Quella “misericordia” che ostacola l’amore di Dio

9 ottobre 2014 13:14 6 comments

Di Stefano Fontana

9 ottobre 2014

lanuovabq.it

In precedenti interventi sul tema del Sinodo sulla Famiglia ho indicato nel rapporto tra pastorale e dottrina il tema veramente centrale della importante convocazione episcopale. Può accadere che la pastorale guidi e modifichi la dottrina, pur tutti dicendo che la dottrina è chiara e non si tocca. Vorrei tentare di spiegare questo punto in parole semplici.

Chi tiene gli incontri di preparazione al matrimonio si trova spesso davanti a coppie conviventi da anni e magari con figli. Questi operatori pastorali pensano così: se noi andiamo a dire a queste coppie che la loro situazione è di peccato esse non si disporranno ad ascoltare l’annuncio del matrimonio cristiano, ostacolate da questa condanna. Bisogna, invece, partire dal bene che in essi c’è per poi farlo evolvere e lievitare. Di conseguenza si deve dire che anche le situazioni della coppia di fatto convivente, dell’esercizio della sessualità fuori del matrimonio, della nascita di figli fuori del matrimonio sono un bene.

Questo approccio è di tipo pastorale, mira cioè a stabilire un contatto costruttivo con l’altro, ma diventa subito dottrinale. Infatti presuppone la dottrina secondo cui non c’è il male o l’errore, ma ci sono solo gradi diversi di bene e di verità. Anche le coppie di fatto, allora, contengono elementi di bene e di verità. Da questo punto di vista si dovrebbe dire che anche in una coppia omosessuale convivente ci sono elementi di santificazione e di verità, come per esempio l’affetto reciproco e la cura dell’altro. Anche nella masturbazione ci sarebbe qualcosa di positivo, come la conoscenza del proprio corpo. Perché non vedere qualcosa di positivo anche nell’incesto, per esempio? Tutte queste situazioni non sarebbero più “sbagliate” ma solo “inadeguate”. Non andrebbero quindi condannate con giudizi di valore, ma apprezzate per quello che sono e fatte evolvere verso il meglio. Dal punto di vista sociale, poi, si potrebbe dire che contribuiscano al bene comune e, quindi, venire riconosciute pubblicamente per legge.

È come taluni ragionano a scuola: se tu dici al ragazzino che prende 2 in latino che è da 2 in latino, cioè che non conosce il latino, egli si demoralizza e non studia più. Bisogna allora partire dal positivo: 2 in latino non sarà la conoscenza piena del latino, ma ha comunque una positività, al suo livello è comunque una conoscenza del latino.

Però, quando si applica questa dottrina alla morale e alla vita spirituale si vede che non funziona. La morale ci dice, per esempio, che ci sono azioni sempre sbagliate, ossia che rappresentano un male assoluto, senza ombra di bene, e che per questo non devono essere mai compiute. L’adulterio, per esempio, oppure i rapporti sessuali contro natura appartengono a questo genere. La vita spirituale sperimenta il peccato, che è morte per l’anima. Quando l’anima cade nel peccato mortale non cade in un bene minore, in una forma inadeguata di bene, ma nella propria gelida morte. La dottrina cattolica ha sempre insegnato l’orrore per il peccato e ha sempre invitato ad insegnarlo a nostra volta. Nessun mistico cristiano ha considerato il peccato un bene minore. Essere in peccato e persistere in situazione di peccato non vuol dire essersi fermati ad un gradino inferiore nella scala del bene. Vuol dire, invece, aver deciso di rimanere nel male, nella morte dell’anima, nel buio.

Se una coppia, per esigenze pastorali, non viene informata del fatto che si trova in situazione di peccato, perché mai dovrebbe confessarsi? La nostra povera misericordia pastorale non deve impedire la misericordia di Dio che ci raggiunge nel sacramento della confessione. E se la coppia non si confessa, accede all’eucaristia in peccato? La nostra presunta misericordia pastorale non può essere di impedimento alla misericordia di Dio che diventa cibo per abbracciarci nella sua stessa vita.

Come si vede, la preoccupazione pastorale di non cominciare col dire al ragazzo che non sa il latino, poi diventa serio impedimento affinché egli possa veramente imparare il latino. Se non sa di non sapere come farà ad imparare? Se la dottrina non deve essere annunciata per non spaventare o inibire le persone, ma deve essere detta “dopo”, quando le persone saranno pastoralmente condotte alla pienezza dell’annuncio, questo stesso percorso di risanamento, di conversione e di santificazione sacramentale sarà reso molto difficile e perfino impedito. Esso, infatti, non è il frutto dei nostri interventi pastorali, ma della Grazia di Dio.

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