culturacattolica.it

In luoghi abbandonati
Noi costruiremo con mattoni nuovi
Vi sono mani e macchine
E argilla per nuovi mattoni
E calce per nuova calcina
Dove i mattoni son caduti
Costruiremo con pietra nuova
Dove le travi son marcite
Costruiremo con nuovo legname
Dove parole non son pronunciate
Costruiremo con nuovo linguaggio
C’è un lavoro comune
Una Chiesa per tutti
E un impiego per ciascuno
Ognuno al suo lavoro.

(Th. S. Eliot)

Dall’America è arrivata in Europa, e dilaga ovunque, la cultura del “politicamente corretto”. La cultura europea, a corto di idee per propria scelta suicida, ha colto al volo la nuova moda che tranquillizza i new age e soddisfa i radical chic.

“Politicamente corretto” nasce nel 1930 negli USA in ambito comunista e vuole giustamente chiedere rispetto per ogni diversità.

In realtà alla fine modifica le denominazioni ma non le discriminazioni, e si mostra ipocrita al punto che, ad esempio, l’espressione “diversamente abile” è respinta anche dai disabili.

Alla fine la bisaccia delle nuove denominazioni dei fenomeni sociali è stata scippata dai radical chic e riempita dei loro contenuti, come d’altra parte il movimento omosessuale ha scippato la bandiera arcobaleno al movimento pacifista.

La cosa fantastica è che l’intrusione radicale in quel linguaggio ha permesso di contrabbandare contenuti estremamente ideologizzati come semplice rispetto delle minoranze, e ha tentato di presentare come normale ciò che è, se non deviante, perlomeno soggettivo.

Polverizzata dalla storia l’ideologia comunista, i radicali si sono ritirati nella ridotta dei diritti civili individualistici ed egoistici, e nutrono il pensiero dominante del cosiddetto “giornalista collettivo” che ha annusato al volo la tendenza e vi si è asservito.

D’altra parte ha capito che la pagnotta viene da lì, e se vuole “tirare quattro paghe per il lesso”, quel padrone deve servire. Gli stessi “intellettuali organici” ammettono senza vergogna che in Europa da cinquant’anni in qua, o stai nel coro della cultura radicalmente progressista o il lavoro non lo trovi.

Analizziamo l’espressione “politicamente corretto” che è un capolavoro di imbellettamento della decomposizione.

Innanzitutto abbiamo un avverbio e un aggettivo: due termini che vagano sospesi nel vuoto come in assenza di forza di gravità.

Che cos’è la correttezza? Tutto e niente. E la scorrettezza? Ambedue prendono valore in relazione a ciò che le caratterizza: ma qui non è relazionato a nulla.

Cos’è “politicamente”? È riferito alla politica che è la nobile arte del possibile, della mediazione e del civile compromesso tra interessi contrastanti: quindi la politica è per sua natura necessariamente relativa.

Quindi siamo di fronte all’accostamento di due termini, il primo dei quali è relativo in assoluto, e il secondo ha senso solo relativamente ad altro.

È l’assolutizzazione del relativo, è un concetto evanescente.

Tuttavia non è stupidità, ma al contrario è lo strumento più adatto per permettersi di dire qualsiasi cosa giustificandola con o senza logica, e poi di dire magari l’opposto, senza sentirsi in contraddizione perché il niente non può essere in contraddizione con niente.

La correttezza ha senso se la riferisco a dei valori, quelli che liberamente scelgo, ma ben identificabili e chiari: etici, morali, sociali, economici, religiosi.

Se non è così il “politically correct” è solo un modo per ingannare l’opinione pubblica nel merito e nel metodo.

A questo punto bisogna prestare estrema attenzione alle parole, ai termini che si usano, ai termini nuovi che vengono coniati.

Il pensiero dell’uomo è co-creatore della realtà insieme a Dio. La parola di conseguenza crea la realtà, come insegna la Genesi.

E i cristiani in questo campo sono distratti e pigri e forse mancano di Speranza, e non riescono a proporre i loro valori con parole nuove.

Gli altri, il mondo, ha sostituito “omosessuale” con “gay”, la sostanza è la stessa ma sai che figo!

Ha sostituito “zitella” con “single”, ed è vero che zitella è condizione subita mentre single è scelta, ma la parola crea un’immagine nuova.

Ha sostituito “riserva di posti per le donne”, che suona male, con “quote rosa”, che è un’altra musica, ma la sostanza è la stessa. Eccetera.

O la nostra proposta è morta e quindi non c’è nome che la risusciti, o è viva, come siamo certi che sia, e allora dobbiamo dare la stura alla creatività.

E questo lavoro è stato cominciato nella liturgia, ad esempio sostituendo Penitenza con Riconciliazione, dove il primo termine richiama forse tristezza e il secondo è associato a vita gioiosa.

Ma ora è nel campo sociale che i laici devono impegnarsi a rinominare con parole di verità quelle realtà che vogliamo illuminare con la luce che ci è data.

L’esempio più bello, il risultato più splendido già ottenuto, è l’introduzione del termine “creato” invece di “ambiente”: vince il primo con un 3 a 0 secco.

È un lavoro di pensiero profondo, di meditazione, un lavoro certosino di cesello che parte dall’anima, passa per il cuore e arriva alla mente.

Ognuno di noi può e deve cimentarsi in questo lavoro che sarà produttivo se lo sapremo vivere come preghiera.

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