«Io, omosessuale ed ex attivista gay, che vivo secondo quel che insegna la Chiesa. E sono felice»

18 maggio 2014 19:28 7 comments

Di Benedetta Frigerio

17 maggio 2014

tempi.it

Intervista a Philippe Ariño, autore di “Omosessualità controcorrente”, che in Francia ha venduto più di 10 mila copie: «L’omosessualità è una ferita che non viene alleviata dall’avere rapporti»

«L’omosessualità è la prima forma di omofobia». A parlare così è Philippe Ariño, omosessuale spagnolo di 34 anni, che oggi insegna lingue a Parigi. Blogger e frequentatore del mondo dell’attivismo Lgbt, nel 2011 ha cominciato a far parlare di sé rivelando di aver cambiato vita. Nel 2013 ha condotto in prima linea la battaglia contro la legalizzazione del “matrimonio per tutti” francese ed è autore del libro Omosessualità controcorrente, che in Francia ha venduto più di 10 mila copie.

È lui che consigliò a Frigide Barjot, ex portavoce della Manif pour tous, di non parlare di eterosessualità, «altrimenti si perde non solo la battaglia, ma la guerra». Intervistato da tempi.it, Arino spiega che «per salvare l’essere umano da se stesso bisogna andare all’origine del problema. Quello che cerchiamo di fare in piazza con i Veilleurs».

Ci racconti la sua storia. Come è cresciuto?

Ho avuto un pessimo rapporto con mio padre e da adolescente non riuscivo ad avere amicizie maschili. Poi ho capito e ammesso che le mie tendenze omosessuali erano il sintomo di una “ferita”, solo così la mia sofferenza ha cominciato a scemare. Essere omosessuali è una sofferenza, non una scelta o un peccato o una cosa innocua: conosco oltre novanta persone con pulsioni omosessuali che sono state violentate. Ora il mondo Lgbt mi odia per quello che dico, ma lo ripeto anche a loro: l’omosessualità è una ferita che non viene alleviata dall’avere rapporti. Se non lo ammetti, non avrai mai pace.

Quando ha cambiato il suo modo di intendere l’omosessualità?

Solo nel 2011 ho scoperto la bellezza della continenza. Avevo cominciato a riconoscere che qualcosa non andava ed ero tornato a frequentare la Chiesa. Durante una conferenza, parlai della mia condizione e mi resi conto che mi aiutava. Non solo, spiegando il mio dramma riuscivo ad aiutare tante persone, persino uomini e donne sposati.

È stato difficile?

Io ho trovato una via, ma ce ne sono tante. Alcuni riescono anche a superare queste pulsioni, io ho scoperto che riconoscendo la mia ferita e offrendola a Cristo e alla Chiesa la mia condizione penosa diventava una festa. Non praticando l’omosessualità non dico “no” alle mie pulsioni, ma “sì” a Dio: è un sacrificio per avere il meglio, il massimo, che prima non avevo. Noi pensiamo che il Signore ci voglia solo se siamo a posto: è il contrario, Lui viene da chi ha bisogno e se offri i tuoi limiti Lui fa grandi cose.

Perché il rapporto omosessuale non la rendeva felice?

Quando avevo rapporti con altri uomini o li guardavo in modo possessivo, sul momento, provavo soddisfazione. Ma ero solo e non mi completavo mai. In quei momenti ti illudi di poter vivere la sessualità come gli altri, ma la verità è che la sessualità si può vivere solo nella differenza sessuale.

Cos’è cambiato concretamente nella sua vita di oggi?

Prima mi sentivo sempre inferiore agli uomini, perché l’omosessualità è invidiosa. Ora, avendo scoperto che Dio mi ama e che sono suo figlio, voluto e amato, non mi sento più inferiore a nessun uomo. E così, dopo una vita, ho scoperto la bellezza dell’amicizia maschile, che non scambierei più con le relazioni di un tempo, in cui fingevo di riuscire a realizzarmi come l’uomo e la donna nei rapporti.

Chi come lei ha rinnegato il suo passato non è molto amato nella comunità Lgtb. Come vive il rapporto con il mondo che ha frequentato?

Mi ha messo nella black list. Mi minacciano e mi danno dell’omofobo, ma non sarei resistito con loro: è un mondo di menzogne, che all’esterno si mostra gaio e dentro è pieno di rabbia e tristezza. La maggioranza degli atti omofobi e degli insulti contro le persone con la mia tendenza provengono da persone che hanno ferite come la mia, che urlano e sbraitano perché sono fragili. Gli attivisti ti applaudono quando parli, ma vieni guardato solo per la tua sessualità, come se fossi un animale o un individuo di serie B che deve avere diritti speciali. Per questo dico che siamo i peggiori nemici di noi stessi. Nella Chiesa invece ho trovato per la prima volta qualcuno che mi ha accolto come persona, tenendo conto di tutto quello che è Philippe.

Lei sostiene nei suoi incontri che l’omosessualità sta dilagando, perché?

C’è una fragilità identitaria crescente. Dilaga perché l’uomo e la donna, anche quelli che vivono insieme, spesso non riconoscono la bellezza della differenza e non si incontrano più. Non sanno perché si sposano, stanno insieme ma sono soli, vivono il rapporto egoisticamente e non entrano in comunione. Resta solo il sentimento, finché dura. Perché siamo arrivati a questa estraneità fra i due sessi? Credo che quando si recide il legame con Dio, tutto ci diventa nemico e anche fra l’uomo e la donna si introduce il sospetto. Invece ci si dovrebbe sposare per aiutarsi a tornare da chi ci ha creati: dove non arriva il maschio, arriva la femmina. Altrimenti resta solo il possesso che divide. E tutto ciò danneggia i figli. Se non partiamo da questa consapevolezza, non risolveremo mai il problema. Se giochiamo la partita su altri campi, è già persa.

Cioè?

Il ministro francese della Giustizia, Christiane Taubira, madre della legge sulle nozze gay, esordì dicendo che bisognava distinguere tra matrimonio eterosessuale e omosessuale. Questa è una bugia terminologica che non ha riscontro nella realtà e che non dobbiamo accettare. Bisogna dire che non esiste l’eterosessualità, esistono solo l’uomo e la donna, diversi e complementari. E poi non si deve escludere dal dibattito la questione omosessuale in sé. Se sta dilagando è responsabilità di ciascuno comprendere cosa sia e da dove venga, facendo capire a tutti a cosa andiamo incontro. Per lo stesso motivo dico sempre che non basta fare un discorso che parta solo dal diritto dei bambini, omettendo e tollerando con indifferenza i rapporti omosessuali. Solo comprendendo la sofferenza che ne deriva e il fatto che si tratta di un’amicizia ambigua, incapace di amore, si capisce che l’unico alveo di crescita per un bambino è la famiglia con madre e padre. Persino nelle coppie dello stesso sesso più stabili, dove si cerca di rispettarsi, non c’è felicità. Ne conosco alcune e spesso sono proprio loro a capirmi. Durante una conferenza, un uomo che conviveva da 20 anni mi disse: «Come hai ragione!». Altre si chiedono: «Ma che vita stiamo facendo?». Se uno capisce questo non può più dire: «Poverini, lasciamoli fare» e passare per caritatevole come accade oggi.

Cosa succederà ai bambini cresciuti in una “nuova” famiglia?

Se il bambino non impara la bellezza della differenza, non sarà capace di amare. Una società che finge di esaltare le differenze, ma poi le tratta come una minaccia, cresce una generazione che non saprà accogliere l’altro. Viviamo in un mondo che rifiuta di guardare in faccia la realtà, con le sue contraddizioni e i suoi limiti, come quello della sessualità, oggi percepito come un pericolo. Questa deformazione della realtà umana sta conducendo a un collasso antropologico. E più avanziamo in questo senso, più cresceranno le forme di solitudine, nevrosi e violenza.

Cosa si può fare?

Come ho detto, rispettare la realtà e cercare di ricomprenderne lo scopo. Quanto a me dico che Cristo, la sua verità e la Chiesa sono la via per amare, essere amato e servire.

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