Uscire da noi stessi per andare verso le “periferie esistenziali”

12 aprile 2014 06:33 17 comments

Di Domenico Bonvegna

4 Marzo 2014

http://www.miradouro.it/node/66154

Quello di uscire per andare incontro alle “periferie esistenziali”, è un’espressione assai cara al Santo Padre Francesco

Le periferie esistenziali non sono solo le periferie materiali delle grandi città ma anche le periferie spirituali di chi si sente stanco o solo a cui va offerto “Gesù misericordioso e ricco di amore”. Occorre entrare nella logica della Croce, che significa, “uscire da se stessi, da un modo di vivere la fede stanco e abitudinario, dalla tentazione di chiudersi nei propri schemi che finiscono per chiudere l’orizzonte dell’azione creativa di Dio”.

Infatti proprio in un’udienza del 26 giugno, il Papa, rileva che il problema di oggi è la stanchezza: “Siamo pietre vive o siamo, per così dire, pietre stanche, annoiate, indifferenti? Avete visto quanto è brutto vedere un cristiano stanco, annoiato, indifferente? Un cristiano così non va bene, il cristiano deve essere vivo, gioioso di essere cristiano; deve vivere questa bellezza di far parte del popolo di Dio che è la Chiesa. Ci apriamo noi all’azione dello Spirito Santo per essere parte attiva nelle nostre comunità, o ci chiudiamo in noi stessi, dicendo: ‘ho tante cose da fare, non è compito mio”?

Papa Francesco ci invita a fare come Gesù, “se vogliamo seguirlo e rimanere con Lui, non dobbiamo accontentarci di restare nel recinto delle novantanove pecore, dobbiamo ‘uscire’, cercare con Lui la pecorella smarrita, quella più lontana”. Nell’udienza del 27 marzo 2013, il Papa insiste: “aprire le porte del nostro cuore, della nostra vita, delle nostre parrocchie – che pena tante parrocchie chiuse! –, dei movimenti, delle associazioni, ed ‘uscire’ incontro agli altri, farci noi vicini per portare la luce e la gioia della nostra fede. Uscire sempre!”. Insomma bisogna portare la fede, per evangelizzare.

Papa Francesco non manca di severità verso certi sacerdoti che fanno auto esperienza, partecipano a corsi di aiuto-aiuto, che cercano metodi, passando da un corso all’altro, che minimizzano il potere della grazia. Il Papa afferma che oggi, purtroppo, c’è “un sacerdote che esce poco da sé, che unge poco”, che non “è capace di attivare la parte più profonda del suo cuore presbiteriale”, pertanto, “invece di essere mediatore, diventa a poco a poco un intermediario, un gestore”. Oggi abbiamo sacerdoti insoddisfatti, qui sta la radice del problema. Troppi preti, dice papa Francesco, “finiscono per essere tristi, e trasformati in una sorta di collezionisti di antichità oppure di novità, invece di essere pastori con ‘l’odore delle pecore’”.

Nella serata del Giovedì Santo il Papa è voluto andare personalmente in una delle “periferie” di cui parla spesso. Si è recato nel carcere minorile romano di Casal del Marmo, qui nella commovente cerimonia della lavanda dei piedi, ha spiegato ai ragazzi il suo significato: “Chi è più in alto, dev’essere al servizio degli altri”. Ma ai ragazzi naturalmente ha parlato anche di doveri. La Chiesa aiuta a comprendere e amare il dovere, anche quando è difficile.

Il Papa ci invita alla coerenza, non basta un riconoscimento teorico di essere figli di Dio, e poi non cambia la nostra vita. “Essere cristiani – afferma Papa Francesco – non si riduce a seguire dei comandi, ma vuol dire essere in Cristo, pensare come Lui, agire come Lui, amare come Lui; e lasciare che Lui prenda possesso della nostra vita e la cambi, la trasformi, la liberi dalle tenebre del male e del peccato”.
Ce n’è anche per le religiose in particolare per le suore degli Usa dove si sta vivendo un momento storico particolare tra obbedienza e disobbedienza al Magistero. L’8 maggio 2013 il Papa si rivolge a loro meditando sulla chiamata dello Spirito Santo, in particolare sui voti di obbedienza, povertà e castità. Interessante il passaggio sulla castità, che non passa mai di moda, Papa Francesco però vuole “una castità ‘feconda’, una castità che genera figli spirituali nella Chiesa. La consacrata è madre e non ‘zitella’! Scusatemi se parlo così, ma è importante questa maternità della vita consacrata, questa fecondità”.

E qui Papa Francesco ricorda il “danno che arrecano al Popolo di Dio gli uomini e le donne di Chiesa che sono carrieristi, arrampicatori, che ‘usano’ il popolo, la Chiesa, i fratelli e le sorelle – quelli che dovrebbero servire –, come trampolino per i propri interessi e le ambizioni personali. Ma questi fanno un danno grande alla Chiesa”. Il Papa rivolgendosi alle religiose e religiosi ha affermato che non è possibile che “una consacrata e un consacrato non ‘sentano’ con la Chiesa”. Ma subito precisa che il sentire non deve essere solo a parole ma “un’espressione filiale nella fedeltà al Magistero, nella comunione con i Pastori e il Successore di Pietro, Vescovo di Roma, segno visibile dell’unità”.

In pratica, l’annuncio e la testimonianza del Vangelo, per ogni cristiano non è un fatto isolato, ma come ricordava bene Paolo VI, “in forza di un’ispirazione personale, ma in unione con la missione della Chiesa e in nome di essa” (Esort. Ap. Evangelii nuntiandi, n. 80) E proseguendo affermava che, “E’ una dicotomia assurda pensare di vivere con Gesù senza la Chiesa, di seguire Gesù al di fuori della Chiesa, di amare Gesù senza amare la Chiesa”. In conclusione il Santo Padre evidenziava alle suore che un ordine religioso femminile dovrebbe diventare icona vivente della Madonna e della nostra Santa Madre Chiesa gerarchica”. L’aggettivo “gerarchica”, spiega il professore Introvigne ne “Il segreto di Papa Francesco”, non sembra scelto a caso.

Il 22 maggio 2013 Papa Francesco ci invita a scegliere fra “Pentecoste e Babele”. “Se a Babele ci fu la confusione delle lingue, a Pentecoste, la lingua dello Spirito, la lingua del Vangelo è la lingua della comunione, che invita a superare chiusure e indifferenze, divisioni e contrapposizione”. Tutti dobbiamo scegliere fra Babele e la Pentecoste. Il Papa ci esorta a fare unità intorno a noi a non dividerci con le “chiacchiere, le critiche, le invidie”.

Lo Spirito Santo ci aiuta ad annunciare la “novità del Vangelo di Gesù a tutti, con franchezza, a voce alta, in ogni tempo e in ogni luogo”, anche se le difficoltà non mancano, dobbiamo annunciare sempre con gioia. Unità e coraggio ma anche preghiera. La preghiera non sottrae tempo all’evangelizzazione, “una Chiesa che evangelizza deve partire sempre dalla preghiera, dal chiedere, come gli Apostoli nel Cenacolo…”. “Senza la preghiera il nostro agire diventa vuoto e il nostro annunciare non ha anima, e non è animato dallo spirito”. In queste parole Introvigne vede un riferimento esplicito a un classico della spiritualità, citato da Benedetto XVI durante il suo viaggio a Lourdes: “L’anima di ogni apostolato” del trappista dom Jean-Baptista Chautard.

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