Ritratto di un pontefice né “povero parroco” né “rivoluzionario”: Giovanni XXIII, santo

1 maggio 2014 05:44 11 comments

Di Claudia Cirami

26 Aprile 2014

papalepapale.com

 

Mettere i Pontefici l’uno contro l’altro. Succede da tanto tempo, oggi forse con maggiore esasperazione. Esacerbati come siamo da chi si serve del potere amplificante dei media per soffiare sulle nostre passioni, li portiamo come vessillo nelle nostre guerre personali. Che, troppe volte, di cattolico hanno solo il nome. Benedetto contro Francesco, Paolo contro Giovanni Paolo, Pio contro Giovanni. Eppure il buon senso dovrebbe prevalere: nella Chiesa c’è spazio per tutti e ogni eletto al soglio di Pietro è stato il pontefice adatto per il tempo in cui è stato chiamato a reggere il timone della barca di Cristo. Così vogliamo iniziare questo viaggio-ritratto di Giovanni XXIII partendo dall’affermazione di un uomo di Chiesa: «Questo (Giovanni XXIII n. d.r.) vive in letizia, quanto l’altro (Pio XII, n.d.r.) viveva in mestizia. Hanno un temperamento opposto, ma gli opposti si toccano e formano un tutt’uno» (in B. Lai, Settimana Incom, 11 Marzo 1962). Quel tutt’uno che da duemila anni e più ha nome Chiesa Cattolica.

Il “Papa buono”? Sì, ma non fermiamoci qui

Parlando di Giovanni XXIII, cerchiamo di andare oltre la definizione di “Papa buono”. Non tutti, infatti, la usano con l’umiltà di Benedetto XVI o con la genuinità della vecchina sgrana-rosari. Tante volte questa definizione è risuonata con intento insolente nei confronti degli altri pontefici, predecessori e successori: l’amabilità – che era una caratteristica di Papa Roncalli – non deve essere confusa con la bontà d’animo, che è appartenuta anche agli altri. Inoltre, per una certa furbizia italica (ma non solo), l’aggettivo “buono” è sinonimo di “sempliciotto”, “ingenuo”, “sprovveduto”. Questo equivoco è nato fin dai tempi del suo pontificato se Enzo Biagi, già nel 1963, deve puntualizzare: «L’umana amabilità con la quale affronta la gente non toglie maestà e prestigio alla sua persona. Non è, come qualcuno ha scritto, “un bravo parroco”, è il Papa. Quando dice “Noi”, si sente che parla il successore di Pietro e non “un povero prete”» (E. Biagi in La Stampa, 4 Febbraio 1963).

Del resto, prima di essere Papa fu visitatore apostolico in Bulgaria, delegato apostolico in Turchia e Grecia e nunzio a Parigi: non certo luoghi in cui si invia soltanto un “buon parroco”. Ma c’è anche un terzo motivo per non fermarsi a questa definizione: il santino da “papa buono” mette in secondo piano la carica di simpatia di Papa Roncalli. Uno a cui rispondere con una battuta piaceva molto. Ad un ecclesiastico troppo solerte che, per tutelare le passeggiate papali nei giardini vaticani, aveva pensato di vietare l’accesso alla cupola di San Pietro per i turisti, Giovanni XXIII rispose sorridendo: «Non è necessario, cercherò di non scandalizzare nessuno» (M. Bergerre, Quattro Papi e un giornalista, p. 68). Si dilettava anche ad ironizzare su se stesso e la sua “rotondità”: «diceva che quando voleva sentirsi magro si metteva accanto al cardinale Gaetano Cicognani, nunzio a Madrid, suo buon amico e uno dei suoi grandi elettori, la cui mole era ragguardevole» (M. Bergerre, op. cit., p.87).

Angelo da Sotto il Monte

Sapeva bene da pontefice quale doveva essere il suo ruolo, ma ha avuto la capacità di imprimere il suo stile personale al pontificato. Nel Giornale dell’Anima – quell’insieme di quadernetti dove egli aveva l’abitudine di annotare pensieri, dialoghi con Dio, appunti spirituali – scrive: «comunemente si crede e si approva che il linguaggio anche famigliare del Papa sappia di mistero e di terrore circospetto. Invece è più conforme all’esempio di Gesù la semplicità più attraente, non disgiunta dalla prudenza dei savi e dei santi, che Dio aiuta» (GdA, 341). Quella semplicità di linguaggio e di modi che l’avevano contraddistinto fin da bambino, nell’infanzia a Sotto il Monte, dove era nato nel 1881, cresciuto in una famiglia di contadini, solida riguardo ad educazione religiosa e affettuosa rispetto ai legami familiari. I sacrifici per studiare furono non pochi, ma alla fine riuscì ad entrare in seminario. Nessuno poteva immaginare quale sentiero luminoso Dio avesse in mente per lui, ma soprattutto difficile pensare che quest’uomo, eletto pontefice da alcuni con la probabile volontà che fosse “di transizione”, potesse poi incidere in profondità nella storia della Chiesa con soli cinque anni di pontificato. E fu proprio lui il primo a dubitare di se stesso quando sentì parlare di elezione: «Ma ho 77 anni» ribattè ad Elia Dalla Costa, arcivescovo di Firenze, che nei giorni precedenti all’esito del Conclave stava sondando il campo per una sua candidatura. Era turbato, Angelo Roncalli, sebbene non sconvolto perché la sua calma derivava dal rapporto intenso con Dio. «Dieci meno dei miei», replicò Dalla Costa, chiudendo il discorso. Da quel momento, Roncalli si predispose a fare ancora una volta la volontà del Signore.

Un conservatore o un progressista? Un Papa, come gli altri

Ogni volta che un papa viene eletto al soglio pontificio, c’è sempre il tentativo di tirarlo… per la veste ed inserirlo nel blocco tradizionalista o in quello progressista. Al solito, i Papi non si fanno rinchiudere in questi schieramenti che ricordano tanto le suddivisioni politiche. Se anche prima di sedere sulla Cattedra di Pietro, hanno manifestato una sensibilità più spiccata verso l’una o l’altra parte, una volta eletti, hanno poi saputo diventare pontefici della cattolicità, portando sì ognuno la propria sensibilità ma aprendola ad un carattere universale che è poi la cifra dell’essere cattolico. Così accade a Giovanni XXIII: la vulgata lo vuole papa progressista perché ideatore del Concilio. Come non ricordare quei gruppi di radicali che chiedevano a gran voce, durante il penultimo conclave, un Giovanni XXIV, erede dello spirito del primo (e che magari, secondo i loro desiderata, avrebbe sposato pure tutte le battaglie radicali)? Giovanni XXIII, però, non è stato un progressista. Non lo è stato da prete, poi vescovo, poi cardinale, poi patriarca, e non lo è stato da Papa.

Ecco cosa dice un suo biografo, riferendosi al noto Giornale dell’Anima: «Fin dalle prime pagine, scritte a 14 anni, Angelo Roncalli si inserisce nel solco antico, risalente addirittura ai Padri della Chiesa, per mettersi alla presenza e in ascolto di Dio: silenzio, sguardo attento alla realtà della sua vita, sincerità spoglia e totale davanti ai suoi atteggiamenti profondi e alla chiamata di Dio, lettura sapienziale della parola di Dio. Il Giornale è e si svela ad ogni pagina l’angolo di monastero dove Angelo Giuseppe Roncalli vive la sua vita a tu per tu con Dio. Vita nutrita ogni giorno dalla liturgia, dalla presenza sacramentale di Gesù nella Messa, e purificata pacificamente ma inesorabilmente nel confronto quotidiano con Dio che lo chiama ad essere (e ad essere “soltanto”) suo sacerdote» (T. Bosco, Giovanni XXIII. Storia di un cristiano, pp.27-29). Emerge qui un tratto di spiritualità che difficilmente si può definire “progressista”.

«Gioisce la Madre Chiesa…». Non tanto, a dire il vero, ma non fu colpa sua.

E andiamo al Concilio Vaticano II. Che è diventata la pietra d’inciampo (o la leva archimedea, a seconda delle prospettive da cui si guarda, entrambe parziali) del pontificato di Giovanni XXIII. «Gaudet Mater Ecclesia…» furono le parole di apertura del discorso di papa Roncalli. «Gioisce la Madre Chiesa» per quel Concilio che, nelle intenzioni del Papa, doveva accrescere la comunità cattolica di «spirituali certezze e, attingendovi forze di nuove energie» permetterle di guardare «intrepida al futuro» e «con opportuni aggiornamenti e con il saggio ordinamento di mutua collaborazione» consentirle di far sì «che gli uomini, le famiglie, i popoli» volgessero «realmente l’animo alle cose celesti». Sappiamo come è andata a finire. A fronte di alcuni frutti, la Chiesa è entrata in una stagione difficile. Di recente, lo storico Roberto De Mattei ha detto: «Nel caso di un Papa, per essere considerato santo egli deve avere esercitato le virtù eroiche nello svolgere la sua missione di Pontefice, come fu, ad esempio, per san Pio V o san Pio X. Ebbene, per quanto riguarda Giovanni XXIII, nutro la meditata convinzione che il suo pontificato abbia rappresentato un oggettivo danno alla Chiesa e che dunque sia impossibile parlare per lui di santità» . Un giudizio abbastanza severo. Perché De Mattei attribuisce al pontificato di Giovanni XXIII i danni della deriva post-conciliare. Su cui, per altro, papa Roncalli non poté esercitare alcun controllo, dato che morì prima della conclusione del Concilio, nel 1963.

Ma il Vaticano II fu un male?

Basterebbe però leggere Benedetto XVI, un pontefice che di certo non può essere tacciato di progressismo, per vedere che il Vaticano II in sé non fu un male: «Quarant’anni dopo il Concilio possiamo rilevare che il positivo è più grande e più vivo di quanto non potesse apparire nell’agitazione degli anni intorno al 1968. Oggi vediamo che il seme buono, pur sviluppandosi lentamente, tuttavia cresce, e cresce così anche la nostra profonda gratitudine per l’opera svolta dal Concilio».

Se non bastasse, è ottimo il giudizio che sempre lo stesso Benedetto XVI esprime su Giovanni XXIII: «La grazia di Dio andava preparando una stagione impegnativa e promettente per la Chiesa e per la società, e trovò nella docilità allo Spirito Santo, che distinse l’intera vita di Giovanni XXIII, il terreno buono per far germogliare la concordia, la speranza, l’unità e la pace, a bene dell’intera umanità. Papa Giovanni indicò la fede in Cristo e l’appartenenza alla Chiesa, madre e maestra, quale garanzia di feconda testimonianza cristiana nel mondo. Così, nelle forti contrapposizioni del suo tempo, il Papa fu uomo e pastore di pace, che seppe aprire in Oriente e in Occidente inaspettati orizzonti di fraternità tra i cristiani e di dialogo con tutti». Semmai è stata quell’“ermeneutica della rottura” – che ha giganteggiato nel post-concilio – che ha oscurato, per non dire quasi annullato, i buoni frutti del Vaticano II. Una lettura serena dei documenti conciliari ancora oggi non è possibile. Troppe le forzature da parte di chi voleva imporre un presunto spirito del Concilio sulla “lettera” dei documenti. Tante le chiusure dalla parte opposta che – invece di puntare il dito accusatore contro chi strumentalizzava (e continua a farlo) a suo piacimento il Vaticano II – ha preferito condannare il Concilio come origine di tutti i mali della Chiesa. Letture entrambe riduttive e, in fondo, incapaci, in modo diverso, di accettare quell’autentica novità evangelica che è dirompente e non si fa costringere in bieche categorie paralizzanti.

La grande intuizione giovannea

Ci guardiamo bene qui dall’avvallare interpretazioni abusivamente rivoluzionarie del pontificato di papa Roncalli. Troppo spesso, infatti, Giovanni XXIII è diventato, suo malgrado, l’icona di chi voleva (e vuole) protestantizzare la Chiesa e dissolverla in una Ong. Non è stato un rivoluzionario. Non è stato un comunista (Falcem in terris, storpiava una vignetta satirica il titolo di una sua enciclica, come si legge in R. Mezzanotte (a cura di) Pro e contro Giovanni XXIII. Dossier Mondadori, p. 85). Egli ha preso atto di un mondo che stava cambiando e invece di trincerarsi dietro steccati di paura e di mantenimento dello status quo ecclesiale, ha coraggiosamente preso per mano la Chiesa per condurla verso tempi nuovi. È stato profondamente consapevole, infatti, che era venuto il momento – da qui l’attenzione ai “segni dei tempi” – in cui la Chiesa dovesse mettersi a servizio non solo dei cattolici ma di tutti gli uomini. Non rinunciando ad essere fedele al Vangelo (non così alcuni che si richiamano a questo Papa) ma cercando nuove strade attraverso cui questo potesse arrivare all’uomo moderno. Come sempre, ogni cambiamento comporta dei rischi. E ogni rischio può rivelarsi un problema. È successo anche in questo caso.

Eppure, l’intuizione giovannea ha in fondo precorso i tempi. Non è forse oggi, con l’invadente e capillare diffusione dei media, che appare ancora più evidente come la Chiesa Cattolica sia ormai punto di riferimento imprescindibile per credenti e non, che guardano a questa come istituzione credibile, molto più delle altre, perché forte della sua esistenza bimillenaria e del richiamo irresistibile del suo messaggio d’amore? E come si fa ad ignorare le ansie e le attese del mondo per ripiegarsi solo su se stessi? Come si fa a non comprendere che l’uomo vestito di bianco – che si chiami Giovanni, Paolo, Benedetto, Francesco – è oggi più che nel passato una figura fondamentale non solo per i fedeli cattolici ma anche per tutti gli altri? La sfida dal Vaticano II in poi sarà allora quella di trovare, anno dopo anno, documento dopo documento, pastorale dopo pastorale, il modo più adatto per non “sfigurare” il messaggio cristiano, annacquandolo o ammorbidendolo, senza tuttavia rinunciare a prendere per mano l’umanità, come purtroppo sembrano voler fare molti spiriti tradizionalisti, che assumono spesso l’atteggiamento sdegnoso del fratello maggiore della parabola lucana sul padre generoso. Ma non si può andare incontro ad un’umanità dolente portandosi dietro irragionevoli paure (quante volte usiamo l’espressione “venuta dell’Anticristo” con leggerezza!) e chiudendo anticipatamente allo Spirito Santo, che non è certo il tifone spazza-dottrina che immagina il cattolicesimo “adulto”, ma nemmeno il blocco marmoreo, che di Spirito ha solo il nome, concepito dagli ismi del cattolicesimo di segno opposto.

Ai profeti di sventura di ieri… e di oggi

La conclusione di questo scritto non poteva che essere affidata al noto brano contro i profeti di sventura. Per due motivi: 1) perché quella di rimpiangere i tempi andati è una tentazione perenne nella Chiesa da cui mettere giustamente in guardia e non si può liquidare sbrigativamente come progressismo (che è altra cosa) il voler essere fedeli alla novità del Vangelo senza costringerlo in cristallizzazioni abusive; 2) perché mostra le sapienti doti di analisi di storia ecclesiale di Papa Roncalli, nonché la sua capacità di affidamento alla Provvidenza, doti e capacità che spesso mancano ai detrattori di Giovanni XXIII.
Lo riporto senza strumentalizzarlo – come è stato fatto invece da chi voleva in tal modo zittire bruscamente l’opposizione alle sue poco cattoliche fumisterie teologiche e pastorali – riconducendolo alla purezza originaria, quella di un Papa al di là con gli anni (di lì a poco sarebbe morto, sopportando con fortezza eroica l’attacco furente di un cancro) che aveva scoperto il divino segreto per mantenere uno sguardo giovane, un cuore accogliente, una mente aperta.

Ecco le sue significative parole: «Nell’esercizio quotidiano del Nostro ministero pastorale ci feriscono talora l’orecchio suggestioni di persone, pur ardenti di zelo, ma non fornite di senso sovrabbondante di discernimento e di misura. Nei tempi moderni esse non vedono che prevaricazione e rovina; vanno dicendo che la nostra età, in confronto con quelle passate, è andata peggiorando; e si comportano come se nulla abbiano imparato dalla storia, che pur è maestra di vita, e come se al tempo dei Concili precedenti tutto procedesse bene in fatto di dottrina e vita cristiana, e di giusta libertà religiosa. A noi sembra di dover dissentire da codesti profeti di sventura, che annunziano eventi sempre infausti, quasi che incombesse la fine del mondo. Nel presente momento storico, la Provvidenza ci sta conducendo ad un nuovo ordine di rapporti umani, che, per opera degli uomini e per lo più al di là della loro stessa aspettativa, si volgono progressivamente verso il compimento di disegni superiori e inattesi; e tutto, anche le umane avversità, dispone per il maggior bene della Chiesa». Ad maiorem Dei gloriam.

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