Il vero papa Francesco non è quello dei mass media

18 aprile 2014 19:15 15 comments

Di Domenico Bonvegna

7 marzo 2014

miradouro.it

L’altra mattina padre Livio a Radio Maria, commentando i giornali del giorno, raccomandava ai cattolici a vigilare sulla figura del Papa, perché ci sono momenti in cui la stampa si lancia a facili strumentalizzazioni, è capitato forse con tutti i Pontefici.

Dobbiamo stare attenti a non lasciarci abbacinare dal pontefice veicolato dai giornali. In questi giorni è circolata una specie di “Bergoglio-mania”, dove Papa Francesco viene visto come un “Nembo Kid”, un Superman in grado di cambiare le sorti dell’umanità. Ma tutto questo ha un prezzo. Ed è lo stesso Pontefice a spiegarlo a Ferruccio De Bortoli, il direttore de Il Corriere della Sera, nell’intervista esclusiva pubblicata a un anno dalla sua elezione: “Non mi piacciono le interpretazioni ideologiche, una certa mitologia di Papa Francesco, come quando si dice che sono uscito di notte a dar da mangiare ai barboni in via Ottaviano. Non mi è mai venuto in mente”.
Come fare ad evitare questo pericolo, è molto semplice, leggere attentamente il suo Magistero, senza dimenticarlo. “Oggi dimentichiamo troppo in fretta, anche il Magistero della Chiesa”, ha detto papa

Francesco, parlando ai preti romani in preparazione alla Quaresima. Certo non è facile leggere tutto o tenersi aggiornati sui vari discorsi del Papa, spesso abbiamo bisogno di mediazioni, di sintesi o di sussidi. Molto riesce a farlo ogni mattina, padre Livio Fanzaga, direttore di Radio Maria. Poi c’è la “Nuovabussolaquotidiana. it”, che puntualmente ogni giorno commenta e pubblica integralmente i discorsi di Papa Francesco. Tuttavia però, visto che dimentichiamo facilmente, sono necessari anche i libri. Un ottimo sussidio che ci aiuta a tenerci “aggiornati” su quello che il Papa ha detto, è il testo del professore Massimo Introvigne, che sto presentando in questi giorni, “Il Segreto di Papa Francesco”, Sugarcoedizioni (267 pag. 2013 Milano).

* * *

Nell’udienza generale del 29 maggio 2013, Papa Francesco ha usato diverse espressioni usate dal Vaticano II per definire la Chiesa, criticando la prospettiva di “Cristo sì, Chiesa no”, non bisogna cadere nell’errore che sia possibile andare a Cristo senza passare dalla Chiesa. La Chiesa è stata fondata da Dio, non dagli uomini. Papa Francesco fa “un implicito riferimento”, scrive Introvigne, al celebre discorso del 12 ottobre 1952 del venerabile Pio XII, che descrive in pratica la scristianizzazione dell’Occidente attraverso tre tappe: “Cristo sì, Chiesa no. Poi: Dio sì, Cristo no. Finalmente il grido empio: Dio è morto; anzi: Dio non è mai stato”. Pertanto, “ancora oggi – afferma papa Francesco – qualcuno dice: Cristo sì, la Chiesa no”. Tradotto volgarmente: “io credo in Dio ma non nei preti”. Ma il pontefice insiste, non è possibile andare a Cristo se non attraverso la Chiesa.

Papa Francesco si rende conto che all’interno della Chiesa, ci sono “Pastori e fedeli, ci sono difetti, imperfezioni, peccati, anche il Papa li ha e ne ha tanti”. Ma questo non dà ragione a chi segue la logica di non credere alla Chiesa.

Nell’udienza del 19 giugno 2013 il Papa affronta la questione della Chiesa come “corpo mistico di Cristo”, un’occasione per ribadire il forte richiamo all’unità della Chiesa intorno al Papa e al suo Magistero.

L’immagine del corpo non è casuale, “… La Chiesa non è un’associazione assistenziale, culturale o politica, ma è un corpo vivente, che cammina e agisce nella storia”. Occorre rimanere uniti a Gesù, attraverso la preghiera quotidiana, l’ascolto della Parola di Dio…”, in pratica attraverso la vita spirituale che non deve mancare. Bisogna essere uniti ognuno secondo i propri compiti e le proprie funzioni, senza “piatta uniformità”. Tutti uniti, “in relazione gli uni con gli altri”, a formare un unico corpo, “vitale, profondamente legato a Cristo”. Queste secondo papa Francesco non devono essere semplici dichiarazioni di buone intenzioni. Per il cattolico unità significa sequela del Magistero, del Papa e dei vescovi uniti con lui. Se siamo uniti al Magistero potremo “imparare a superare personalismi e divisioni, a comprendersi maggiormente, ad armonizzare le varietà e le ricchezze di ciascuno…”.

Il Papa però non si illude, sa che in qualche misura i conflitti sono inevitabili. Ma occorre superarli, “non andiamo sulla strada delle divisioni, delle lotte fra noi!” Dobbiamo essere uniti anche con le nostre differenze e soprattutto occorre chiedere aiuto al Signore che liberi dalle chiacchiere. Ultimo particolare da sottolineare è che nella Chiesa, “nessuno è inutile (…) Tutti siamo necessari per costruire questo Tempio! Nessuno è secondario”.

In una lettera inviata ai vescovi argentini Papa Francesco riassume i problemi della Chiesa, non solo argentina. La Chiesa, afferma nella lettera, è malata di autoreferenzialità e di clericalismo. Il Papa lo aveva detto altre volte, con grande chiarezza. Introvigne lo sintetizza bene: “Troppi preti, e anche troppi laici cosiddetti impegnati, passano il proprio tempo a discutere tra loro in gergo ‘ecclesialese’ di problemi che interessano solo a loro, a frequentare e a organizzare corsi più o meno utili o inutili. Così si riducono a meri gestori della fede, che non avvicinano, ma allontanano le masse maggioritarie che da anni hanno perso l’abitudine di andare in chiesa: ’i poveri’, che non sono solo quelli materiali, ma anche chi è povero di verità e di bellezza, le ‘periferie’, che non sono solo quelle geografiche ma sono anche quelle ‘esistenziali’ di chi è privo di sicurezza e di gioia”.

Pertanto Papa Francesco fa la diagnosi: “la malattia tipica della Chiesa ripiegata su se stessa è l’autoreferenzialità: guardarsi allo specchio, incurvarsi su se stessa come quella donna del Vangelo. È una specie di narcisismo, che ci conduce alla mondanità spirituale e al clericalismo sofisticato”.

La terapia che il papa propone è sempre la stessa: “Uscire da se stessi per andare verso le periferie esistenziali”. O si fa così o la malattia si aggrava. Insiste il Papa, “una Chiesa che non esce fuori da se stessa, presto o tardi, si ammala nell’atmosfera viziata delle stanze in cui è rinchiusa”.

Papa Francesco sa benissimo che uscendo dalle sagrestie per cercare i “nuovi naufraghi dell’esistenza”, che non vengono in chiesa, si espone a certi rischi. Si possono fare incidenti, ma a questo punto il Papa preferisce, “mille volte una Chiesa incidentata a una Chiesa ammalata”.

Mi fermo alla prossima.

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