Renzi e la pillola di Mary Poppins

28 giugno 2014 17:46 28 comments

Di Massimo Introvigne

18 giugno 2014

lanuovabq.it

Per coincidenza, ogni volta che Renzi in tema di unioni omosessuali comincia a parlare in inglese e a proporre la «civil partnership» capita sempre che mi trovi in Inghilterra. A Londra, che è anche la città di Mary Poppins, la bambinaia dotata di poteri magici creata da Pamela Travers (1899-1996). I libri della Travers, e ancora di più il film della Disney su Mary Poppins, sono del tutto godibili e raccomandabili ai bambini, che certo non sono in grado di capire il retroterra culturale dell’autrice. Ma leggendo tra le righe si scopre che la storia è anche una grande metafora del metodo esoterico, come del resto è sempre stato confermato dall’autrice, discepola diretta dell’esoterista George Ivanovich Gurdjieff (1866?-1949). Ecco allora che emerge un’altra Mary Poppins, strega moderna e simpatica che convince i bambini – e gli adulti – a fare cose che non vorrebbero fare tramite la magia di parole senza senso, ma che suonano bene, come la famosa «supercalifragilisticexpiralidoso», e un metodo paziente, di antica derivazione massonica, semplificato nella formula «con un poco di zucchero la pillola va giù».

Il metodo con cui Matteo Renzi sta propinando agli italiani la pillola delle unioni omosessuali sembra proprio quello di Mary Poppins, con passaggi raffinati che sembrano elaborati in officine un po’ più esperte di quelle dei boy-scout. Su questo giornale sono stati, e certo saranno ancora, analizzati i passaggi giuridici e politici della proposta di Renzi. Da sociologo, vorrei invece riflettere sulla sua strategia di propaganda, che prevede per fare ingoiare la pillola il ricorso a tre tipi di zucchero.

Il primo conferma sia l’efficacia delle mobilitazioni popolari, sia il modo astuto e sofisticato con cui le officine che ispirano Renzi pensano di contenerle. Sì alla famiglia, Manif pour Tous, Sentinelle in piedi, e anche questa testata hanno creato una grande mobilitazione popolare contro il DDL Scalfarotto sull’omofobia e le sue norme liberticide, che manderebbero in galera chi «incitasse alla discriminazione» contro gli omosessuali, per esempio sostenendo che le loro unioni non hanno alcun diritto a riconoscimenti giuridici. L’estate scorsa, lo stesso Scalfarotto aveva spiegato a «L’Espresso» che l’itinerario prevedeva prima la legge sull’omofobia e poi quella sulle unioni omosessuali.

Ma qui si vede la differenza fra il semplice dilettante abile come Scalfarotto e i professionisti della disinformazione veramente esperti. Non piace la legge sull’omofobia? Il governo del boy scout Renzi non è sordo al grido di dolore che viene dalle piazze. Infatti rimanda la legge sull’omofobia e con una piroetta spettacolare passa direttamente alle unioni civili. Si tratta anche di un esito delle elezioni: la maggioranza di Renzi è così bulgara da potersi permettere qualche protesta in piazza. Beninteso, l’accantonamento del DDL Scalfarotto va inteso come provvisorio. Dopo le unioni civili verrà fatta passare anche la legge sull’omofobia. Ma Renzi mette la torta prima della ciliegina, sperando di spiazzare gli oppositori (che faranno bene a non cascarci).

Secondo tipo di zucchero: parlare preferibilmente di modello tedesco piuttosto che di modello inglese. Perché nel 2013 in Inghilterra l’ipocrisia è caduta e si è deciso di chiamare francamente le «civil partnership» fra omosessuali «matrimoni», mentre in Germania la parola «matrimonio» non c’è ancora, a causa dell’opposizione di una parte della Democrazia Cristiana, quella bavarese e cattolica.

Ma qui l’officina, per quanto esperta, fa le pentole ma non i coperchi, perché perfino Repubblica ci spiega che la proposta di Renzi è praticamente uguale all’originaria «civil partnership» inglese, e la cosa scappa detta ogni tanto anche al Presidente del Consiglio. Ecco allora il terzo tipo di zucchero, sparso a velo in quantità massicce: la distinzione fra «civil partnership» e «matrimonio omosessuale», che viene – per dire il meno – grandemente esagerata. Risentiamo perfino la vecchia canzone – che non si porta più in nessuna parte del mondo, ma ogni tanto rispunta in qualche sagrestia cattolica in Italia – secondo cui la «civil partnership» sarebbe l’alternativa al «matrimonio» omosessuale e il politico cattolico che, accettando la «civil partnership», ribadisse però il suo no al «matrimonio» fra persone dello stesso sesso starebbe in qualche confuso modo difendendo la famiglia.

Il Civil Partnership Act 2004 é una legge britannica sottoscritta dalla Regina il 18 novembre 2004 ed entrata in vigore il 5 dicembre 2005. Si riferisce esclusivamente a coppie dello stesso sesso, cui garantisce gli stessi diritti e impone gli stessi doveri che due coniugi di sesso diverso assumono con il matrimonio. Un articolo della legge permette a una coppia sposata di un uomo e di una donna dove, dopo il matrimonio, uno dei coniugi ha cambiato sesso (un tema, come sappiamo, che appassiona i nostri giudici), di formalizzare lo stesso giorno il loro divorzio e la loro nuova «civil partnership» come omosessuali.

I due omosessuali che hanno contratto «civil partnership» acquistano tutti i diritti che la legge britannica concede ai coniugi. La dissoluzione della «civil partnership» è disciplinata in modo identico al divorzio. Le coppie omosessuali in «civil partnership» possono adottare i bambini e hanno nei confronti dei bambini adottati diritti esattamente identici a quelli di una coppia di coniugi formata da un uomo e da una donna. Il modello di Renzi è del tutto analogo a quella inglese, salvo alcuni limiti – provvisori, come ha spiegato Scalfarotto – per le adozioni.

La legge di Renzi ha un sapore di zucchero inglese anche quando prescrive che la cerimonia in municipio sia simile a quella del matrimonio civile di un uomo e di una donna. In Inghilterra la parte della legge sulle «civil partnership» relativa alle cerimonie è stata oggetto di un confronto, anche nei tribunali, molto più accanito delle norme sulle pensioni o sulle proprietà. Un sociologo ne capisce facilmente il perché. Se la cerimonia di «civil partnership» è identica al matrimonio, tutti si abituano a considerare la «civil partnership» un matrimonio. Nella «civil partnership» la legge non solo permetteva, ma imponeva che tutto fosse uguale al matrimonio. E di fatto – il costume seguendo e completando la legge – c’erano gli abiti bianchi, lo scambio degli anelli, la musica, la torta nuziale.

Il risultato era facilmente prevedibile anche dai non sociologi. Nel linguaggio comune, e anche sui giornali attenti a fare economia di parole, scrivere che il signor Smith e il signor Jones si sono «civil-associati» suona male e dopo un po’ viene a noia. Dire che il signor Jones è il «partner» del signor Smith non ha un significato univoco: i due potrebbero essere semplicemente soci d’affari, e l’equivoco potrebbe essere imbarazzante. Così, come si poteva prevedere, dopo pochi mesi il linguaggio ha vinto, come fa sempre, la sua battaglia contro l’ipocrisia, i media si sono adeguati, e tutti hanno cominciato a parlare e a scrivere del «matrimonio», «wedding», fra i signori Smith e Jones e del signor Jones come «marito» del signor Smith. Se i diritti e i doveri erano gli stessi del matrimonio, se la cerimonia era uguale a quella del matrimonio, se perfino la torta e gli anelli erano gli stessi perché persistere in inutili formalismi e in un linguaggio anacronistico?

Rimaneva solo il tocco finale: adeguare le leggi al linguaggio e alla realtà e cambiare il nome da «civil partnership» a «matrimonio». È quanto è avvenuto in Inghilterra con il Marriage (Same Sex) Couples Act votato dal Parlamento il 15 luglio 2013. Una legge molto semplice: si trattava sostanzialmente di cambiare il nome a qualche cosa che esisteva già. Certo, i nomi hanno la loro importanza ma in effetti a suo tempo «Repubblica» ha dedicato più spazio alla legge del 2013 di molti quotidiani britannici. In Inghilterra molti erano convinti che i «matrimoni» omosessuali ci fossero già, e da anni.

Sarà così anche da noi: prima le «unioni civili» saranno fatte digerire anche ai cattolici con l’aiuto degli zuccheri di Renzi, poi i giornali cominceranno a chiamare i «civil-uniti» marito e marito e moglie e moglie, e alla fine una leggina porrà fine all’ipocrisia chiamando «matrimonio» quello che di fatto lo era già.

Si sussurra che siano in fase di studio anche zuccheri specializzati per palati fini ecclesiastici. A settembre, in concomitanza con le unioni civili, Renzi farebbe passare qualche elemosina per le famiglie e magari anche per le scuole cattoliche, tacitando chi fra i suoi minaccia di rivedere la disciplina dell’otto per mille, ma non senza spiegare agli ecclesiastici quanta fatica gli costa difendere i loro portafogli. L’occhio acuto di qualche ecclesiastico dietro la carota vedrebbe subito il bastone, e qualcuno capirebbe per tempo l’antifona cominciando a spiegare ai fedeli – anzi, c’è chi ha già cominciato – che è meglio non disperdersi in battaglie di retroguardia e che occorre difendere la stabilità del governo in nome dell’Europa, del lavoro, dei poveri, dello spread e soprattutto dell’otto per mille. Altro che boy-scout.

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