La civiltà del peccato

1 settembre 2014 20:57 66 comments

Di Omar Ebrahime

7 agosto 2014

vitanuovatrieste.it

Ogni tanto sui giornali, tra sociologi e commentatori dei fatti dell’attualità, si fa un gran parlare delle caratteristiche della nostra società contemporanea, belle o brutte che siano, e si cercano aggettivi particolarmente originali che facciano colpo su chi legge, in modo da fare notizia. Con riferimento alla Mitteleuropa, però, troviamo che la definizione migliore l’ha data un osservatore recente quando ha scritto tra le altre cose che quella a cui stiamo assistendo è – sic et simpliciter – la costruzione vertiginosa della “civiltà del peccato”. L’espressione è sicuramente forte ma dando un’occhiata obiettiva alla salute spirituale dei nostri popoli, onestamente, ci pare proprio adatta. E quando facciamo riferimento alla “civiltà del peccato”, beninteso, qui non intendiamo solo sottolineare quel pansessualismo (teorico e pratico) dilagante che con l’ideologia di genere sta consumando un’altra tappa decisiva della sua ascesa pubblica inaugurata – almeno in Occidente – a partire dal ’68.

Prendiamo ad esempio la prima parte del Decalogo, i primi tre comandamenti, che non a caso vengono prima e sono più importanti perché fanno riferimento diretto al rapporto con Dio da cui tutto procede. Gli ultimi dati sull’osservanza del precetto festivo in giro per l’Europa sono impressionanti. A livello generale già lo sappiamo, intendiamoci, ma guardare le cifre è un’altra storia. In Italia ci lamentiamo (e giustamente!) che la media domenicale, quando va bene, si attesti sul 25%, cioè appena 1 italiano su 4 che va a Messa nel giorno in cui è obbligo. Bene, se confrontiamo la cifra con i Paesi-simbolo della Mitteluropa-storica come Austria, Germania e Repubblica Ceca, c’è addirittura da trasecolare: non solo nessuno di questi raggiunge nemmeno il 10% ma in alcuni casi, come la Repubblica Ceca, si fa fatica a stare sul 2 o 3%.

Come se non bastasse, nello stesso Paese, a fronte di questo dato, quasi il 50% della popolazione adulta dichiara di riconoscersi nell’ateismo, e proprio nel senso che ne sposa le certezze, non nel senso che non ha ancora trovato la fede o è un po’ scettico nel raggiungerla. Uno studioso di cui non condividiamo tutto ma che ci fa ragionare, Charles Taylor, definisce questa situazione – estendendola a gran parte dell’Europa Occidentale (perchè se andiamo in Francia o in Inghilterra le cose non cambiano di molto), come un “umanesimo esclusivista” mai visto prima nella storia dell’umanità giacchè dall’età primitiva in poi la religione è stato sempre un fattore fondamentale dell’organizzazione pubblica delle società umane. Si poteva semmai discutere sul politeismo o sul monoteismo, ma nessuno considerava la non-credenza – cioè l’incredulità scelta e deliberata – come un’opzione sensata.

Dagli Egizi ai Babilonesi ai Greci ai Romani fino ai giorni nostri tutte le comunità che ci hanno preceduto si sono organizzate intorno alla loro concezione di Dio. Questo vuol dire che la situazione odierna non è paragonabile nemmeno al paganesimo, come talora si sente dire, perché il paganesimo del Pantheon romano ad esempio ne aveva eccome di dèi, persino troppi, ma ne aveva e contavano tanto da influenzare persino le politiche imperiali, altro che storie. Oggi, invece, per la prima volta nella storia, almeno in Europa, e soprattutto in alcuni Paesi, è l’opzione di ‘fede’ che viene considerata anomala, “originale”, “strana”, “esotica”, in ogni caso da spiegare agli altri.

Questa situazione andrà studiata bene a fondo prima o poi e abbiamo l’impressione che non se ne abbia ancora una chiara consapevolezza, anche tra noi cristiani. Eppure gli ultimi Pontefici ci avevano avvertiti per tempo: dalla perdita comune del “senso del peccato” denunciata già da Pio XII come il più grande peccato del secolo trascorso alla presenza capillare di vere e proprie “strutture di peccato” intorno a noi lamentata da Giovanni Paolo II le parole non è che siano state esattamente leggere. Benedetto XVI, tirando le somme, nel discorso alla Curia del Natale 2010 concludeva così: assistiamo a quello che fu il crollo dell’impero romano. Né più, né meno. Non dei singoli o un gruppo particolare di persone che abitualmente pecca in un senso o in un altro quindi ma, per l’appunto, un’intera civiltà che predica e pratica il peccato in tutte le sue forme, a livello di massa, ritenendosi ormai compiutamente autosufficiente dal Creatore.

Lo sviluppo medico, scientifico e tecnologico degli ultimi decenni in modo involontario ha contribuito sicuramente in questo senso perché il livello di benessere generale che si è diffuso nel frattempo un po’ ovunque è pure inedito, storicamente parlando. L’aumento dell’aspettativa di vita (nella comunità medica c’è chi dice persino che domani arriveremo a potere vivere anche 100 anni di media, senza molti sforzi), l’automazione sempre più raffinata dei processi produttivi (per cui a livello pratico si fatica sempre di meno, almeno tendenzialmente) infine la rivoluzione digitale che porta letteralmente il mondo intero nelle nostre case con un semplice click hanno reso sempre più marginale la grande e perenne “questione di Dio”.

D’altra parte, l’assenza di guerre, terremoti o calamità naturali (che in passato nei periodi di maggiore crisi contribuivano paradossalmente a tenerla aperta) ci hanno convinti di avere finalmente un dominio pressochè totale sul mondo materiale. Certo, un filosofo, un antropologo o anche un sociologo normale avendo sott’occhio il nostro passato forse sorriderebbero di questa superba pretesa postmoderna. Ma il mondo, sempre di più, semplicemente, non è fatto da loro. È fatto piuttosto dalla logica dominante dell’utile che misura tutto e quello che non si può misurare (come misurare l’Onnipotente?) diventa quindi… inutile. Al punto che, da Praga e Berlino Est, da ragazzi, giovani e meno giovani vi potete sentire domandare con disarmante sincerità: “ma dopotutto che ci faccio con Dio? a che mi serve?”. E dovete, dobbiamo, dare una risposta: che sia cattolica, coraggiosa, coerente, convincente.

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