Il Concilio e la fede ferita dal ’68

30 novembre 2014 07:52 18 comments

Di Peter Henrici

26 novembre 2014

avvenire.it

Anticipiazione di ampi stralci della lectio magistralis di monsignor Peter Henrici, vescovo ausiliare emerito di Coira, tenuta a Milano alla Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale per l’inaugurazione dell’anno accademico 2014-2015.

Il mezzo secolo teologico che precedeva il Vaticano II, era caratterizzato, oltre che dalla tensione tra modernismo e anti modernismo, da tre movimenti che ebbero larga risonanza sulla pietà del popolo di Dio: il movimento liturgico, il movimento biblico e un rinnovato senso della Chiesa.

Pio XII aveva sancito e persino promosso questi movimenti con le sue tre grandi encicliche Mystici corporis, Divino afflante Spiritu e Mediator Dei, encicliche che andavano a prefigurare le tre Costituzioni dogmatiche del Vaticano II.

Fu dunque un dinamismo spirituale, nato spontaneamente nel popolo di Dio e sostenuto dal Papa, a preparare l’evento del Concilio.
Tanto più che questo dinamismo ebbe la sua risonanza in una teologia che, rinnovandosi, proclamava il «ritorno alle fonti». Lo stesso dinamismo può spiegare anche l’ondata di attese e di speranze che accolse l’annuncio del Concilio e che ha accompagnato buona parte del suo svolgimento.

A ciò occorre aggiungere che l’evento conciliare si svolse nella prima metà degli anni ’60, periodo che si autodefiniva “decennio dello sviluppo”, distinguendosi per un’ottimistica fiducia nel progresso. Un’eco di tale ottimismo, di per sé puramente secolare, si può percepire in alcuni documenti conciliari e nella loro prima ricezione. Della Costituzione pastorale Gaudium et spes, in particolare, si dimenticava volentieri che alle parole del suo titolo aggiunge immediatamente “timor e angor”. Vi si vedeva una quasi canonizzazione della visione teilhardiana della storia, che si credeva essere altrettanto ottimistica. Tanto che un Karl Barth nella sua visita postconciliare Ad limina Apostolorum poteva rimproverare ai Padri conciliari di aver dimenticato il Giudizio universale.

A questo clima di diffuso e fiducioso ottimismo, non mancava però uno sfondo contrastante. Gli anni ’60 furono anche l’epoca di guerra fredda, la cui testimonianza i vescovi dell’Est europeo portavano nell’aula conciliare. Furono gli anni della disfatta americana nella guerra del Vietnam, della resistenza interna a tale guerra e l’inizio dell’epoca della droga. Sono le tensioni che di lì a poco avrebbero fatto scoppiare la rivoluzione culturale del famigerato ’68. Questa rivoluzione, scoppiata appena tre anni dopo la conclusione del Concilio, condizionò profondamente la ricezione del Concilio: condizionamento che si fa sentire fino ai nostri giorni. Perciò occorre esaminare quella rivoluzione le sue conseguenze un po’ più da vicino.

***

Prima di tutto non fu una rivoluzione economico-sociale nel senso classico marxiano, bensì una rivoluzione culturale. Nondimeno anche essa si rifaceva a Karl Marx, però non al Marx della maturità, bensì al giovane Marx come lo interpretavano i così detti neomarxisti. Al suo origine stavano tre bestsellers: La Dialettica dell’Illuminismo di Horkheimer-Adorno, L’uomo a una dimensione di Herbert Marcuse, nonché il Libretto rosso di Mao-tse-tung.

Erano opere che criticavano l’ottimismo e i misfatti della società capitalista non tanto dal punto di vista socio-economico quanto da quello antropologico-culturale. Fu dunque una rivoluzione di intellettuali e soprattutto di giovani intellettuali, una rivoluzione studentesca, non della classe proletaria, tanto che gli operai si rifiutarono dapprima di aderire a questo movimento. Ora, tra quei giovani rivoluzionari si trovavano, almeno in Italia, in Francia e in Svizzera, non pochi cattolici militanti che, animati dal dinamismo conciliare, vedevano nella rivoluzione un passo verso un futuro tale quale il Concilio lo aveva prefigurato. Sognavano, con i neomarxisti, di una nuova società, non più alienata e alienante, ma costruita, sul modello di Rousseau, da un uomo nuovo, spontaneamente comunitario.

Quest’uomo nuovo, a sua volta, doveva essere prodotto da una nuova pedagogia, non direttiva, ma anti-autoritaria, che si ispirava al modello proposto da Alexander S. Neill nella scuola di Summerhill. Neill da parte sua si era ispirato alla “rivoluzione sessuale”’, che lo psicanalista americano Wilhelm Reich aveva proclamato nel suo La Funzione dell’orgasmo: un altro bestseller di quelli anni. Per promuovere tale pedagogia, si confezionò una versione del Libretto rosso ad usum delphini, cioè per gli scolari, distribuito dai maestri nelle scuole. Già queste poche pennellate possono far capire quanto profondamente la rivoluzione del ’68 doveva incidere sulla vita della Chiesa e sulla ricezione del Concilio.

Prima di tutto condusse quasi due generazioni di cattolici (i sessantottini e i fanciulli da loro educati) in una lontananza ideologica e poi in un’ignoranza quasi totale non solo della dottrina della Chiesa, ma anche di ogni pratica religiosa. Non è da stupirsi che una maggioranza dei giovani di allora, che sono i genitori e i nonni di adesso, non siano stati e non sono ancora capaci di educare i loro figli nella fede, pur essendo loro stessi ancora battezzati.

La Chiesa si è dunque trovata per quasi mezzo secolo con un grande numero dei suoi figli e figlie lontani da ogni prassi religiosa, anzi dalla stessa fede cristiana. Il che può spiegare almeno in parte la caduta quasi istantanea delle vocazioni sacerdotali e religiose poco dopo il Concilio. Soltanto negli ultimi anni, in una nuova generazione, la fede sembra poco a poco risvegliarsi. In questa tela di fondo della situazione dopo il ’68, occorre iscrivere due tratti particolari che riguardano l’immagine che ci si faceva della Chiesa e perciò anche l’interpretazione della Lumen gentium.

***

La rivoluzione del ’68 si era fatta, marxianamente, dal basso, dalla cosiddetta “base”, e perciò si andava a interpretare il “popolo di Dio” della Costituzione conciliare in un senso analogo. Invece di vedere costituita la Chiesa da una “comunione gerarchica”, come essa stessa si esplicò più tardi, vi si vedeva una specie di democrazia popolare di base. Onde i vari movimenti del “Noi siamo la Chiesa” con le loro aspirazioni a cambiare non poche cose anche fondamentali nella Chiesa, per renderle più conformi alla mentalità dei nostri tempi.

Tale tendenza o crisi fu rafforzata da un’infausta coincidenza. Poche settimane dopo il fatidico maggio ’68 fu pubblicata l’enciclica Humanae vitae di Papa Paolo VI, documento che doveva completare la dottrina conciliare sulla famiglia in un punto dolente nella vita di molti fedeli. Tanto dolente che i Padri conciliari avevano incaricato il Papa di risolvere il problema. Fu dunque un testo già di per sé difficile da recepire. Ora, riaffermando, a quanto pare, nient’altro che la dottrina tradizionale sul matrimonio, deludeva, almeno nelle nostre regioni, tante attese postconciliari, attese rafforzate dall’atmosfera di “rivoluzione sessuale” che stava imponendosi.

Una lettura completa e pacifica di quel testo ricco e a diversi strati diventava così quasi impossibile. E poiché si seppe o si supponeva che il Papa solo era responsabile della redazione definitiva del testo, contraria all’avviso di due commissioni preparatorie, l’autorità pontificia, per molti fedeli e non pochi sacerdoti, fu messa gravemente, per non dire definitivamente in crisi.

Da allora infatti, almeno a nord delle Alpi, i testi emanati dal Sommo Pontefice e dai suoi dicasteri non vengono più accettati come documenti del Magistero, ma tutt’al più come proposte da discutere. Ciò accade purtroppo già con il testo che mi pare essere il più importante del pontificato del beato Paolo VI, la Esortazione postsinodale Evangelii nuntiandi del 1975. In quel testo, di fatto, il Papa rispondeva alla rivoluzione culturale, ormai trapassata, introducendo il concetto di evangelizzazione della cultura.

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