La “Evangelii gaudium” del papa emerito Benedetto

31 ottobre 2014 04:04 15 comments

Ratzinger ha rotto un’altra volta il silenzio. Per avvertire che un dialogo che rinunci alla verità “è letale” per la propagazione della fede cristiana. E quindi anche per la diffusione di quella “gioia del Vangelo” che è nel programma di papa Francesco

Di Sandro Magister

chiesa.espresso.repubblica.it

ROMA, 28 ottobre 2014 – “Lui è discreto, umile, non vuole disturbare”, ha detto papa Francesco del suo predecessore. “Lo sento come se avessi il nonno a casa, per la saggezza. Mi fa bene ascoltarlo. E anche mi incoraggia molto”.

Talvolta il papa emerito Benedetto XVI – dalla sua dimora “di monaco in clausura”, come ama dire – invia al papa regnante degli appunti scritti, per offrirgli e chiedergli un’opinione. È avvenuto così, ad esempio, dopo la pubblicazione dell’intervista di Francesco a “La Civiltà Cattolica” del settembre 2013. Non si sa che cosa Joseph Ratzinger abbia scritto in quelle sue quattro pagine di commento. Tra i due papi, il regnante e l’emerito, vige il segreto.

Alcune volte, però, Benedetto XVI rompe il silenzio e dice in pubblico ciò che pensa, con la chiarezza e la libertà che gli è propria, senza temere di muoversi controcorrente.

Lo ha fatto, ad esempio, lo scorso mese di marzo, in un libro a più voci su Giovanni Paolo II. Nel quale ha messo in evidenza ciò che di quel pontificato “è doveroso studiare a assimilare” anche oggi, in particolare l’enciclica “Veritatis splendor” del 1993 sui problemi morali e la dichiarazione “Dominus Iesus” del 2000 sugli “elementi irrinunciabili della fede cattolica”, cioè i documenti chiave più trascurati e vituperati di quel pontificato.

Nei giorni scorsi, poi, Benedetto XVI è intervenuto ancora in tre occasioni, con altrettanti suoi scritti.
Due molto brevi e in forma di lettera. Il terzo più esteso e in forma di messaggio.

***

Il primo, in data 10 ottobre, è una lettera al Comitato Internazionale “Summorum Pontificum”, in procinto di tenere a Roma un incontro comprendente la celebrazione di messe in rito antico da parte dei cardinali Raymond L. Burke, Walter Brandmüller e George Pell:

> The Message

In essa, Ratzinger si dice “felice” che il rito antico “vive adesso in una piena pace della Chiesa, anche presso i giovani, appoggiato e celebrato da grandi cardinali”.

Definendo “grande”, quindi, anche quel cardinale Burke al quale papa Francesco nega sia un ruolo in curia sia la guida di una diocesi.

***

Il secondo testo, in data 4 agosto ma reso pubblico il 23 ottobre, è una lettera alla Fondazione Vaticana Joseph Ratzinger-Benedetto XVI, in occasione di un convegno da essa organizzato in Colombia, a Medellin, sul tema “Il rispetto per la vita, cammino per la pace”:

> I saluti

Nella lettera, il papa emerito indica come fondamento per la pace proprio “il rispetto incondizionato della vita dell’uomo, creato secondo l’immagine di Dio e così dotato con una dignità assoluta”. Per cui “il tema della pace e il tema del rispetto per la vita umana sono legati alla fede nel Dio creatore come la vera garanzia della nostra dignità”.

***

Il terzo intervento, infine, ha preso spunto dalla decisione della Pontificia Università Urbaniana di dedicare a Benedetto XVI l’aula magna.

La cerimonia si è svolta il 21 ottobre e in essa è stata data lettura del messaggio scritto da Ratzinger per l’occasione.

Curiosamente, però, sul sito web dell’Urbaniana il messaggio non è apparso e “L’Osservatore Romano” ne ha dato solo una sommaria notizia. A renderne pubblico il testo integrale in italiano è stata, il 23 ottobre, l’agenzia cattolica austriaca Kath.Net, col permesso dell’autore:

> La verità della religione e la vera religione

L’Urbaniana è l’università missionaria per eccellenza, legata alla congregazione per l’evangelizzazione dei popoli.

E il papa emerito prende spunto proprio da questo per reagire ai dubbi che oggi minacciano l’idea stessa della missione “ad gentes”, alla quale molti vorrebbero sostituire un dialogo paritario tra le religioni, in vista di “una comune forza di pace”.

Ma facendo ciò – scrive Ratzinger – si accantona “la verità che in origine mosse i cristiani” a predicare il Vangelo fino ai confini della terra:
“Si presuppone che l’autentica verità su Dio, in ultima analisi, sia irraggiungibile e che tutt’al più si possa rendere presente ciò che è ineffabile solo con una varietà di simboli. Questa rinuncia alla verità sembra realistica e utile alla pace fra le religioni nel mondo. E tuttavia essa è letale per la fede. Infatti, la fede perde il suo carattere vincolante e la sua serietà, se tutto si riduce a simboli in fondo interscambiabili, capaci di rimandare solo da lontano all’inaccessibile mistero del divino”.

Il papa emerito non la cita esplicitamente, ma anche qui ricompare sullo sfondo il rimando alla “Dominus Iesus”, la dichiarazione contro la quale si scatenarono critiche non solo da fuori della Chiesa cattolica ma anche da parte di alti esponenti della gerarchia come il cardinale Edward Cassidy, all’epoca presidente del pontificio consiglio per l’unità dei cristiani, e il suo successore Walter Kasper, oggi divenuto il teologo di riferimento di papa Francesco.

Nel leggere questo testo di Benedetto XVI, è difficile non pensare a quella battuta di Bergoglio contro il proselitismo, da lui liquidato come “solenne sciocchezza”, nel primo suo colloquio con l’ateo Eugenio Scalfari. Ma nel linguaggio di Francesco, si sa, il proselitismo è una falsificazione della missione cristiana autentica, quella “per attrazione”, che invece è indubitabilmente nel cuore del suo pontificato, come anche del suo predecessore.

Anzi, se appena si voglia leggere con sguardo libero questo avvincente messaggio ratzingeriano, in esso si troverebbe non un’opposizione ma un’adesione – sia pure motivata in forme originali – al programma del pontificato di Francesco, alla sua visione di Chiesa “in uscita”.

“Chi ha ricevuto una grande gioia non può tenerla semplicemente per sé, deve trasmetterla”, scrive Ratzinger. E ancora:

“Annunciamo Gesù Cristo non per procurare alla nostra comunità quanti più membri possibile; e tanto meno per il potere. Parliamo di Lui perché sentiamo di dover trasmettere quella gioia che ci è stata donata”.

È la “Evangelii gaudium” di papa Francesco chiosata dal suo predecessore. Dove la gioia fa tutt’uno con l’amore e in definitiva con la verità:

«“Abbiamo conosciuto e creduto l’amore” (1 Gv 4, 16): questa frase esprime l’autentica natura del cristianesimo. L’amore, che si realizza e si rispecchia in modo multiforme nei santi di tutti i tempi, è l’autentica prova della verità del cristianesimo».

Così termina il messaggio di Benedetto XVI.

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