‘O Re, un film per capire come hanno fatto l’Italia

3 dicembre 2014 16:21 6 comments

Di Rino Cammilleri

2 dicembre 2014

lanuovabq.it

Luigi Magni (1928-2013) è stato un regista che non esitava a definirsi catto-comunista. É già qualcosa, visto che i suoi colleghi italiani sono quasi tutti, come dice Gérard Depardieu, «comunisti con le case». La sua filmografia è sterminata ma è stato sempre attratto dal Risorgimento visto dall’osservatorio della Roma papalina. Certo, non ha mai avuto mano tenera con la Curia di quell’epoca e le sue simpatie sono sempre andate al “progresso”, cioè ai Piemontesi. Tuttavia, se si esclude Il brigante di Tacca di Lupo di Pietro Germi (uno dei pochi registi non di sinistra) con Amedeo Nazzari, l’epica di quel periodo ha avuto pochi riscontri cinematografici.

Il nostro, si sa, è un Paese che campa di miti (il Risorgimento, la Resistenza…) non avendo altro, e i Guardiani del Mito sono vigilantes insonni. Perciò, se vuoi portare la storia italiana al cinema, attenzione. Magni, comunque, non si è mai distaccato dalla vulgata ufficiale nei suoi In nome del Papa-Re, Arrivano i bersaglieri, In nome del popolo sovrano, Nell’Anno del Signore, perfino con State buoni se potete su san Filippo Neri (visto come “il prete dei poveri” in una Roma pontificia sentina di ogni corruzione). Tuttavia, a furia di studiare quei periodi deve aver finito non dico per cambiare idea, ma per scoprire che i vinti non erano solo e sempre chiàvica ‘e fetenzìa. Perciò, nel 1988 uscì ‘O Re, ambientato nel tempo in cui Francesco II delle Due Sicilie era in esilio a Roma. In questi giorni è uscita la versione restaurata in dvd, e secondo noi val la pena averla in scaffale. La ricostruzione storica è impeccabile, anche se una fiction non è un documentario e richiede invenzioni e dialoghi che intrattengano più che spiegare. Ma colpisce, nel film, il rispetto con cui vengono trattati i vinti e una conclusione che fa riflettere: la regina Maria Sofia, abbandonata ogni speranza di riconquista del regno, dice al marito «T’immagini se l’avessimo fatta noi l’unità d’Italia?».

Forse neanche a Magni sarà sfuggito che, in tal caso, forse questa disgraziata penisola si sarebbe risparmiata la plumbea cappa piemontese, l’accentramento giacobino, la spietata repressione del cosiddetto “brigantaggio”, l’emigrazione per fame di mezzo Meridione, la Grande Guerra e tutto quel che ne seguì. Magari sarebbe stata un’Italia solare e non tirannizzata dalla ristretta cricca subalpina che si autocooptava alla faccia di un popolo che non la voleva. Nel film, Giancarlo Giannini interpreta ‘o Re, visto, al solito, come Franceschiello, succube dell’ombra della defunta madre Maria Cristina di Savoia, morta nel darlo alla luce e oggi beatificata. Ornella Muti è Maria Sofia di Baviera, sorella della celebre Sissi, e Magni rende onore al vero carattere storico di questa giovane regina, impavida e risoluta.

Il film si svolge a Roma (Magni era “romano de Roma”) e descrive le ristrettezze economiche della coppia reale in esilio (la cassa del regno se l’era portava via Garibaldi), costretta a vendere l’argenteria per mangiare. Lei, indomita, sprona lui, bigotto e introverso. E fin qui la vulgata è rispettata. Ma ecco entrare in scena una figura storica mai portata sugli schermi, José Borjes, l’hidalgo catalano sceso in Italia per dare un comando unico alle bande partigiane che operavano nel Sud. L’impresa non gli riesce e lui finisce fucilato dai bersaglieri. Quel che colpisce è che il film lo tratta con grande rispetto: un vero eroe, cavalleresco e sfortunato, come realmente fu. Nel film Sofia ne è attratta, anche perché suo marito, come personalità, non può reggere al confronto. Ciò suscita una comprensibile gelosia in

Franceschiello, ma non ne ha motivo: la regina è consapevole del suo ruolo e a tradire il marito non ci pensa nemmeno.

Ed ecco un’altra sorpresa: quando, con la morte di Borjes, ogni speranza è perduta, ‘o Re si riscatta e ritrova tutta la sua spina dorsale. Non è più Franceschiello, ma Francesco II delle Due Sicilie, che non esita a far impiccare il traditore voltagabbana, un ex generale borbonico vendutosi ai Piemontesi, e si rammarica per non avere avuto la stessa spietatezza quando era ancora in tempo per salvare il suo regno. Già: con qualche esecuzione mirata Napoli sarebbe rimasta una delle capitali più importanti d’Europa, e non quello sfacelo a cui è ridotta oggi. Ma Francesco aveva il carattere della madre, non quello del padre Ferdinando. E soprattutto non aveva quello della moglie. Sembra di cogliere un certo rammarico anche in Magni, che era solito scrivere i soggetti e pure le sceneggiature delle sue opere.

Questo film è dunque un bel film, da rivedere e conservare, purtroppo penalizzato da una locandina macchiettistica più da “commedia all’italiana” che dramma.

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