Le lenti del cardinale, del sociologo, dei giornalisti

27 novembre 2014 08:49 21 comments

Tutte puntate su Francesco. Per capire chi è e dove vuole andare. Nella Chiesa, a tutti i livelli, le critiche al papa non si tacciono più. Si dicono apertamente. Tra i porporati, il più esplicito è Francis George

Di Sandro Magister

chiesa.espresso.repubblica.it

ROMA, 26 novembre 2014 – Il burrascoso sinodo di ottobre sulla famiglia, la nomina del nuovo arcivescovo di Chicago e la degradazione del cardinale Raymond L. Burke hanno segnato un tornante nel pontificato di papa Francesco.

I disagi, i dubbi, i giudizi critici emergono sempre più alla luce del sole e si fanno ogni giorno più espliciti e motivati.

A tutti i livelli del “popolo di Dio”. Tra i cardinali, tra i sociologi della religione, tra i giornalisti specializzati in cose vaticane.

Quelle che seguono sono tre testimonianze del nuovo clima.
__________

1. IL CARDINALE

Francis George non è un cardinale qualsiasi. Arcivescovo di Chicago fino a poche settimane fa e presidente della conferenza episcopale degli Stati Uniti dal 2007 al 2010, è colui che ha iniziato e guidato il nuovo corso della Chiesa cattolica americana durante il pontificato di Benedetto XVI, in perfetta sintonia con lui.

Insediando come suo successore a Chicago un vescovo di profilo opposto, Blase J. Cupich, papa Francesco ha espresso un inequivocabile segnale di disaccordo con la linea della conferenza episcopale.
La quale ha però a sua volta confermato di non voler recedere dal percorso intrapreso.

Infatti, nell’eleggere i propri quattro rappresentanti alla seconda tornata del sinodo sulla famiglia, ha concentrato i voti, oltre che su Joseph Kurtz e Daniel DiNardo, presidente e vicepresidente della conferenza episcopale, su Charles Chaput, arcivescovo di Philadelphia, e José Gomez, arcivescovo di Los Angeles, cioè proprio su due esponenti di punta della corrente ratzingeriana.

Cupich è risultato il primo dei non eletti, seguito comunque a ruota da un altro ratzingeriano dei più risoluti, Salvatore Cordileone, arcivescovo di San Francisco.

È in questo contesto che il cardinale George ha dato a metà novembre un’intervista a tutto campo al vaticanista John Allen del “Bostin Globe”, nella quale ha esplicitato come mai prima le sue riserve su papa Francesco.

Eccone i passaggi chiave.

***

“HA CREATO DELLE ASPETTATIVE CHE NON PUÒ SODDISFARE”

di Francis George

Posso capire l’ansia di certe persone. A un primo sguardo non ravvicinato, ti può sembrare che Francesco metta in discussione l’insegnamento dottrinale consolidato. Ma se guardi di nuovo, soprattutto quando ascolti le sue omelie, vedi che non è così. Molto spesso, quando lui dice certe cose, la sua intenzione è di entrare nel contesto pastorale di qualcuno che si trova preso, per così dire, in una trappola. Forse questa sua simpatia la esprime in un modo che induce la gente a chiedersi se egli sostenga ancora la dottrina. Non ho nessun motivo di credere che non lo faccia. […]

Si pone allora la domanda: perché Francesco non chiarisce queste cose lui stesso? Perché è necessario che gli apologeti sopportino il peso di dover fare ogni volta buon viso? Si rende conto delle conseguenze di alcune sue affermazioni, o anche di alcune sue azioni? Si rende conto delle ripercussioni? Forse no. Io non so se lui è consapevole di tutte le conseguenze di quelle parole e di quei gesti che sollevano tali dubbi nella mente delle persone.

Questa è una delle cose che mi piacerebbe avere la possibilità di domandargli, se mi capitasse di essere lì da lui: “Si rende conto di ciò che è successo solo con quella frase ‘Chi sono io per giudicare?’, di come è stata usata e abusata?”. Essa è stata davvero abusata, perché lui stava parlando della situazione di qualcuno che aveva già chiesto pietà e ricevuto l’assoluzione, di qualcuno da lui ben conosciuto. È una cosa completamente diversa dal parlare di qualcuno che pretende di essere approvato senza chiedere perdono. È costantemente abusata, quella frase.

Ha creato delle aspettative attorno a lui che egli non può assolutamente soddisfare. Questo è ciò che mi preoccupa. A un certo punto, coloro che lo hanno dipinto come una pedina nei loro scenari sui cambiamenti nella Chiesa scopriranno che lui non è quello che credono. Che non va in quella direzione. E allora forse diventerà il bersaglio non solo di una delusione, ma anche di un’opposizione che potrebbe essere dannosa per l’efficacia del suo magistero. […]

Personalmente, trovo interessante che questo papa citi quel romanzo: “Il padrone del mondo”. È una cosa che vorrei domandargli: “Come fa a mettere assieme quello che lei fa con quello che lei dice che sia l’interpretazione ermeneutica del suo ministero, cioè questa visione escatologica secondo cui l’Anticristo è in mezzo a noi? È questo che lei crede?”. Mi piacerebbe fare questa domanda al Santo Padre. In un certo senso, ciò potrebbe forse spiegare perché egli sembra avere tanta fretta. […] Che cosa crede il papa circa la fine dei tempi? […]

Io non lo conoscevo bene prima della sua elezione. Ho saputo di lui tramite i vescovi brasiliani, che lo conoscevano di più, e a loro ho fatto molte domande. […] Non sono andato a trovarlo da quando è stato eletto. […] Papa Francesco non lo conosco abbastanza. Certamente lo rispetto come papa, ma mi manca ancora una comprensione di che cosa intenda fare.

***

Il testo integrale dell’intervista del cardinale George:

> Chicago’s exiting Cardinal: “The Church…”
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2. IL SOCIOLOGO

Luca Diotallevi insegna sociologia all’Università degli Studi “Roma Tre”. Ma è anche da anni il sociologo di riferimento della conferenza episcopale italiana. È stato relatore al convegno ecclesiale nazionale di Verona del 2006, con papa Joseph Ratzinger e con il cardinale Camillo Ruini, ed è vicepresidente del comitato scientifico e organizzatore delle Settimane sociali dei cattolici italiani.

Lo scorso 12 novembre ha tenuto una relazione all’assemblea generale della CEI, riunita ad Assisi, sul tema: “Le trasformazioni in corso nel clero cattolico. Un contributo sociologico in riferimento al caso italiano”.

Ebbene, nella parte finale della sua relazione, il professor Diotallevi ha richiamato l’attenzione dei vescovi sul mutamento in corso nel cattolicesimo, non solo italiano, verso una forma di religione “a bassa intensità”.

Una religione, cioè, che “guadagna in visibilità e perde in rilevanza”.

Tra i vescovi presenti, c’è chi vi ha visto un riferimento implicito al “successo” di papa Francesco.

In questa stessa assemblea i vescovi italiani hanno sonoramente bocciato, nell’eleggere uno dei tre loro vicepresidenti, il candidato prediletto dal papa, l’arcivescovo e teologo Bruno Forte, segretario speciale di nomina pontificia dei due sinodi sulla famiglia. Forte ha rimediato 60 voti contro i 140 andati all’eletto, il vescovo di Fiesole Mario Meini.

Ecco qui di seguito un passaggio della relazione di Diotallevi.

***

VERSO UN CATTOLICESIMO “A BASSA INTENSITÀ”

di Luca Diotallevi

Quello in corso non è un momento di declino della religione e di laicizzazione, è al contrario un momento di “religious booming”.

La fase presente di boom religioso si costruisce sulla crisi di quel cristianesimo confessionalizzato che si è affermato a partire dal XVII secolo come elemento di supporto al primato della politica sulla società, in forma di Stato.

Alcune correnti della variante cattolico romana del cristianesimo risultano sulla carta meno coinvolte da questa crisi e possono interpretarla come ricca di opportunità. Tuttavia, se tra i candidati alla guida di questo boom religioso vi è il cattolicesimo romano, tra questi vi è anche la “low intensity religion”, la religione a bassa intensità.

Il grande vantaggio di questa opzione consiste nel fatto che concede al consumatore religioso una pressocché infinita capacità di scelta e di ricombinazione tra beni e servizi posti sul mercato dai più diversi attori della offerta religiosa.

La religione a bassa intensità offre poi grandi chance anche alle autorità religiose. Se queste sanno abbassare le proprie pretese normative, sono ad esse garantiti un grande futuro e una discreta ribalta come imprenditori religiosi.

In questa competizione i nuovi attori dell’offerta religiosa – dai pentecostali e carismatici alla New Age – hanno buone carte da giocare: una estrema flessibilità, una grande indulgenza nei confronti della espressività.

Ma anche gli attori religiosi tradizionali hanno notevoli risorse a disposizione: un “brand” consolidato, un’enorme riserva di simboli e riti, una grande conoscenza dei mercati locali. Certo, a patto di liberarsi dai “vecchi” scrupoli della ortodossia e della ortoprassi; a patto che accettino di avere meno rilevanza per avere maggiore visibilità.

Anche all’interno del cattolicesimo molti attori religiosi hanno adottato e stanno adottando le forme di una religione a bassa intensità.

Non è un caso che in questa temperie per la Chiesa cattolica diventi un problema il sacramento del matrimonio. Esso è letteralmente inconcepibile in una prospettiva di religione a bassa intensità, la quale invece riserva un’attenzione grande ma generica al benessere della famiglia.

Considerare attentamente i tratti del boom religioso attualmente in atto è indispensabile per comprendere il significato di processi e di crisi come quelle che interessano il clero cattolico. In larga parte, questi processi e queste crisi sono espressione del tentativo di assimilare il cattolicesimo a una religione a bassa intensità.

E molta lucidità serve anche per astenersi dal ricorrere a soluzioni oggi sotto i riflettori, come quelle che vorrebbero l’ordinazione presbiterale non più limitata ai maschi celibi. Le tradizioni cristiane che ordinano uomini sposati e magari anche donne, e che dunque dispongono in proporzione di maggiori quantità di clero, si trovano di fronte esattamente agli stessi problemi e spesso in forme decisamente più acute.

***

Il testo integrale della relazione del professor Diotallevi uscirà sul prossimo numero della “Rivista del Clero”.

E una sua analisi più elaborata del fenomeno della religione a bassa intensità è in questo volume di autori vari edito dalla facoltà teologica di Milano:

“Una fede per tutti? Forma cristiana e forma secolare”, Glossa, Milano, 2014.
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3. I GIORNALISTI

Aldo Maria Valli è il numero uno dei vaticanisti in servizio alla RAI, la televisione italiana di Stato. E Rodolfo Lorenzoni lavora anche lui in RAI, per un certo periodo in RAI-Vaticano.

Sono entrambi cattolici ferventi. Ma non la pensano allo stesso modo. Valli si sente molto in sintonia con papa Francesco. Lorenzoni è più critico.

E hanno deciso di mettere le loro posizioni a confronto in un libro dal titolo: “Viva il papa? La Chiesa, la fede, i cattolici. Un dialogo a viso aperto”.

Nell’alluvione di libri e di opuscoli apologetici che accompagnano il pontificato di Francesco, questo di Valli e Lorenzoni si distingue per obiettività.

Qui di seguito ne è riportato un passaggio. Nel quale i due vaticanisti attribuiscono buona parte dell’incomprensione che pesa sul papa al ritratto che ne danno i media.

Ma poi entrambi convengono nel riconoscere anche nello stesso Francesco l’origine di questa incomprensione.

Lorenzoni lo dice chiaro: “Francamente io non ho ancora capito chi sia quest’uomo e dove intenda portare la Chiesa di Cristo”.

Ma anche Valli è dubbioso: “Sinceramente non so se questa strategia di Francesco stia dando frutti”.

A loro la parola.

*

MA FRANCESCO CHI È?

di Aldo Martia Valli e Rodolfo Lorenzoni

VALLI

A dispetto di chi pro domo sua lo dipinge come “progressista”, papa Francesco non perde occasione di parlare della morte, dell’aldilà, di inferno e paradiso. E lo fa a viso aperto. Ti risulta che queste espressioni di Francesco siano state molto pubblicizzate? A me no. E si può capire. Il fenomeno Francesco va bene finché è funzionale al soggettivismo dilagante. Quando invece va controcorrente, scatta la censura.

Forse ci voleva proprio un gesuita sudamericano perché i novissimi, le realtà ultime, fossero tirate fuori dalla soffitta in cui erano state relegate. In Europa, infatti, per troppo tempo la Chiesa se n’è quasi vergognata. Ma resta la domanda: quanto è conosciuto questo Francesco escatologico, questo papa che parla disinvoltamente dell’inferno come di esclusione dall’abbraccio di Dio e non teme per nulla di raccomandare la purificazione come condizione per accedere al paradiso?

La risposta è facile: è conosciuto poco o nulla, perché c’è chi ha interesse a farci conoscere un solo Francesco, quello apparentemente più “à la page”, quello politicamente corretto.

LORENZONI

È curioso, infatti, che i mass media e Francesco siano convolati a nozze non appena Bergoglio è uscito sulla loggia di piazza San Pietro pronunciando il suo “buonasera”. A parte il fatto che mi sarei aspettato di sentire da lui “Il Signore sia con voi”, nel momento stesso in cui ho udito quel saluto ho subito intuito la mala parata. Ho cioè presagito i fraintendimenti, le omissioni, gli stravolgimenti, i conformismi, le superficialità cui ci avrebbero incessantemente sottoposto i mezzi di comunicazione pur di esaltare un certo tipo di papa a scapito di un altro. Pur di darci la “figurina” piuttosto che la sostanza.

E, infatti, sono puntualmente arrivati i titoli facili a tutta pagina, gli slogan lanciati e ripetuti su ogni sito web, le insistite richieste da parte di caporedattori e direttori di privilegiare la frase o il gesto a effetto, quelli che si fissano negli occhi e nella testa dello spettatore e gli impediscono di cambiare canale.

L’operazione è riuscita brillantemente, devo dire. Si tratterebbe, però, di andare più a fondo nell’analisi, anzitutto sotto il profilo scientifico della teoria della comunicazione di massa, della sociologia, della tecnica dell’informazione.

Ma poi, e direi soprattutto, mi piacerebbe conoscerlo veramente, Francesco. Perché da giornalista e da cattolico, da persona che cerca di seguire con attenzione la Chiesa e il papa, francamente io non ho ancora capito chi sia quest’uomo e dove intenda portare la Chiesa di Cristo.

VALLI

Tu poni una domanda cruciale: chi è veramente Francesco? A dispetto delle migliaia di pagine scritte su di lui, forse non lo sappiamo ancora. Però Jorge Mario Bergoglio, specie attraverso alcune interviste, ha disseminato qua e là indizi che possono aiutarci a dare una risposta.

Durante il volo di ritorno dal Brasile, nel luglio 2013, quando una giornalista lo ha incalzato facendogli notare che certi temi, come l’aborto e le unioni omosessuali, suscitano molto interesse tra i giovani e quindi sarebbe stato il caso di affrontarli, Francesco ha detto: “Sì, ma non era necessario parlare di questo, bensì delle cose positive che aprono il cammino dei ragazzi. Inoltre i giovani sanno perfettamente qual è la posizione della Chiesa”.

Ecco, quello di Francesco è non tanto un cambio di contenuti quanto di metodo. Invece di puntare sulle norme, preferisce proporre, in positivo, la bellezza dell’avventura cristiana. Invece di mettere al primo posto la “didaché”, l’insegnamento dottrinale, ha scelto di privilegiare il “kèrygma”, l’evangelo in senso letterale: la buona notizia.

L’aspetto dottrinale non è del tutto assente, ma si è spostato. Anziché essere centrato su quelli che Benedetto XVI definì i valori non negoziabili – vita, famiglia, educazione – punta sulla “corruzione”, espressione con la quale Francesco intende non solo il mettersi al servizio dell’idolo denaro, ma anche, anzi, prima di tutto, il non riconoscere la signoria di Dio e la necessità di ricorrere alla sua misericordia.

Karl Rahner disse una volta che il cristiano di domani o sarà mistico o non sarà. Francesco si è inserito in questa linea. Ben consapevole del fatto che la nostra società non è più cristiana, ritiene che gli uomini e le donne del nostro tempo possano tornare alla fede solo in virtù di un incontro personale e intimo con Gesù. Un incontro che molto spesso avviene nel momento della malattia, della solitudine, della povertà e che non si gioca tanto sul piano delle idee, ma su quello dei sentimenti, non nel cervello, ma nel cuore.

Sotto questo aspetto il pontificato di Francesco ha più di un’affinità con i movimenti evangelici tanto diffusi in America Latina.

Ora io sinceramente non so se questa strategia di Francesco stia dando frutti. Le piazze piene e le folle acclamanti stanno a significare che il papa ha raggiunto il suo scopo oppure sono fenomeni indotti da una certa esaltazione collettiva? Forse l’una e l’altra cosa insieme.

Il Vangelo, per essere donato con efficacia, ha bisogno di strumenti, e nel caso di Francesco il primo strumento è lui stesso. Lo è anche con i suoi buongiorno, buonasera e buon pranzo, con i suoi discorsi brevi ma ricchi di immagini che restano impresse, con la sua saggezza popolare che sa un po’ d’altri tempi ma riesce a coinvolgere.

Dove porterà la Chiesa, lo staremo a vedere.

*

Il libro:

A.M. Valli, R. Lorenzoni, “Viva il papa? La Chiesa, la fede, i cattolici. Un dialogo a viso aperto”, Cantagalli, Siena, 2014.

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