“Guardiamo in faccia l’Europa e cambiamole i connotati”

23 aprile 2014 09:30 1 comment

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redazione

Un manifesto per tutti. Sottoscrivete.

27 febbraio 2014

tempi.it

Luigi Amicone – Pupi Avati – Giuliano Ferrara – Lodovico Festa – Giorgio Israel – Costanza Miriano

Per non rassegnarsi a un’Europa avara di vita e ideali. Per dire sì al miracolo che salva il mondo comune dalla sua distruzione e no alle nuove schiavitù. Una firma per “rifare” popolo e politica

Cosa c’è di più istruttivo – brutale ma istruttivo –, per misurare l’ampiezza e la profondità della crisi europea, della demografia? Per una comunità umana che guardi e prepari il proprio futuro, i numeri della natalità sono decisivi. È con la carne e il sangue, non con le matrici finanziarie, che si produce, si consuma, si creano posti di lavoro, si pagano le pensioni. Ebbene, la prima brutta notizia è questa: nel nostro continente l’infanzia è diventata una quota marginale della popolazione.

La Germania, nazione con il reddito pro capite e familiare più alto d’Europa, i tassi di disoccupazione più bassi e le prospettive occupazionali migliori, i flussi migratori più consolidati e ancora oggi i più alti, ha il tasso di natalità più basso di tutto il continente e viaggia alla media di duecentomila morti che sopravanzano ogni anno le nascite.

Significa qualcosa il fatto che il paese più ricco e più efficiente d’Europa è avaro di vita e di futuro?

E l’Italia?

Dice qualcosa un paese che sta messo come sta messo e anche in fatto di natalità è da record, ultimo in Europa, davanti solo alla Germania?

Una volta, la filosofa europea Hannah Arendt, ebrea tedesca rifugiata negli Stati Uniti, all’indomani della più orribile delle tragedie della storia, la Shoah, diede parola al miracolo che salva il mondo e, insieme, all’ideale bambino per cui il mondo significa ancora qualcosa:

«Il miracolo che salva il mondo, il dominio delle faccende umane, dalla sua normale, “naturale” rovina è in definitiva il fatto della natalità, in cui è ontologicamente radicata la facoltà dell’azione. È, in altre parole, la nascita di nuovi uomini e il nuovo inizio, l’azione di cui essi sono capaci in virtù dell’esser nati. Solo la piena esperienza di questa facoltà può conferire alle cose umane fede e speranza, le due essenziali caratteristiche dell’esperienza umana che l’antichità greca ignorò completamente. È questa fede e speranza nel mondo che trova forse la sua più gloriosa e stringata espressione nelle poche parole con cui il vangelo annunciò la “lieta novella” dell’avvento: “Un bambino è nato per noi”».
E invece, significa qualcosa che oggi l’Europa non ha quasi altra fede e speranza se non nei cosiddetti “nuovi diritti”?

Non c’è caso di relazioni con altri popoli – ad esempio con paesi dell’Est che chiedono di associarsi all’Unione Europea o paesi del terzo mondo che bussano all’Europa per gli aiuti umanitari – in cui diplomazie e Ong europee non si presentino al tavolo negoziale con la premessa che partnership e aiuti sono “condizionati” all’adozione, da parte degli interlocutori, di questa agenda di “nuovi diritti”.
Quali?

A quale “fede” e quale “speranza” alludono questi “diritti”?

La fede e la speranza nella diffusione a livello di massa dell’aborto e dei preservativi come “diritti riproduttivi”.

Fede e speranza nel matrimonio e nelle adozioni gay come “diritti umani”.

Fede e speranza nella “buona morte” e nell’eugenetica come “diritti individuali”.

Fede e speranza nel muto avanzare di generati da A e B, madri e padri surrogati, i cui nomi non si dovranno mai pronunciare, figli di “donatori biologici”, ragazzi che a un certo punto della loro vita scopriranno l’assenza di volto umano nella propria storia.

Fede e speranza nella cosiddetta “teoria del gender”, nell’indistinto piuttosto che nell’evidente, nel neutro piuttosto che nel reale, nella negazione della differenza sessuale, degli ascendenti e dei discendenti, del maschio e della femmina, della madre e del padre.

Fede e speranza nella grande illusione secondo cui l’uomo è padrone del suo destino.

Significa qualcosa il fatto che in cima all’Europa élite e funzionari, politici e burocrati abbiano disposto che questa loro “fede” e questa loro “speranza” diventino prescrittive dalla scuola materna all’università, dal liceo al master?

Significa qualcosa che gli organismi europei abbiano imposto agli stati dell’Unione Europea l’obbligo del “gender mainstreaming”, l’obbligo cioè di perseguire politiche attive di implementazione di queste teorie?

Questa è l’Europa?

Questo è il nostro ineluttabile destino? Ancora una volta noi pensiamo con Hannah Arendt che «i processi storici sono creati e interrotti di continuo dall’iniziativa dell’uomo, da quell’initium che l’uomo è in quanto agisce.

Di conseguenza, non è per nulla superstizioso, anzi è realistico cercare quel che non si può né prevedere né predire, esser pronti ad accogliere, aspettarsi, dei “miracoli” nel campo politico. E quanto più la bilancia pende verso la catastrofe, tanto più l’atto compiuto in libertà appare miracoloso; la salvezza, infatti, non è automatica: automatico è il processo che conduce alla catastrofe, e che deve quindi sembrare in ogni caso irresistibile».

Non c’è niente di irresistibile e di ineluttabile nel processo che sta disintegrando l’Europa.

Nell’ambito economico e del lavoro, sappiamo che solo partendo da una condivisione reale dei problemi dei paesi associati alla comunità europea e solo dal rovesciamento del dogma dell’austerità senza futuro (anche demograficamente parlando) si può immaginare una speranza di ripresa su tutto il continente.

Quanto al resto, decisivo perché economia e lavoro abbiano ragioni, cuori, fede e speranza, abbraccino il presente e il futuro bene per tutti, occorre testimoniare socialmente e decidere politicamente che i cosiddetti “nuovi diritti” sono in realtà “nuove schiavitù” per le genti europee (persone omosessuali comprese).

Occorre che tutti ci rendiamo conto dell’importanza che, in forza di quanto descritto sopra, ha oggi l’impegno per la politica e il voto del 25 maggio prossimo per rinnovare il Parlamento europeo.

Primo, per respingere la mentalità indotta dal potere che ci consiglia di stare a casa invece che impegnarci per il cambiamento dell’orizzonte, ideale e materiale, dell’Europa.

Secondo, perché lo dobbiamo ai nostri figli e a tutti gli uomini e donne di buona volontà che desiderano un futuro umano, di pace, libertà e prosperità per l’Europa.

Perciò, quanti vorranno condividere questa sorta di “manifesto” sono invitati a firmarlo e a impegnarsi a sostenere quei politici che non soltanto lo sottoscriveranno, ma lo integreranno nei loro programmi e ne faranno contenuto di concreta battaglia culturale, politica e legislativa in tutte le sedi, nazionali, europee e internazionali.

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