Migrazioni. un approccio da cambiare

2 settembre 2014 12:03 13 comments

Di Riccardo Cascioli

26-08-2014

lanuovabq.it

Il drammatico «Appello alla coscienza del mondo» del patriarca caldeo Louis Sako, che pubblichiamo in primo piano, ci ricorda tra l’altro un aspetto delle migrazioni che tendiamo costantemente a dimenticare: si tratta di una ferita mortale per chi è costretto a lasciare il proprio paese a causa della violenza ed è una catastrofe per lo stesso paese. In questo caso, l’Iraq, perde una componente come quella cristiana che è parte integrante della sua storia e della sua cultura. In altri casi, i paesi perdono la parte più attiva e attrezzata (giovani e le persone maggiormente istruite, che hanno maggiori possibilità di scappare) che potrebbe – almeno potenzialmente – garantire lo sviluppo del paese.

È questo aspetto che rende ragionevole l’obiettivo – sostenuto da mons. Sako e dai vescovi iracheni – di riportare i cristiani nella Piana di Ninive, alle loro case, così come gli yazidi e gli sciiti scacciati anche loro dalle proprie case e città.

Allo stesso modo non è una cattiveria operare perché si creino le condizioni per il ritorno di tanti migranti nei paesi d’origine e per evitare che tanti altri siano spinti a fuggire. È vero, le migrazioni sono un dato di fatto, come ricordava ieri al Meeting di Rimini monsignor Silvano Tomasi, nunzio apostolico presso le Nazioni Unite di Ginevra. Le statistiche ci dicono che nel mondo una persona su 7 è migrante, sia internazionali (240 milioni) sia interni (700 milioni). Ma c’è una bella differenza tra lo scegliere liberamente di muoversi alla ricerca di opportunità migliori o per motivi familiari e l’esservi costretti dalla fame e dalla violenza. Ed è immorale favorire quest’ultimo tipo di migrazioni con politiche internazionali sciagurate o insistendo soltanto sul dovere dell’accoglienza senza porsi il problema della gestione dei flussi migratori (a tutela della dignità degli stessi migranti oltre che del popolo che accoglie). Le folli scelte occidentali in Libia (rovesciamento di Gheddafi), in Siria (il sostegno armato ai ribelli anti-Assad, che è uno dei fattori all’origine della forza militare di califfi e soci) e Iraq stanno tra le altre cose provocando un aumento enorme di profughi e migranti delle cui conseguenze non ci rendiamo ancora pienamente conto.

Il concetto di solidarietà – ha ricordato ieri monsignor Tomasi – «è una variabile cristiana che apre la porta all’accoglienza e, allo stesso tempo, rimanda l’attenzione alla radice delle cause che costringono tante persone a rischiare la vita per ricercare sopravvivenza e sicurezza». In altre parole, nella Dottrina sociale della Chiesa non c’è spazio per il buonismo o per una solidarietà ideologica (alla Boldrini tanto per intenderci): il primo punto da affermare è proprio «il diritto primordiale di rimanere nella propria patria conducendo una vita degna e di emigrare solo in seguito a una scelta libera e non a una costrizione dovuta alla violenza, all’oppressione o alla povertà estrema». Allo stesso tempo vanno affrontate «le emergenze partendo dalla convinzione che ogni persona appartiene all’unica famiglia umana», così che «l’altro non è abbandonato a se stesso e continua a contribuire, pur in circostanze difficili, al bene di tutti».

Una seria politica sull’immigrazione, dunque, non può essere fondata solo preoccupandosi dell’ultimo tratto, nella fattispecie la traversata del Mediterraneo, magari andando a prendere i migranti davanti alle coste della Libia. Il ripetersi di tragici incidenti in mare, come in questi giorni, dimostra quanto fallimentare sia l’operazione “Mare Nostrum”, che da una parte non impedisce la morte di chi si imbarca alla volta dell’Italia e dall’altra incentiva le partenze dalle coste libiche con massimo gaudio delle organizzazioni criminali che prosperano sul traffico degli esseri umani.

In ogni caso, una seria politica sull’immigrazione, basata sul concetto di solidarietà, deve puntare prima di tutto a rapporti con i paesi di provenienza tesi a promuovere lo sviluppo economico e la stabilità sociale. Fomentare o incentivare guerre, come si è fatto negli ultimi anni in Medio Oriente, o sostanzialmente ignorarle – come si sta facendo in Iraq – ha conseguenze catastrofiche non solo per coloro che sono costretti a fuggire. Allo stesso modo, una cooperazione allo sviluppo che, ad esempio, trasferisce fondi a dittatori senza curarsi della ricaduta sulla popolazione impoverisce i paesi donatori e accresce l’ingiustizia nei paesi ricettori.

È tempo dunque di cambiare radicalmente approccio sul tema migrazioni, e il primo passo potrebbe essere proprio raccogliere l’appello di monsignor Sako per fare in modo che cristiani, yazidi e sciiti possano tornare nelle loro case in Iraq, per riprendere quella realtà di convivenza brutalmente interrotta dallo Stato Islamico.

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