Quattro Papi in Piazza San Pietro

2 maggio 2014 09:06 9 comments

Di Vittorio Messori

1 maggio 2014

vittoriomessori.it

Anche stavolta – come già per padre Pio o Escrivà de Balaguer, per non parlare del giubileo del Millennio – vada innanzitutto un pensiero riconoscente a Marcello Piacentini. Ma sì, proprio alla bestia nera degli architetti post-fascisti, all’uomo accusato di ogni infamia perché capofila dell’edilizia del regime. Piacentini, in realtà, era e restò un Alto Grado della Massoneria; eppure fu a lui che Mussolini affidò i progetti più rilevanti, non ultimo lo “ sventramento” da San Pietro al Tevere, per dare prospettiva e respiro alla prima basilica della Cristianità. Sotto il piccone rovinò, così, la vecchia “spina di Borgo” e nacque la via della Conciliazione: deprecarla con sdegno è da allora dovere ineludibile di ogni professionista che non voglia essere espulso dalla congregazione.

Eppure le riprese dall’alto, ieri, della liturgia per la doppia canonizzazione erano eloquenti: grazie a questo massone in orbace, la Chiesa può offrire spazio ai suoi fedeli nelle occasioni maggiori. E non solo per la creazione di una via rettilinea e ampia, ma anche per la trovata astuta di allargare la capienza dell’ellissi berniniana con la piazza Pio XII. Se ne è avuta, ieri, la riprova, con la folla straripante sino al fiume: non si sa come avrebbe potuto essere contenuta dal pur gigantesco spazio porticato. L’accorrere di una massa umana enorme era data per scontata in questa sorta di inedito raduno, tra Cielo e Terra, di quattro pontefici tra i più popolari ed amati: due papi vivi che canonizzavano due confratelli defunti e non di un’età remota, ma che essi stessi avevano ben conosciuto.

È davvero singolare: statistiche e sondaggi sono impietosi nel confermare il declino, a viste umane, della maggiore Chiesa della Cristianità che ha perso (e in Occidente continua a perdere) praticanti, clero, influenza sociale e pure prestigio, tra scandali sessuali e finanziari. Per stare al papa gesuita che ha proceduto alle canonizzazioni, dalla morte di quel Giovanni XXIII che ieri ha elevato agli altari, la sua Compagnia ha perduto la metà dei membri. E l’emorragia continua, non compensata da “vocazioni” terzomondiali spesso dubbie e fragili. Ma c’è di peggio: sia Paolo VI che Giovanni Paolo II – proprio lui! – più volte si lagnarono, e duramente, per quanto i gesuiti dicevano e facevano dopo il Concilio, commissariarono la Compagnia e giunsero persino a meditare una seconda soppressione, dopo quella di fine Settecento, propter bonum Ecclesiae. Quanto al papa emerito, al momento della ordinazione sacerdotale la sua Baviera era di esempio edificante alla cattolicità intera, per adesione totalitaria a quella Roma il cui solo nome, ora, provoca in molti tedeschi, bavaresi in primis, una violenta reazione allergica.

Mezza piazza san Pietro, ieri, era occupata dai polacchi, le bandiere biancorosse sventolavano numerose, le diocesi avevano organizzato – era per loro una questione di onore – colonne di pullman e flotte di charter. Ma, dal suo paradiso , il nuovo santo della Polonia sempre fidelis, come la chiamavano, guarda di certo con amarezza alla amatissima patria, adeguatasi di gran corsa a edonismi, consumismi, agnosticismi dell’Occidente.

Il Sud America di papa Francesco, il Continente cattolico per eccellenza, la speranza della Chiesa, sta passando a ritmi impressionanti a sètte evangeliche giunte dagli Stati Uniti ricche di mezzi e di avversione verso quell’Anticristo che presiede alla nuova Babilonia: il pontefice romano e la sua bottega, che chiamano Cattolica .
Eppure, ecco il paradosso: proprio questa Chiesa – di cui chi la vive dall’interno misura troppo spesso il grigiore, la mediocrità, le forze carenti – attira l’attenzione crescente del mondo intero, anche al di fuori dei tradizionali confini cristiani. Impressionante l’elenco dei collegamenti televisivi in diretta per la liturgia di ieri: moltissime, tra l’altro, le emittenti che avevano pagato l’oneroso pedaggio per i diritti non solo in Africa ma persino in quell’Asia che – Filippine e Corea del Sud a parte – è da sempre refrattaria se non ostile alla predicazione cristiana.

Negli Stati Uniti, la cultura egemone che controlla i media che contano è ancora quella di un protestantesimo duramente anti-papista, con forte influenza di un ebraismo liberal, dunque di solito non ostile, ma e disinteressato a un cattolicesimo numericamente forte eppure, qui, pure, in declino di forze e di prestigio. Ma ecco che, poco più di sei mesi dopo l’elezione, il papa con l’inedito nome di Francesco era già proclamato negli USA “Uomo dell’anno”, con doverosa copertina di Time. Non è un caso che – se sei un astuto Dan Brown, e vuoi costruire a tavolino un best seller di sicuro successo mondiale – devi ambientarlo tra papi, cardinali, monaci, palazzi vaticani.

Forse, il paradosso trova, in parte almeno, un inizio di spiegazione proprio nella grande liturgia di ieri. Una truppa falcidiata e, in qualche regione del mondo, addirittura quasi sbandata, ha alla testa generali straordinari. Per usare una immagine non militaresca ma evangelica, l’albero non è poi così guasto, se continua a dare frutti che – oggettivamente, al di là di ogni apologetica clericale – hanno tali qualità da attrarre a sé l’attenzione, anzi l’ammirazione di tanti uomini nel mondo intero. Quale istituzione ha avuto al vertice persone di grande diversità per storia personale e temperamento e al contempo di grande omogeneità per vasta cultura e per coerenza della vita con il pensiero come (stiamo solo a questo dopoguerra) Pacelli, Roncalli, Montini, Luciani, Wojtyla, Ratzinger e, ora, Bergoglio?

Qualcuno, nella Chiesa stessa, ha mugugnato, giudicando eccessiva la serie di pontefici recenti per i quali è iniziato o concluso il processo di beatificazione e di canonizzazione. Quasi che il papato volesse esaltare se stesso: è la critica che è stata rivolta soprattutto alla liturgia solenne di ieri. Ma il fatto – ratificato, del resto, dal giudizio del “mondo”, anche se incredulo o non cristiano – il fatto è che quei pontefici meritano davvero di essere presentati a ogni uomo di buona volontà come esempio di chi ha cercato di far vincere il bene sul male, di tenere a bada il peccato e di coltivare la virtù. A cominciare da se stessi. Chi – quale che sia la sua fede o la sua incredulità – chi non vorrebbe come amico, come confidente, come aiuto spirituale nelle durezze delle vita un Giovanni XXIII o un Giovanni Paolo II, da ieri santi? Ma anche, lo si dica , un Benedetto XVI o un Francesco? La Chiesa può sbandare ma Pietro mostra di essere fedele al nome che il Cristo stesso gli diede: una “pietra” salda, che sorregge la fede che in altri sembra spegnersi.

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