Allende e la fine della democrazia in Cile

8 settembre 2014 08:06 17.184 comments

Di Federico Sesia

7 settembre 2014

comunitambrosiana.org

“Il governo di Allende aveva esaurito, con un totale fallimento, la via cilena verso il socialismo e si apprestava a consumare un autogolpe per instaurare con la forza la dittatura comunista. Il Cile visse sull’orlo del “Golpe di Praga” che sarebbe stato tremendamente sanguinoso, e le Forze Armate non fecero altro che anticipare quel rischio imminente.”

La vulgata storica pressoché a noi tutti pervenuta dai libri di scuola tratta le vicissitudini del governo Allende parlando di un presidente democraticamente eletto detronizzato da un golpe militare, magari sostenuto dagli Stati Uniti d’America, che instaurò un brutale regime a causa del quale migliaia di cileni persero la vita o dovettero espatriare. Difficilmente però si parla approfonditamente di ciò che è avvenuto prima dell’11 settembre 1973, in quegli anni che vanno dall’insediamento di Salvador Allende nel 1970 fino all’anno della sua caduta manu militari. Una analisi di alcuni aspetti di quel lasso di tempo solitamente lasciati in secondo piano può aiutare a mostrare sotto una luce ben diversa la “via cilena al socialismo” rispetto a quella sotto cui la pone parte del mainstream culturale odierno.

Cile 1970, una elezione condizionata

La tornata elettorale cilena del 1970 premiò con un 36% la coalizione Unidad Popular di Salvador Allende, seguita a breve distanza dal conservatore Jorge Alessandri (35%), dietro al quale si situò il Partito Democrata Cristiano de Chile (PDC) con il suo candidato Radomiro Tomic che ottenne il 27% dei voti. Il risultato più evidente dello spoglio delle schede fu che nessuno dei tre candidati aveva raggiunto la maggioranza assoluta, requisito necessario per poter accedere alla presidenza stando alle leggi cilene dell’epoca. Date tali condizioni il Congresso Nazionale (il Parlamento del Cile) era tenuto a scegliere tra i due candidati che avessero raggiunto la maggioranza relativa, ossia il socialista Allende e il conservatore Alessandri.

La decisione fu presa in favore del primo, che venne eletto grazie ai voti del PDC, partito i cui parlamentari accettarono di far confluire il loro voto in favore del candidato di Unidad Popular dopo che questi ebbe posto la sua firma su uno statuto di garanzie democratiche. Iniziò così il 9 novembre 1970 il governo Allende.

Potrà essere a tal riguardo interessante rilevare quanto, poco meno di un anno dopo aver firmato il sopracitato documento, Allende dichiarerà al suo amico scrittore e giornalista Regis Debray nel corso di un’intervista rilasciata alla rivista Punto Final, nella quale definì il suo atto una “necessità tattica” poiché “in quel momento l’importante era arrivare al governo”, affermando inoltre che “se non fossi stato eletto, le strade di Santiago sarebbero piene di sangue”.

A voler parlare di una questione puramente numerica va considerato come il risultato elettorale della tornata del 1970 non rappresenti in nessun modo un trionfo per la sinistra cilena. In primo luogo va considerato come lo scarto di voti sul Partito Nazionale non raggiunse il 2%, la somma dei voti ottenuti da democristiani e conservatori superò di larga misura il 50% degli aventi diritto di voto e la percentuale degli astenuti si aggirò attorno al 25%.

In secondo luogo, nelle elezioni presidenziali del 1964 il composito blocco di partiti che sostenne Allende aveva ottenuto il 38% dei voti (uscendo però sconfitto dal 56% del democristiano Eduardo Frei Montalva), perdendo quindi due punti in percentuale nelle elezioni di sei anni dopo, ma riuscendo comunque ad avere la meglio sui suoi avversari a causa della divisione di questi ultimi e dell’assenso di parte dei democristiani cileni.

Come premessa per poter comprendere ciò che avvenne durante il breve governo Allende, credo vadano ricordate due affermazioni uscite da due congressi del Partido Socialista de Chile.

La prima, pronunciata in occasione del Congresso di Linares (1965), attesta che “La nostra strategia scarta in realtà la via elettorale come metodo per raggiungere il nostro obiettivo di presa del potere…. Il partito ha un obiettivo: per raggiungerlo dovrà usare i metodi ed i mezzi che la lotta rivoluzionaria renda necessari”.

La seconda, risalente al Congresso di Chillàn (1967), sostiene che “la violenza rivoluzionaria è inevitabile e legittima…. Costituisce l’unica via che conduce alla presa del potere politico ed economico, e la sua ulteriore difesa e rinvigorimento. Solo distruggendo l’apparato democratico-militare dello Stato borghese può consolidarsi la rivoluzione socialista…. Le forme pacifiche o legali di lotta non conducono per loro stesse al potere. Il Partito Socialista li considera come strumenti limitati di azione incorporati al processo politico che ci porta alla lotta armata. La politica del fronte dei lavoratori si prolunga e si sente contenuta nella politica dell’Organizzazione Latinoamericana di Solidarietà (OLAS), quella che riflette la nuova dimensione continentale, ed armata, che ha acquisito il processo rivoluzionario latinoamericano”.

Via cilena al socialismo o incubatrice di un regime totalitario?

Una volta insediatosi, uno dei primi atti del presidente Allende fu quello di concedere un indulto per i militanti del MIR (Movimiento de Izquierda Revolucionaria) allora detenuti in carcere, col risultato di rimettere in libertà un centinaio di individui perniciosi e addestrati, da lui definiti dei “giovani studenti”.

A livello istituzionale iniziò delle manovre atte a tenere sotto controllo i mezzi di informazione, l’economia, le banche, l’industria e propose una riforma agraria dai caratteri confiscatori. Sul piano dei mass-media il governo lanciò una serie di querele contro quelle emittenti e quei periodici ritenuti ostili ad Unidad Popular, quali ad esempio il quotidiano conservatore El Mercurio, sottoposto ad indagini riguardanti questioni finanziarie (indagini che non portarono a nulla di rilevante) e la casa editrice ZigZag. Quest’ultima venne colpita da uno sciopero organizzato dai comunisti allo scopo di ottenere un aumento salariale improponibile, e di fronte al rifiuto dell’aumento richiesto Allende nominò un commissario di orientamento marxista il quale diede ragione agli scioperanti. La ZigZag dovette dichiarare l’insolvenza, e il governo la acquistò.

A livello economico Allende iniziò un progetto di statalizzazione del settore minerario cileno, di quello petrolifero, delle banche e del credito. Fece seguito l’illegale acquisto delle azioni bancarie ottenuto anche tramite la minaccia della confisca. La riforma agraria prevedeva invece l’esproprio di tutti i fondi superanti gli 80 ettari di terra. Di fronte a ciò risultano molto eloquenti le parole pronunciate da Pedro Vuskovic, ministro dell’economia del governo Allende: “La finalità della nostra manovra, che si conseguirà attraverso l’abolizione della proprietà privata, sarà la distruzione delle basi economiche dell’imperialismo e della classe dominante”.

L’8 novembre 1973 (ossia dopo tre anni di governo Allende) l’ex presidente del Cile Eduardo Frei Montalva scrisse una lettera a Mariano Rumor, allora Presidente della Democrazia Cristiana Internazionale, descrivendogli la situazione cilena in termini molto chiari: “Trattarono in maniera implacabile di imporre chiaramente un modello di società ispirato al Marxismo Leninismo. Per riuscirci applicarono in maniera distorta le leggi o le ignorarono apertamente, ignorando anche i Tribunali di Giustizia…. In questo tentativo di dominio arrivarono a proporre la sostituzione del Congresso con una Assemblea Popolare e la creazione di Tribunali Popolari, alcuni dei quali arrivarono persino a funzionare, come fu denunciato pubblicamente. Pretesero inoltre di trasformare tutto il sistema educativo, basato su un processo di indottrinamento marxista.

Questi tentativi furono vigorosamente respinti non solo dai partiti politici democratici, bensì dai sindacati e dalle organizzazioni di base di ogni specie, ed in merito all’educazione si manifestò la protesta della Chiesa Cattolica e di tutte le confessioni protestanti che fecero pubblicamente atto di opposizione. Di fronte a questi fatti la Democrazia Cristiana non poteva rimanere naturalmente in silenzio. Era suo dovere – e lo compì – denunciare questo tentativo totalitario che si presentò sempre con una maschera democratica per guadagnare tempo ed occultare i suoi veri obiettivi”.

Oltre a questa testimonianza credo sia utile citare anche quella di Claudio Vèliz (storiografo e amico di Allende), secondo cui le visite nella Cuba castrista del presidente cileno ebbero come effetto “un’incidenza fondamentale nel progetto che pretendeva di applicare in Cile. Dopo aver visto Cuba, Allende pensò che poteva accorciare la strada. Ma la verità è che si allontanò dalla tradizione cilena […]”.

Per far fronte alle illegalità diffuse il Congresso Nazionale si riunì in sessione plenaria la mattina del 22 agosto 1973 con lo scopo di “analizzare la situazione politica e legale che colpisce il paese”. Dato il numero degli interventi è impossibile riportarli tutti, mi limiterò quindi a trascrivere quelli che ritengo i più significativi per comprendere il clima del Cile di quegli anni.

Importante a tal riguardo è quello del senatore democristiano Claudio Orrego: “il paese sta soffrendo attualmente una crisi che non ha paragone nella nostra storia patria, durante centosessanta anni e tanti anni di vita indipendente…. Fino a questo momento la crisi non si risolve; al contrario, si acutizza giorno per giorno. Per questo motivo, noi, oggi, in questo consesso e di fronte al Cile, vogliamo dire che è arrivata l’ora, che è arrivato il momento per dire un’altra volta responsabilmente la nostra verità davanti al paese e davanti alla storia, perché il Congresso non può continuare a tacere la grave situazione che attraversa il Cile e deve avanzare un giudizio globale su di essa, perché la situazione di illegalità riguarda oltraggi reiterati alle risoluzioni del Congresso Nazionale, nonché oltraggi reiterati alle attribuzioni del Potere Giudiziario, ed ancora oltraggi reiterati alle facoltà dell’Organo di controllo generale della Repubblica e oltraggi reiterati ai diritti dei cittadini, ai mezzi di comunicazione dei cileni, e perfino, in alcuni casi, alla libertà delle persone…. Con questo quadro, signor Presidente, non bastano soluzioni parziali. Dentro questo quadro, quando un paese si sgretola, non bastano piccole manovre di politica sovrastrutturale. Qui bisogna risolvere i problemi di fondo”.

Un altro intervento importante è quello di Hermógenes Pérez de Arce, del Partido Nacional: “il Potere Esecutivo aveva smesso di rispettare la Costituzione e la Legge, il che ha dato luogo all’illegittimità del mandato e all’esercizio del potere del Presidente della Repubblica”. Nel corso di questa seduta il deputato di Unidad Popular Luis Maira difese l’operato del governo ritenendo “che il problema di fondo non è altro che lo Stato di Diritto e la sua giusta correlazione con le trasformazioni economiche indispensabili”.

Al termine della seduta venne approvato, con 81 voti favorevoli contro 47 contrari, un Accordo che faceva cadere sul governo Allende le accuse di limitare la libertà di stampa, manipolare l’educazione, proteggere gruppi armati, di limitare l’emigrazione, di tortura e fermo illecito di cittadini. In sintesi tale documento riportava venti violazioni delle leggi e della Costituzione del Cile, condotte al fine di favorire l’instaurazione di un regime totalitario, e si concludeva con un appello al presidente e alle Forze Armate per porre fine a questa situazione di illegalità.

La via parlamentare per rimuovere Allende dal suo incarico era però sbarrata: secondo la Costituzione del ’25 (ovvero quella all’epoca in vigore) per poter procedere a tale atto era necessaria l’approvazione di due terzi dei senatori. Rimaneva come unica strada possibile l’appello ai militari.

Da un punto di vista economico l’esperimento socialista di Allende, durato circa tre anni, diede come risultato una devastante crisi comprendente un’inflazione del 350% che provocò una sostanziale riduzione dei salari di lavoratori specializzati e dei pubblici funzionari, una caduta della produzione dovuta all’esproprio di imprese e terre, delle perdite nelle imprese dello Stato che oltrepassarono i 1000 milioni di dollari, il fallimento di numerose piccole imprese. Si arrivò al punto che scarseggiarono perfino alcuni alimenti di prima necessità.

11 settembre 1973, le ragioni di un golpe

Il settimanale inglese The Economist nell’editoriale intitolato The End of Allende (“La Fine di Allende”), datato 15 settembre 1973, offre un interessante e poco conosciuto quadro riguardante il colpo di Stato del generale Pinochet. Nell’articolo si afferma infatti che le motivazioni del golpe “furono gli sforzi degli estremisti di sinistra per promuovere la sovversione dentro le Forze Armate. Il signor Carlos Altamirano, ex segretario generale del partito socialista, ed il signor Óscar Garretón del Movimento di Azione Popolare Unitaria, entrambi leader dell’Unità Popolare di Allende, furono segnalati dall’esercito come gli autori intellettuali del piano di ammutinamento dei marinai in Valparaíso…. Il comune sentire relativo al fatto che il Parlamento fosse già irrilevante aumentò la violenza per le strade e per il modo in cui il governo tollerò la nascita di gruppi armati di estrema sinistra che si stavano preparando in maniera aperta per la guerra civile”.

Vi è anche espressa la differenza oggettivamente esistente tra i golpe tipici dell’America Latina e il colpo di stato di Pinochet (d’altronde la vita politica cilena aveva alle spalle una lunga tradizione democratica che difficilmente sarebbe potuta essere interrotta da un coup d’etàt privo della legittimazione di uno stato di necessità, infatti “le forze armate intervennero solo quando fu chiaramente stabilito che esisteva un mandato popolare per l’intervento militare. Le Forze Armate dovettero intervenire perché fallirono tutti i mezzi costituzionali per frenare un governo che si comportava in maniera incostituzionale”): “Quello che accadde a Santiago non è un colpo tipicamente latinoamericano. Le forze armate tollerarono il Dr. Allende per quasi tre anni. In quel periodo, egli le inventò tutte per affondare il paese nella peggiore crisi sociale ed economica della sua storia moderna. L’espropriazione di terreni ed imprese private provocò un’allarmante caduta nella produzione, e le perdite delle imprese statali, come da cifre ufficiali, superarono i 1.000 milioni di dollari. L’inflazione raggiunse il 350 percento negli ultimi 12 mesi. I piccoli impresari fallirono; i funzionari pubblici e i lavoratori specializzati soffrirono la quasi scomparsa dei loro stipendi causa l’inflazione; le padrone di casa dovevano fare interminabili code per ottenere alimenti essenziali, se li trovavano. La crescente disperazione originò scioperi enormi tra i camionisti iniziati sei settimane fa. Ma il governo di Allende fece di più che distruggere l’economia. Violò la lettera e lo spirito della Costituzione. La forma in cui bypassò duramente il Congresso ed i Tribunali debilitò la fede nelle istituzioni democratiche del paese”.

Il sopracitato editoriale fu tutto sommato previdente nel ritenere che “Chiunque sia il governo che sorga dal colpo militare, non può aspettarsi tempi facili. Anche quelli che soffrirono sotto il governo di Allende sentiranno la tentazione di saldare i conti con gli sconfitti” e che “Questo significherà la morte transitoria della democrazia in Cile, il che è deplorevole, ma non deve essere dimenticato chi ha reso tutto questo inevitabile”. L’editoriale sostenne anche la completa estraneità degli Stati Uniti dal golpe (“Il Generale Pinochet e gli ufficiali che l’accompagnano non sono fanti di nessuno. Il suo golpe fu preparato in casa, ed i tentativi per fare credere che i nordamericani fossero implicati sono assurdi, specialmente per chi conosce la cautela dei nordamericani nelle loro recenti trattative col Cile”), ma la questione rimane controversa e dibattuta.

A sostegno di quanto affermato da questo editoriale di The Economist riporto le analoghe considerazioni dello storico Richard Pipes, il quale nel suo scritto Communism. A Brief Story osservò come “la Camera sollecitò le Forze armate affinché restaurassero le leggi del paese. Obbedendo a questo mandato, 18 giorni dopo appunto i militari cileni, capeggiati dal generale Augusto Pinochet, rimossero con la forza Allende del suo incarico”.

Degne di nota anche le osservazioni del democristiano cileno Patricio Aylwin (presidente del Cile dal ’90 al ’94), il quale dichiarò il 19 ottobre 1973 al quotidiano La Prensa che “La verità è che l’azione delle Forze Armate e dei Carabineros non è stata altro che una misura preventiva che anticipò un autogolpe di Stato, che con l’aiuto delle milizie armate dal potere militare di cui disponeva il Governo e con la collaborazione di non meno di diecimila stranieri presenti in questo paese, pretendevano o avrebbero instaurato una dittatura comunista”.

Tirando le somme

Di fronte a questo quadro generale non si può dunque fare a meno di concordare con l’economista cileno Josè Piñera Echenique (ministro dell’economia di Pinochet che nel 1981 si dimise per dei contrasti col generale e si schierò contro di lui nel referendum del 1988) quando ritenne corretto affermare che “Il Presidente Salvador Allende fu il principale responsabile della sua propria fine, perché commise un suicidio politico dichiarandosi in rivolta contro la Costituzione della Repubblica.”, e con Eduardo Frei, il quale nella lettera sopracitata scrisse anche che “la caduta di Allende è stata una retrocessione per il comunismo mondiale. La combinazione di Cuba col Cile, coi suoi 4.500 chilometri di costa sull’Oceano Pacifico e la sua influenza intellettuale e politica in America Latina, fu un passo decisivo nel tentativo di controllo di quell’emisfero. Tutto ciò spiega quella violenta ed esagerata reazione. Il Cile stava per diventare una base di operazioni per tutto il continente”.

D’altronde davanti alla possibilità dell’instaurazione di una dittatura marxista non credo vi siano citazioni migliori di quelle di due personaggi che trascorsero parte della loro esistenza in un regime socialista: la prima, ad opera dello scrittore russo Alexander Solzhenytsin, ricorda che “il comunismo si blocca solo quando trova una muraglia”, e la seconda, del primo presidente della Repubblica Ceca Vaclav Havel, ricorda come “il male deve essere affrontato nella culla e se non c’è nessuna altra maniera per farlo, allora bisogna farlo con l’uso della forza”, e tutto ciò senza dimenticare che “Il socialismo è la formula riuscita del totalitarismo”, come giustamente disse lo storico Martin Malia.

Molto eloquente riguardo alle vicende di certi movimenti di matrice socialista dell’America del sud di quel periodo è anche la testimonianza del figlio del guerrigliero argentino Ricardo Masetti (fondatore dell’Ejército Guerrillero del Pueblo, formazione di orientamento guevarista operante in Argentina nel corso del 1964) contenuta nel suo scritto El Furor y el Delirio: “Oggi posso affermare che per fortuna non ottenemmo la vittoria, perché se fosse stato così, tenendo in conto sia la nostra formazione che il grado di dipendenza da Cuba, avremmo soffocato il continente in una barbarie generalizzata. Una delle nostre consegne era fare della cordigliera delle Ande la Sierra Maestra dell’America Latina, dove, prima avremmo fucilato i militari, dopo gli oppositori, e dopo ancora i compagni che si fossero opposti al nostro autoritarismo”.

Appendice: Frei come Kerensky

Per comprendere appieno come Allende abbia potuto lanciarsi in una simile politica credo vada preso in considerazione l’operato del suo predecessore alla presidenza cilena, il democristiano Eduardo Frei Montalva. Eletto di larga misura sul suo avversario Allende (56% contro 38%) alle elezioni presidenziali del 1964 grazie anche ai voti della destra, decisa a impedire l’elezione del candidato socialista, il suo mandato si caratterizzò tra le altre cose per una riforma agraria, una nuova politica fiscale, dei provvedimenti in senso secolarista e una piccola svolta in politica estera.

Analizzando per sommi capi le sopracitate politiche si potrà notare come esse abbiano fatto, indirettamente o meno, da apripista per quelle del successivo presidente Salvador Allende.

La riforma agraria voluta da Frei partì da quella del suo predecessore Alessandri, la quale prevedeva la possibilità di esproprio per quelle terre in mano a privati in stato di abbandono o sfruttate malamente, e a tal scopo videro la luce la CORA (Corporacion de la Reforma Agraria) e l’INDAP (Instituto de Desarrollo Agropecuario), due enti creati allo scopo di attuare tale riforma. Nel periodo di Frei, a capo dell’INDAP fu posto l’agronomo Jacques Chonchol Chait, dalle tendenze marxiste e considerato uno dei fautori della riforma agraria cubana (che sarà inoltre Ministro dell’Agricoltura ai tempi di Allende), mentre alla guida della CORA vi era Rafael Moreno, democristiano di sinistra.

La nuova riforma di Frei in ambito agricolo fu molto più radicale di quella messa in atto dal conservatore Alessandri; essa infatti prevedeva la possibilità di esproprio, oltre che per i terreni incolti o mal lavorati, anche per i possidenti che avessero più di 80 ettari di terra irrigata, gli immobili siti in località dove lo Stato intende fare opera di irrigazione e quelle terre del sud del paese che presentano problemi di confine con l’Argentina (si tenga presente a riguardo che all’epoca la maggioranza dei terreni privati nella zona australe del Cile avevano problematiche legate alla frontiera).

Inoltre, stando all’art. 16 del progetto di riforma agraria, i proprietari terrieri per continuare a rimanere tali avrebbero dovuto adempire ad una serie di norme dalla non sempre facile attuazione, quali ad esempio il pagare un salario che fosse il doppio dello stipendio minimo dei lavoratori della terra, il coltivare almeno il 95% dei terreni irrigati e l’80% di quelli in stato di aridità, il far partecipare i dipendenti alla spartizione degli utili e il fare sì che le condizioni tecniche di sfruttamento della terra si mantengano superiori alla media locale. L’infrazione di una di queste norme (le quali come si può ben vedere sono tutt’altro che di facile adempimento) può condurre all’esproprio da parte dello Stato.

Oltre a ciò si aggiunga che l’indennizzo per i terreni espropriati sarebbe stato calcolato sulla base del loro valore fiscale, il quale è notoriamente più basso rispetto a quello reale. Una volta statalizzate, le terre verranno suddivise dalla CORA in unità agricole familiari o, laddove questo non fosse possibile, in cooperative contadine, ignorando il fatto che la produzione agricola per poter raggiungere livelli di efficienza ha bisogno di un’armonica coesistenza di piccole, medie e grandi proprietà.

Riguardo all’efficacia di tale riforma credo valga la pena di riportare le considerazioni di Bertrand Larrocque, presidente dell’Istituto di Ricerche Rurali di Parigi invitato da Frei stesso in Cile per esprimere un parere sulla sua riforma. La sua opinione in merito fu che “la sua riforma agraria era politica e non economica. Che la prevalenza dell’aspetto politico distorceva gli obiettivi sociali ed economici, che a lui parevano essenziali nei cambiamenti di struttura della campagna. […] Che l’impegno nel perseguimento di mete politiche stava trasformando la riforma agraria in un processo rovinosamente antieconomico”.

Inoltre, stando a Raul Gonzales Alfaro, Larrocque “manovrando con abilità i calcoli e i fondamenti di ogni pianificazione agricola moderna, screditò con due o tre argomenti di straordinario peso e portata la quasi totalità delle realizzazioni dell’INDAP e della CORA, che pretendono di costituire l’avanguardia rivoluzionaria nel programma di riforme offerto dal regime democristiano”.

Per poter sostenere l’aumento della spesa pubblica dovuto alle sue politiche Frei ricorse allo strumento più rapido che aveva a disposizione: l’aumento delle tasse. Durante la sua presidenza infatti fu aumentata l’imposta sul reddito minimo presunto, sulla compravendita, sugli interessi bancari, le imposte proporzionali sull’eredità e le azioni che avevano perso la loro quotazione in borsa vennero tassate come se ciò non fosse avvenuto.

In politica estera Frei mantenne una linea di neutralità nei confronti della contrapposizione Usa-Urss e nel contempo tentò di presentarsi sulla scena politica del Sud America come un leader latino-americano. A livello di relazioni diplomatiche il governo democristiano riallacciò ben presto le relazioni con l’Unione Sovietica e alcuni paesi comunisti dell’Europa orientale quali la Bulgaria, la Cecoslovacchia, l’Ungheria, la Romania e la Polonia.

Altri aspetti interessanti per questo studio della politica interna del presidente Frei furono quelli riguardanti la tentata soppressione di alcune festività religiose e una politica di controllo delle nascite.

Introducendo la settimana lavorativa di cinque giorni Frei decise che era necessario sopprimere alcune festività religiose per poter efficacemente rispondere alle necessità di una maggiore produttività, tentando quindi di abolire la festa dell’Immacolata Concezione, del Corpus Domini, dell’Ascensione e dei Ss. Pietro e Paolo, progetto che dovette venire abbandonato a causa dell’opposizione che suscitò nella popolazione cilena. Riguardo invece al controllo delle nascite credo vada ricordato come nel periodo della presidenza Frei il Servizio Nazionale di Sanità lanciò una campagna di diffusione di metodi anti-concezionali in quanto l’aumento della popolazione sarebbe stato eccessivo. Non sarà difficile rilevare come tali misure siano analoghe alle posizioni in favore della secolarizzazione proposte dall’estrema sinistra.

Alla luce di questa breve panoramica di alcune politiche di Eduardo Frei Montalva non potrà stupire più di tanto il paragone con il capo del Governo Provvisorio Russo Aleksandr Kerensky (1881-1970), ossia colui che precedette nel 1917 (e per certi versi favorì) la presa del potere di Vladimir Il’ič Ul’janov, universalmente noto come Lenin (1870-1924).

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