Conoscere il ricchissimo magistero di papa Francesco

26 aprile 2014 06:42 22 comments

Di Domenico Bonvegna

11 Marzo 2014

miradouro.it

Il 12 maggio 2013 il Papa ha canonizzato in una sola volta gli ottocento Martiri di Otranto, Madre Laura Montoya (1874-1949) e Madre Maria Guadalupe Garcia Zavala (1878-1963). Nell’omelia della Messa di canonizzazione il Pontefice ha ricordato il primo martire santo Stefano. Per quanto riguarda gli ottocento martiri di Otranto, uccisi dai turchi nel 1480, il Papa, ha ricordato che vale la pena studiare la straordinaria storia, “rifiutarono di rinnegare la propria fede e morirono confessando Cristo risorto. Dove trovarono la forza per rimanere fedeli? Proprio nella fede (…)” . Come tanti altri martiri, i santi di Otranto ci mostrano e ci ricordano che “la fede che abbiamo ricevuto (…) è il nostro vero tesoro”, più prezioso della vita stessa. Anche Papa Francesco ricorda che i martiri ci sono anche oggi. “Mentre veneriamo i Martiri di Otranto, chiediamo a Dio di sostenere tanti cristiani che, proprio in questi tempi e in tante parti del mondo, adesso, ancora soffrono violenze, e dia loro il coraggio della fedeltà e di rispondere al male col bene”.

Laura Montoya è la prima santa colombiana, una suora che operava in condizioni estreme nell’evangelizzazione delle tribù indigene dell’America Latina. In ogni santo c’è un insegnamento che vale per tutti noi, santa Laura ci invita a “non vivere la fede da soli, ma a comunicarla, a portare la gioia del Vangelo con la parola e la testimonianza di vita in ogni ambiente in cui ci troviamo”.

Mentre Maria Guadalupe, detta “Lupita”, messicana, si trovò ad operare negli ospedali messicani durante la persecuzione anticattolica del presidente Plutarco Elias Calles, contro cui insorsero i Cristeros nella guerra civile del 1926-1929. “Lupita” ha abbandonato la sua vita benestante e comoda per servire con dedizione gli ammalati, “Si inginocchiava sul pavimento dell’Ospedale davanti agli ammalati e agli abbandonati per servirli con tenerezza e compassione. E questo si chiama – ha detto papa Francesco – ‘toccare la carne di Cristo’”. La virtù di questa santa consiste nell’”amare come Gesù ci ha amato, e questo comporta non chiudersi in se stessi, nei propri problemi, nelle proprie idee, nei propri interessi (…)”.

Il coraggio di questi santi, non sono esempi lontani e inarrivabili, sono esortazioni a una fedeltà e a una testimonianza quotidiana che può coinvolgere tutti noi.

***

Il 16 maggio 2013 in occasione del ricevimento di alcuni ambasciatori ha riproposto l’insegnamento fondamentale dell’ampio Magistero di Benedetto XVI sulla crisi economica internazionale in atto dal 2008. “Le radici di questa crisi, ha ribadito il Pontefice, non sono semplicemente economiche, ma antropologiche e vanno cercate nel rifiuto della nozione di bene comune e ultimamente nel rifiuto di Dio che ispirano l’ideologia dominante dei poteri forti contemporanei, che papa Ratzinger chiamava tecnocrazia”.

Papa Francesco dipinge un quadro poco rassicurante: “Alcune patologie aumentano, con le loro conseguenze psicologiche; la paura e la disperazione prendono i cuori di numerose persone, anche nei Paesi cosiddetti ricchi; la gioia di vivere va diminuendo; l’indecenza e la violenza sono in aumento; la povertà diventa più evidente. Si deve lottare per vivere, e spesso per vivere in modo non dignitoso”.

Tra le cause della crisi, papa Francesco, individua quello del rapporto con il denaro, spesso noi accentuiamo “il suo dominio su di noi e sulla nostra società”. Sembrerebbe che il problema odierno sia di natura economica, ma non è così, infatti come insegnava il papa emerito Benedetto XVI: “la crisi finanziaria che stiamo attraversando ci fa dimenticare la sua prima origine, situata in una profonda crisi antropologica. Nella negazione del primato dell’uomo! Abbiamo creato nuovi idoli. L’adorazione dell’antico vitello d’oro (cfr. Es 32, 15-34) ha trovato una nuova e spietata immagine nel feticismo del denaro e nella dittatura dell’economia senza volto né scopo realmente umano”.

Pertanto l’uomo viene ridotto al solo consumo, anche se il consumo, una realtà reale dell’economia, non va demonizzato. Oggi però dall’ideologia tecnocratica, l’uomo è considerato “come un bene di consumo che si può usare e poi gettare”. È la “cultura dello scarto”, per cui, “quello che non mi serve lo butto”, anche se si tratta di persone. Questa è una crisi che paradossalmente porta ad arricchire sempre più i ricchi, mentre le classi medie e quelle più disagiate s’impoveriscono ogni giorno. Peraltro, per papa Francesco si sta instaurando “una nuova tirannia invisibile, a volte virtuale, che impone unilateralmente e senza rimedio possibile le sue leggi e le sue regole”. È un sistema dove domina l’economia virtuale, falsa, dove “l’indebitamento e il credito allontanano i Paesi dalla loro economia reale ed i cittadini dal loro potere d’acquisto reale”.

Tuttavia per il pontefice non si tratta solo di mancanza di solidarietà, di senso civico o di rispetto delle regole che dovrebbero mantenere sotto controllo la finanza. Il problema è molto più radicale e riguarda “il rifiuto dell’etica” e “il rifiuto di Dio”. “Questa è una crisi dell’uomo, una crisi che distrugge l’uomo, è una crisi che spoglia l’uomo dell’etica. Nella vita pubblica, nella politica, se non c’è l’etica, un’etica di riferimento, tutto è possibile e tutto si può fare”.

Il 23 maggio 2013 il papa incontrando i vescovi italiani, li ha esortati, anche con toni severi, a evitare “l’idolatria del presente”, che fa inseguire le mode, il carrierismo, gli atteggiamenti da funzionari, lo scoraggiamento. Il Papa invita i vescovi ad “amare il Signore”, sembrerebbe un’espressione retorica, ma solo l’amore incondizionato per il Signore “è la cartina di tornasole che dice con quale profondità abbiamo abbracciato il dono ricevuto rispondendo alla chiamata di Gesù e quanto ci siamo legati alle persone e alle comunità che ci sono state affidate”.

Il mese dopo ricevendo una cinquantina di nunzi apostolici, papa Francesco, ha insistito sulle caratteristiche del buon vescovo, che deve essere santo, prudente e capace di resistere alle pressioni del mondo, diversamente si rende “ridicolo”. “Siate attenti – ha detto Francesco – che i candidati siano pastori vicini alla gente, padri e fratelli, siano miti, pazienti e misericordiosi; amino la povertà interiore come libertà per il Signore e anche esteriore come semplicità e austerità di vita, e non abbiano una psicologia da principi”. In pratica un buon indizio che si diventerà buoni vescovi è non volerlo diventare.

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