San Giovanni Paolo II testimone della speranza

16 maggio 2014 13:05 24 comments

Di Domenico Bonvegna

Rozzano MI, 3 maggio 2014 – SS. Filippo e Giacomo


Tra le tante biografie che sono state scritte su Giovanni Paolo II, senz’altro quella più importante è di George Weigel, “Testimone della speranza. La vita di Giovanni Paolo II, protagonista del secolo”, Mondadori (Milano 1999). Un’impressionante raccolta di informazioni e testimonianze che sviluppano quasi milletrecento pagine.

Nel prologo, il teologo cattolico americano, che ha studiato e scritto su Giovanni Paolo II per oltre vent’anni, offre una sintesi geniale ai lettori del libro. Dopo l’elezione del primo papa slavo in assoluto,“(…)il capo del KGB Juri Andropov mette in guardia il politburo sovietico sul pericolo che hanno di fronte, giudizio che troverà conferma quando, nel giugno del 1979, il papa polacco tornerà nella sua terra innescando la rivoluzione di coscienza che finirà per produrre il crollo non violento dell’impero sovietico nell’Europa centrorientale. Con pellegrinaggi pastorali in ogni angolo del globo, sfruttando con caparbietà ogni moderno mezzo di comunicazione, producendo un interminabile flusso di documenti dottrinali su quasi ogni aspetto della vita cattolica e sulle questioni cruciali per il pianeta”. Così Wojtyla infonde nuovo vigore nella più antica istituzione del mondo, il Papato. Sopravvive a un grave attentato, predica a Casablanca in uno stadio gremito di adolescenti musulmani, “descrive l’intimità coniugale, come un’immagine della vita interiore del Dio uno e trino (…)raduna la più vasta folla della storia nel continente meno cristiano del globo, sollecita la Chiesa a purificare la sua coscienza alle soglie del terzo millennio e, quasi da solo, muta il corso di una grande assemblea internazionale sui problemi demografici”. Difende l’universalità dei diritti umani e si definisce un “testimone della speranza”, alla fine di un secolo di una malvagità senza precedenti”. Una storia vera che Weigel presenta nel suo voluminoso libro.

Un pontificato tra i più importanti dei secoli per la Chiesa e del mondo. Il grande intellettuale russo Alexander Solgenicyn, ha definito il pontificato di papa Wojtyla, la cosa migliore che ha offerto il secolo XX. “Per alcuni è stato il Pontefice più significativo dopo la Riforma e la Controriforma del XVI secolo. Quell’epoca definì il rapporto della Chiesa cattolica con l’emergente mondo moderno; nello stesso modo il Concilio Vaticano II e il pontificato di Giovanni Paolo II hanno tracciato sentieri che, probabilmente, determineranno il corso del cattolicesimo mondiale oltre la ‘modernità’ e ben dentro il terzo millennio della storia cristiana”.

Giovanni Paolo II è stato senza alcun dubbio “il Papa più visibile della storia”. Per Weigel si potrebbe dire che è stato anche “l’uomo più visibile della storia”. Quasi certamente è stato visto di persona da più gente di chiunque altro”. E se aggiungiamo l’effetto moltiplicatore della televisione, la sua notorietà diventa impossibile da cogliere. Ma il paradosso di questa personalità secondo Weigel è che nonostante tutti questi segnali positivi, “è forse la meno compresa fra le personalità del XX secolo”, o perlomeno i giudizi su quest’uomo sono contraddittori.

Per decine di milioni di uomini e donne, anche molti non cattolici, Wojtyla, “è una grande figura del nostro tempo: il difensore e la principale personificazione di una forza morale che ha condotto in salvo l’umanità attraverso il più sanguinoso dei secoli”. Pertanto Giovanni Paolo II rappresenta “il paladino, il campione della causa della libertà umana”. Per tanti altri, anche all’interno della sua stessa Chiesa, “è un autoritario senza remore, sordo alle aspirazioni di coloro che pretende di guidare e cui ardisce insegnare: rappresenta – scrive Weigel – il ritorno a un’epoca che la Chiesa sembrava essersi lasciata alle spalle con il Concilio Vaticano II”. Altri ancora, sempre fuori e dentro la Chiesa, “ne ammirano la difesa dei diritti umani, la mano tesa all’ebraismo e l’impegno per la pace, pur deplorando la sua teologia e i suoi giudizi morali”. Eppure chi ha lavorato con lui, tutti testimoniano la sua personale santità, la gentilezza, l’apparentemente illimitata capacità di ascolto.

Molti sono i giornalisti, i maitre a penser, di prestigio che lo hanno coperto di ingiurie. Uno di questi, addirittura ha confessato di pregare ogni giorno per la sua morte. Altri hanno scritto che, “circonda la Chiesa di filo spinato”. Weigel cerca di interpretare questo disagio di alcuni suoi colleghi. Secondo lui forse deriva da certi aspetti della vita privata del pontefice polacco, dal suo profondo misticismo, e come per tanti altri mistici, anche per papa Wojtyla il Papa, di fatto è impossibile descrivere le sue più profonde esperienze religiose. Peraltro, “un’ulteriore barriera alla comprensione di Giovanni paolo II in Occidente è stata la sua identità polacca. I polacchi – scrive Weigel – possono essere ammirati per il loro romantico eroismo, ma un pregiudizio ben radicato, e rafforzato dall’ignoranza storica e geografica, rende difficile a molti intellettuali e scrittori occidentali immaginarli all’avanguardia della vita intellettuale e culturale mondiali”. Secondo certi intellettuali questo polacco, questo slavo, non può capire la libertà, la più alta aspirazione della modernità.

Tuttavia il politologo americano, tra l’altro intimo amico del papa, è convinto che i termini conflittuali in Karol Wojtyla ci sono perché lui stesso “è segno di contraddizione. La sua vita, le sue convinzioni, il suo insegnamento pongono ai tempi, con i quali per molti altri versi sembra in sintonia, un’equivocabile sfida”.

Il libro di Weigel cerca di capire dal di dentro, questo grande personaggio pubblico. Il papa ha osservato una volta: “Cercano di capirmi dal di fuori. Ma io posso essere capito solo dal di dentro”.

Il voluminoso testo di Weigel, dopo aver accennato alla storia della Polonia, la tanto amata Patria di Wojtyla, cerca di documentarne la sua vita abbastanza travagliata, sin dalla sua nascita.

Capire Wojtyla “dal di dentro” significa anche pensare a lui in termini diversi dalle convenzionali categorie “destra/sinistra”, che hanno caratterizzato i resoconti del suo pontificato nei media di tutto il mondo. Queste sono categorie politiche risalenti alla Rivoluzione francese, che hanno dominato gran parte del pensiero moderno, per catalogare certi partiti politici o tendenze ideologiche. Ma “sono del tutto inadeguate a cogliere ‘dal di dentro’ Giovanni Paolo II uomo e Papa. Egli, infatti, sembra sfidare le regole di tale tassonomia occupando caselle diverse nella classificazione convenzionale”. Infatti spesso San Giovanni Paolo II dai giornali è stato definito “conservatore” in ambito dottrinale e “progressista” in ambito sociopolitico. “Eppure – scrive Weigel – non esistono due Wojtyla, il ‘fondamentalista’ in materia di dottrina della Chiesa e il ‘socialprogressista’ su questioni politiche ed economiche. C’è un solo Wojtyla, un cristiano tanto convinto della verità insita nel cristianesimo da far sì che tale convincimento animi letteralmente ogni sua azione”.

Certa intellighenzia progressistoide lo considera un “settario”. Invece il suo radicalismo cristiano lo impegna a un intenso dialogo con i non credenti e con i credenti di differenti fedi teologiche e filosofiche. “La fede in Cristo – ha detto il Santo Padre ai rappresentanti delle Nazioni Unite nel 1995 – non ci spinge all’intolleranza, al contrario ci obbliga a intrattenere con gli altri uomini un dialogo rispettoso. L’amore per Cristo non ci sottrae all’interesse per gli altri, ma piuttosto ci invita a preoccuparci di loro, senza escludere nessuno”.

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