Ammonire i peccatori: prolusione finale al Sinodo del Sommo Pontefice Francesco

27 ottobre 2014 16:21 38 comments

Di Giovanni Cavalcoli OP

Fontanellato, 26 ottobre 2014

isoladipatmos.com

Il recente sinodo dei vescovi, come è noto, ha elaborato delle proposte pastorali riguardanti i valori e i problemi della famiglia da sottoporre in futuro alle decisioni del Papa. Tali proposte sono contenute nel documento finale del 18 ottobre scorso. Esse contengono indubbiamente la conferma della concezione cattolica della famiglia, la lode e l’incoraggiamento alle famiglie che vivono onestamente, santamente ed a volte eroicamente la loro vocazione, in mezzo a rischi, fatiche, sofferenze e pericoli, vincendo ostacoli e superando, con l’aiuto di Dio, prove di vario genere.

Si parla anche di altre forme di rapporto o di unione uomo-donna civili o extraconiugali e persino di unioni omosessuali, con l’intento di rintracciare o recuperare anche qui dei valori, delle possibilità di riscatto, di elevazione e di miglioramento, di comprendere o scusare difficoltà insuperabili, di elaborare per loro un modus vivendi adatto a loro, che consenta loro di dare un contributo al bene della società e della Chiesa, assicurando anche ad essi la possibilità della salvezza, dato che, come è noto, Dio vuol tutti salvi e dà a tutti tale possibilità, anche a coloro che non possono o non vogliono non per colpa loro ma in buona fede accedere ai sacramenti.

***

L’esame di queste proposte tuttavia, ad un occhio attento, fa emergere l’esistenza di una grave lacuna, la quale fu evidenziata il giorno 14 ottobre in rapporto alla “relazione Erdö” dal cardinale Stanisław Gądecki, Primate di Polonia, il quale ebbe ad osservare: «Durante il dibattito odierno si è sollevato il fatto che la dottrina esposta nel documento ha del tutto omesso il tema del peccato. Come se avesse vinto la visione mondana e tutto fosse imperfezione che porta alla perfezione».

Il Papa, nel discorso fatto al sinodo il 18 successivo, ha indubbiamente raccolto questa saggia osservazione e ricordato:
«La tentazione del buonismo distruttivo, che a nome di una misericordia ingannatrice, fascia le ferite senza prima curarle e medicarle; che tratta i sintomi e non le cause e le radici. È la tentazione dei “buonisti”, dei timorosi e anche dei cosiddetti “progressisti e liberalisti”, la tentazione di trasformare la pietra in pane per rompere un digiuno lungo, pesante e dolente [cf. Lc 4,1-4]».

Forse il Santo Padre avrebbe potuto pronunciare il termine esatto: “modernisti”.

Che significano queste parole del Papa? Un principio che dovrebbe essere evidente per tutti i buoni pastori, ossia che occorre certo anzitutto comprendere il peccatore nelle sue debolezze ed incoraggiarlo a sviluppare le sue buone qualità, secondo le parole confortanti del divino Maestro: “Non spezzare la canna fessa e non spegnere il lucignolo fumigante” [Mt 12,20]. Ma tutto ciò non è fine a se stesso, ma serve poi per togliere il peccato ed affrontare di petto il vizio e correggerlo. Parimenti un buon medico, quando si trova davanti ad un malato, indubbiamente valuta quali sono le sue risorse sane, ma al fine di vedere come utilizzarle per sconfiggere il male.

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Il rimedio a questo lassismo irresponsabile o forse anche colpevole non sono neppure la rigidezza intellettuale e il rigorismo retrivo di coloro che cedono, come si è espresso il Papa, alla tentazione dell’”irrigidimento ostile”, e che ha chiamato “tradizionalisti”, dove non è difficile riconoscere i nostalgici dei metodi educativi del pre-concilio, come se in questi cinquant’anni la pastorale della sessualità ispirata al Concilio non avesse fatto nessun progresso. Nessun attacco, evidentemente, alla tradizione come tale, ma ad un modo di concepirla, che la oppone alla riforma conciliare.

Questi “tradizionalisti” dalla mente ristretta e dal cuore freddo, col pretesto della difesa dei valori assoluti e del dogma, trascurano, sul piano della concreta guida delle anime, l’attenzione al bene che si trova non nel peccato, ma nel peccatore e l’esigenza di stare al suo passo come la mamma che cammina adagio per accompagnare i passettini del suo bimbo. I veri educatori sanno quanto sono graduali i cammini di perfezione e di liberazione dal vizio e dal peccato.

Noi anziani ricordiamo bene com’era il clima formativo e del confessionale di prima del Concilio Vaticano II nel confessionale campo dei peccati di sesso e senza essere modernisti non lo rimpiangiamo affatto. C’era per esempio l’abitudine che il confessore accusasse facilmente di peccato mortale un penitente per un piccolo atto involontario ed inconsapevole, compiuto senza malizia e sotto la spinta di un impulso improvviso. I giovani che oggi se la prendono col Concilio forse non sanno bene come stavano prima le cose. Con ciò naturalmente io sono le mille miglia lontano dall’approvare gli eccessi opposti e le dissolutezze di oggi, che si vorrebbero presentare sotto l’egida della “maturità affettiva”, del progresso, della libertà e della misericordia.

Il Santo Padre, dal canto suo, nel medesimo discorso, ha indicato la via giusta in una saggia contemperanza di giustizia e misericordia, promozione e correzione, fermezza e flessibilità, rispetto dei princìpi e attenzione ai singoli casi, il tutto in un grande amore per le anime e la Chiesa, con dedizione, preparazione teologica e spirito di servizio.

***

Tornando però al sinodo, si direbbe invece che questi buoni vescovi con i loro discorsi buonisti e pacifisti, non abbiano esperienza del confessionale. Se viene un penitente a dirmi che ha commesso un adulterio, o che si è innamorato di un’altra donna, o che va a prostitute, o ha una relazione extraconiugale, o che convive con un’altra donna, o che è un divorziato risposato, o che è un omosessuale, io lo ascolto benevolmente e cerco di capire la sua situazione e le sue difficoltà, cerco di renderlo cosciente di quanto in questi rapporti può esserci di positivo e di incoraggiarlo in questo senso, ma è evidente che il mio dovere di medico delle anime sarà poi quello di rendere il penitente chiaramente cosciente o della sua posizione irregolare o dello stato di peccato nel quale si trova o per lo meno del fatto che quanto egli fa non va bene ed è un peccato, mortale o veniale che sia, dal quale occorre che si liberi. Dovrò ben avvertirlo delle conseguenze tragiche e del castigo divino, ai quali va incontro, se non si corregge, così come il medico avverte un malato di cuore che se non si cura, gli capiterà un infarto. Altrimenti, che medico sono? Ora, dove sono nel documento dei vescovi questi avvertimenti e queste considerazioni? Essi sembrano dire a tutti: “State tranquilli, abbiate rispetto gli uni delle scelte degli altri, continuate così e vedrete che tutto andrà bene”.

Se un documento di questo genere, se vuol essere veramente serio, pastorale e formativo, tale da fare il bene delle anime, e non distribuire solo zuccherini e dar l’apparenza di essere acquiescente al male, dovrà bene, alla lode e alla promozione del positivo, aggiungere e precisare con serietà e premura ciò che i pastori devono fare per correggere i peccatori e che cosa i peccatori devono fare per risolvere i loro problemi, liberarsi dalle difficoltà, uscire dalle situazioni irregolari e guarire dal loro peccato.

Di ciò ancora, anche nel documento conclusivo del 18 ottobre scorso, non c’è parola o quanto meno il discorso è troppo scarso e generico e quindi insufficiente. Ci si può chiedere come mai ai nostri vescovi non è venuto in mente di aggiungere le suddette indicazioni, da sempre impartite da tutti i buoni pastori. Possibile che il buonismo modernista li abbia tanto suggestionati? Si direbbe che siamo tutti nello stato edenico e che non esistano più le conseguenze del peccato originale.

Da qui le giuste e gravi osservazioni non solo del Papa e del cardinale Gądecki, o di altri cardinali e teologi, ma di tutti coloro, anche comuni fedeli e le stesse famiglie, che a loro si sono uniti, ai quali stanno a cuore il bene di tutti e dell’intera Chiesa. Certamente molte di queste persone devianti, che intravedono la verità e non sono ostinate ed indurite nel peccato, ma avvertono il disagio della coscienza e il desiderio di essere in pace con Dio e con la Chiesa, sono in vari modi disponibili a sentire una parola di paterna correzione, che indichi loro la via del riscatto e della liberazione. Alcune avranno bisogno di essere scosse con una certa energia per essere svegliate dal sonno ed esser rese consapevoli della loro responsabilità e dei gravi rischi che corrono. Da altre bisognerà guardarsi come da persone pericolose. Per altre non resterà altro da fare che pregare perchè si convertano.

***

È vero che la Chiesa non esclude nessuno; ma il fatto è che questi infelici sono loro a non voler appartenere alla Chiesa o se dicono di appartenerle o hanno un concetto falso di Chiesa o sono essi stessi dei falsi e degli ipocriti, che in realtà non vogliono servire la Chiesa, ma servirsene per i propri interessi. E se i medici non parlano, non intervengono, stanno solo a guardare, non fanno diagnosi e soprattutto non curano, che ne sarà dei malati? O se li blandiscono minimizzando i loro mali, come potranno guarire? O se non mostrano loro il loro male, questi malati non potranno forse giungere a pensare che non sia un male ma un bene?

Questo modo di procedere dei vescovi potrebbe favorire in qualcuno l’idea che poi in fin dei conti, matrimonio indissolubile o dissolubile, castità coniugale o contraccezione, rapporti matrimoniali o prematrimoniali, relazione coniugale o relazione extraconiugale, sacramento o convivenza, monogamia o poligamia, eterosessualità od omosessualità non siano tanto alternative rispettivamente tra bene-azione onesta e male-peccato, ma siano semplicemente scelte diverse, rimesse alla libera scelta di ciascuno. Nasce anche il conturbante sospetto che i vescovi, corrivi a simili blandizie, siano intimiditi dalle pressioni o dalle minacce velate o aperte di poteri forti, che possiamo immaginare quali possano essere e che vogliono far desistere la Chiesa dalla sua fedeltà ai suoi princìpi morali, perchè accetti le massime del mondo.

Se le cose stanno così, ci si potrebbe chiedere allora, tra l’altro, che senso ha il sacramento della confessione. Che cosa vai a raccontare al prete? E di fatti noi confessori ci stiamo rendendo conto del clima che si sta creando: spesso chi entra in confessionale non ha peccati dei quali accusarsi, ma fa un elenco di opere buone assicurando il confessore di fare tutto il possibile per essere un buon cristiano.

Proprio in quel luogo sacro, dove più che mai il fedele dovrebbe esercitare “con timore e tremore” [Fil 2,12] l’umiltà, senza vane autogiustificazioni, accusandosi di aver peccato ed approfittare della divina misericordia, proprio lì a noi confessori tocca con disgusto di sentire l’empia e farisaica spavalderia di chi si proclama buono e innocente magari accusando gli altri. E se ci azzardiamo a ricordar loro come ci si confessa, si offendono come se avessimo l’ardire di accusare un innocente e si mettono ad accusare noi di cattiveria. Il fatto tragico è che il concetto di peccato come colpa da togliere, ossia come atto cattivo cosciente e libero, sta diventando raro, perché non ci si misura più su di una norma oggettiva, assoluta, trascendente e dipendente dalla volontà Dio, al Quale dobbiamo render conto, ma ognuno si costruisce un codice morale come gli garba, secondo i propri comodi, suggestionato magari da qualche teologo di moda, non redarguito dall’autorità ecclesiastica.

Dio diventa semplicemente un notaio benevolo di tutto quello che ci salta in mente. Per questo, il cosiddetto “penitente” – sarebbe meglio dire “gradasso” o “sbruffone” – non ha nessun peccato da denunciare, del quale pentirsi e chiedere perdono a Dio. Si scambia il confessionale nell’occasione di parlare a ruota libera delle cose più diverse, dalle chiacchiere alle cose serie, ma che nulla hanno a che vedere con le esigenze e quindi la validità del sacramento. Spesso è il penitente che ha già per conto proprio, ben radicata da un’evidente cattiva abitudine, un’idea sbagliata della confessione e se il confessore tenta di correggerla, il buon penitente si risente come se fosse il confessore ad essere un incompetente o una persona crudele, che crea dei problemi che non esistono e “non sa dare una buona parola”. Ma allora, in queste condizioni, il confessore da che cosa dovrebbe assolvere? Che correzioni, rimproveri o richiami può fare? Quali avvertimenti? Quali consigli,? Quali esortazioni? Quali comandi? Sembra che il cosiddetto penitente non si aspetti di guarire da una malattia, ma di essere approvato nella sua condotta e lodato per la sua buona salute. È evidente il rischio altissimo che manchino nel penitente le condizioni per una vera confessione. Grande però è qui anche la responsabilità del confessore, che abitua male i fedeli e che trasgredisce il sacro dovere di ricordare al penitente qual è il vero modo di confessarsi.

Quanto dunque sono sempre valide per noi preti e per i nostri vescovi le parole dell’Apostolo al suo diletto Timoteo: «Annunzia la parola, insisti in ogni occasione opportuna e non opportuna, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e dottrina. Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità, per volgersi alle favole» [II Tm 4, 2-4]. Sono i giorni odierni.

***

Dunque il buon pastore deve stimolare non solo all’amore per la virtù, ma anche all’odio per il peccato e per il vizio. Ci sono dei pastori buonisti i quali parlano sempre sdolcinatamente di “amore” a proposito e a sproposito e sembra a loro che il parlare di “odio” sia sconveniente o contrario alla carità. Si tratta di un equivoco gravissimo. Già Santa Caterina da Siena, della cui carità non si può dubitare, fine psicologa, donna di buon senso e testimone di quella che è la più elementare convinzione della coscienza morale naturale, diceva: “Quanto più si ama il bene, tanto più si odia il male”. E si noti bene: il male, non il malvagio, il quale di per sè è una creatura, per salvare la quale Cristo ha dato il suo sangue. Ma proprio per amore del peccatore si deve odiare il suo peccato e lo stesso peccatore dev’essere esortato ed aiutato ad abbandonarlo, così come è per amore del malato che il medico combatte la malattia.

Non bastano dunque nel pastore e nell’educatore le lodi del bene, se egli non crea nel discepolo un’opposizione decisa e forte al peccato mostrando tutta la sua bruttezza ed odiosità; e se in special modo non gli indica qual è la via per correggersi, pena la perdizione eterna; altrimenti finisce per creare delle personalità doppie, degli smidollati, degli opportunisti e degli schizofrenici, che apprezzano sì il bene moderatamente, per convenienza, ma, sempre per convenienza, non respingono neppure il male, vedendolo non come una cosa proibita, ma semplicemente diversa, utile all’occasione, così da tenerlo per così dire “in riserva” e metterlo quasi alla pari del bene e in compagnia del bene. Sta qui una certa falsa forma di pluralismo e di rispetto per le scelte altrui, che si risolve nell’astensionismo di chi badando solo ai propri interessi se ne infischia dei mali e delle disgrazie altrui con la scusa di lasciarli liberi.

Occorre, allora, più in radice, ricordare che cosa è il peccato. Noi confessori tocchiamo con mano nella pratica del confessionale come spesso chi si confessa non si sa confessare, perché ha idee sbagliate sul peccato o non sa che cosa è o nega di aver commesso peccati, sicché spesso il primo approccio col penitente richiede una previa paziente catechesi sulla confessione, solo al termine della quale il penitente è in grado di dire che peccati ha fatto. Capita che a tutta prima il penitente si meravigli, si irriti o non capisca, come se udisse cose strane e mai sentite; ma con la pazienza e la carità il confessore, magari dopo un lungo colloquio introduttivo, riesce a condurlo alle condizioni adatte per fare una buona confessione. Come esistono le catechesi prematrimoniali, così sono utili le catechesi introduttive al sacramento della confessione, magari anche in penitenti di sessanta o settant’anni, “cattolici” fin da bambini, ma abituati male.

Si aggiunga la particolare difficoltà dei peccati nel sesso, dove non c’è solo da vincere una passione frequente, irruente, insidiosa e molto attraente, spesso orpellata di scintillanti colori, ma più a monte c’è da tener presente il fatto che il peccato sessuale non ha a tutta prima l’apparenza del male, ma al contrario sembra un bene e una cosa del tutto naturale: un atto legato alla vita, alla gioventù, al piacere, all’amore, alla bellezza, come fa ad essere un male, una cattiva azione? Occorre quindi mostrare la realtà al di là dell’apparenza, far ragionare e spiegare il perché è un peccato, giacché, come è noto, l’etica sessuale è sostanzialmente dettata dalla legge naturale, prima che essere precetto del Vangelo o della Chiesa. Per questo, solo che il soggetto sia influenzato da concezioni fenomeniste, emotiviste, esistenzialiste, empiriste, freudiane, edoniste o irrazionaliste o falsamente mistiche, oggi diffusissime, farà un’enorme fatica a capire i motivi e le ragioni dell’etica sessuale. Dunque i vescovi dovrebbero correggere anche queste idee. Ma cosa fanno?

***

I vescovi quindi dovrebbero ricordare perché tutte le deviazioni sessuali e i peccati contro la famiglia sono peccati, ed infine, come è sempre usato nella tradizione educativa o pastorale cattolica, dovrebbero ricordare almeno i mezzi principali naturali e soprannaturali, per evitare il peccato, non escluso l’aiuto efficace, che può venire da un sano timor di Dio. È invece troppo diffusa una falsa concezione della divina misericordia, per la quale ognuno potrebbe seguire tranquillamente le proprie voglie nella illusoria sicurezza di salvarsi, presunzione di origine luterana giustamente a suo tempo condannata dal Concilio di Trento.

A parte i pastori buonisti che trattano duramente e spaventano i pochi buoni, che però sono timidi, i pastori di oggi si astengono troppo dal rimprovero e dalla correzione. Io condivido in pieno il famoso detto di quella grande guida spirituale che fu San Francesco di Sales: “per correggere il peccatore è meglio un cucchiaino di miele che un barile di aceto”; tuttavia il grande maestro, penso, sarà d’accordo con me anche se capovolgo il suo detto in questo senso: “è meglio un cucchiaino di medicina amara, dato con amore, che mille parole dolci ma adulatorie, che lasciano il malato nelle condizioni di malato, dandogli magari l’illusione di star bene e di essere semplicemente un “diverso”.

I vescovi parlano opportunamente di “famiglie ferite”. Ora però, dove c’è un ferito, di solito c’è anche il feritore. È giusto dunque aver compassione e misericordia per il ferito, ma per il feritore o contro il feritore occorre giustizia e forse anche severità. Si parla di “sfide” alla famiglia; d’accordo, ma ricordiamoci che in campo morale lo sfidante è un peccatore che vuole indurci al peccato.

Si parla di “sofferenze” e “ingiustizie subìte”. Va bene, ma ricordiamoci il peccato di chi fa soffrire gli altri o commette ingiustizie. Se una povera moglie soffre perché il marito l’ha tradita, ciò avviene perché il marito ha peccato contro di lei. Misericordia verso la moglie, ma giustizia verso il marito. E dunque non bisognerà tener conto anche di tutte queste cose?

Si ha l’impressione che i vescovi, quando si avvicinano nel loro discorso al tema del peccato, si fermino con una specie di puritano ritegno. Questo non va bene. È qui che si nota una carenza, che sconfina nell’ipocrisia o nella paura di toccare i potenti. Che misericordia è quella che non difende i deboli dai prepotenti, ma considera questi semplicemente dei “diversi”, liberi di continuare la loro vita? Non sarebbe, questa, una beffa atroce per i poveri oppressi e perseguitati? Le sanzioni penali usano ancora nella Chiesa. Il problema è quello di usarle con giustizia. Se ne fanno uso i modernisti e i buonisti, si salvi chi può.

Ci auguriamo pertanto che il documento dei vescovi, ricco di molti spunti positivi ed incoraggianti, venga però completato da queste note e da questi avvertimenti. Diversamente spetterà al Santo Padre operare gli opportuni interventi, al fine di garantire a questo sinodo il vero raggiungimento del suo fine di incrementare ulteriormente cum Petro e sub Petro i valori della famiglia, e di affrontare e risolvere i problemi ad essa connessi.

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