Cristiada e il bisogno che qualcosa cominci

10 dicembre 2014 06:51 9 comments

Di Giovanni Marcotullio

9 dicembre 2014

La Croce

In Messico tra il 1926 e il 1929 sono stati uccisi 85.000 cattolici e voi non lo sapete. Nessuno lo sa. Un presidente anticlericale e massone mise fuorilegge la Chiesa, ne confiscò i beni, fece uccidere preti, donne e bambini cristiani. I cristiani combatterono in nome di Cristo Re e vinsero. La libertà di culto venne ristabilita. Questa storia è diventata un film di Hollywood ma la massoneria internazionale non l’ha fatto distribuire in Europa. Questo film è Cristiada. Di questo film finalmente doppiato in italiano e visibile in qualche sala oggi vi parlerò. Ma facciamo un passo indietro.

Intorno al 1910, mentre l’Europa si godeva gli ultimi raggi della belle époque – finché i fragili equilibri nazionali non fossero collassati nella Grande Guerra – il Messico cominciava a insorgere, con Francisco Madero, contro il regime instaurato per più di un trentennio da Porfirio Diaz: “giovane liberale invecchiato”, Diaz si era lentamente avvicinato alle gerarchie ecclesiastiche e agli Stati europei. Nel 1917 fu promulgata la Costituzione messicana, che trasformava i latifondi in comuni, prestava grande attenzione alla condizione operaia e recideva molti dei legami dello Stato col clero. I rovesciamenti continuarono, e fu di Plutarco Calles il merito di aver riunificato l’esercito e il governo. A questo punto, tra i vari provvedimenti, furono varate leggi fortemente restrittive nei confronti del clero e di tutta la Chiesa (dal solito tentativo di costituire una Chiesa nazionale fino alla pura e semplice proibizione del culto pubblico). Il popolo insorse. Gli insorti vennero detti “cristeros”.

L’anticlericalismo non era certo appannaggio di Calles: veniva allevato con cura nei circoli giacobini diffusi da più di un ventennio. Calles però portò a casa un risultato che altri neanche si sognavano, e un mese prima della firma della legge, il 28 maggio, se ne vide ricompensato con una medaglia al merito dal Maestro della Massoneria di Rito scozzese. Parlare di massoneria è sempre antipatico: non ne abbiamo i titoli e per di più le fonti (poche o tante che siano) sono spesso confuse, quasi mai verificabili. Questa volta è forse necessario farvi qualche cenno, speriamo solo per lo stretto indispensabile e rifuggendo ogni facile complottismo.

Come si potrebbe dimostrare, ad esempio, che “Cristiada”, la pellicola di Dean Wright dedicata alla memoria dell’insorgenza cristera, non abbia facilmente trovato produttori/distributori oltreoceano per le pressioni della massoneria? Sa di ridicolo; e certo che è strano…

O come immaginare una produzione che spende dodici milioni di dollari per un film, coinvolgendo mostri sacri dell’olimpo hollywoodiano (Andy Garcia, Peter O’Toole, Eva Longoria…), e si rassegna a vederne rientrare nove ai botteghini?

Morto Calles, gli unici poteri superstiti dagli anni dei fatti sono la Chiesa e la Massoneria. Sarà una coincidenza; e certo che è strano… E come mai un cast stellare diretto da chi ha curato gli effetti speciali de Il Signore degli Anelli e Titanic, circondato da una colonna sonora dell’autore di quella di Braveheart, è riuscito a produrre un film tanto mediocre (una stellina sola, su cinque!, dai critici de L’Espresso)? Sembra pazzesco; e certo…

Ma non si può vedere, questo film? Si può, sì: una nascente Produttrice cinematografica ha rotto gli indugi, ha fatto doppiare il film e da ottobre lo sta distribuendo nelle sale italiane. Dal 12 dicembre anche a Roma e Milano. Dappertutto sale piene, programmazioni protratte, gente commossa fino alle lacrime: le viscere, il cuore e la mente si dilatano nella sublime percezione di come un massacro possa essere tanto meraviglioso. Le persone si salutano, fuori dal cinema, al suono di “¡ Viva Cristo Rey !”. Perché? Cosa succede in quell’ora e venti di pellicola?
Perlopiù, la prima scoperta che lo spettatore fa è quella della realtà storica: lo stesso Andy Garcia ha dichiarato di aver conosciuto a scuola la rivoluzione messicana, ma l’insorgenza cristera solo preparandosi alle riprese di “Cristiada”. Effettivamente i comuni manuali di storia trascurano l’insorgenza (e non offrono molto spazio neanche alla rivoluzione), chiunque può sincerarsene. Curioso, perché in questa rivoluzione, e nel successivo governo di Calles, tra circoli giacobini e ambasciate internazionali sovietiche, c’è molto del Vecchio Mondo.

Ma questo lo lasciamo ai politologi, perché veniamo presi da una seconda scoperta: storie che credevamo confinate a un vago e indistinto “medioevo” – a una mitologica “era delle crociate” – si sono ripetute neanche cento anni fa, quando i nostri nonni erano in buona parte già nati. È stato detto e ripetuto che il XX secolo ha una pagina di martirologio più estesa di quelle di tutti i secoli precedenti… ma son cose che, appunto, “si dicono”: le immagini di una pellicola ambientata nel Novecento ti prendono a schiaffi. Pare un western, sembra una crociata, ma se guardi bene non è l’uno né l’altra, e ci dànno voce le parole che Paolo VI, da poco regnante, pronunciò per la canonizzazione di Carlo Lwanga e compagni, nel 1964: «Questi martiri […] aggiungono all’albo dei vittoriosi, qual è il Martirologio, una pagina tragica e magnifica, veramente degna di aggiungersi a quelle meravigliose dell’Africa antica, che noi moderni, uomini di poca fede, pensavamo non potessero avere degno seguito mai più».

A ben vedere, è da quando l’Impero romano ha smesso di perseguitare i cristiani che questi sono diventati “moderni”, e ce lo dice Agostino, un testimone eccezionale di quel fatale passaggio storico: «Nessuno dunque dica: “Non posso essere martire, perché non c’è [più] persecuzione per i cristiani”! […] Se Cristo è la verità, soffre per Cristo chiunque venga condannato per la verità […]. Nessuno accampi scuse: tutti i tempi sono aperti ai martiri» (Aug., s. 94/A, 2). E prosegue, Agostino, ricordando con le parole di Paolo che «tutti quelli che vogliono vivere religiosamente in Cristo Gesù soffriranno persecuzione» (2 Tim 3, 12).

Da questo complesso nodo di amore e odio, morte e vita, prende forma la posizione paradossale del cristianesimo di fronte al martirio: sotto le persecuzioni, Tertulliano scriveva con una mano l’Ad martyres, per esaltare la vittoria di Cristo nei martiri, e con l’altra l’Apologeticum, per difendere i cristiani dalla persecuzione imperiale. In questa stessa opera, da una parte si accusava l’Impero di sopruso e di sterminio arbitrario, dall’altra lo si avvisava che la repressione avrebbe fatto crescere (e non decrescere) la Chiesa, perché “il sangue dei martiri è seme di cristiani”. Così diceva pure Paolo VI, che rendeva grazie per “il dono del martirio” e dichiarava apertamente la speranza di non riceverlo più (!): «Oh, Dio voglia che siano gli ultimi, tanto il loro olocausto è grande e prezioso».

Contraddizione? Paradosso, piuttosto, in cui sta il seme della sensazione del sublime che ti prende guardando “Cristiada”. E anzi, lì c’è ancora di più, perché ci si trova davanti a un affresco in cui alcuni cadono stringendo il crocifisso, altri il fucile, tutti dedicando l’ultima voce a “Cristo Rey” e alla “Virgen de Guadalupe”. Ma, viene da chiedersi, non c’è differenza tra chi muore sparando e chi “come agnello condotto al macello”? È la stessa cosa, in fondo, imbracciare un fucile o un crocifisso?

Bisognerebbe chiederlo al cardinale Saraiva Martins, che il 20 novembre 2005 beatificò insieme “tredici martiri messicani”, tra cui alcuni attivisti nonviolenti, come Anacleto González Flores, e alcuni cristeros, come José Sánchez del Río. Il particolare non dovette essergli sfuggito, dato che il cardinal Martins era prefetto, all’epoca, della Congregazione per le cause dei Santi: Anacleto e José, per di più, sono nominati nell’omelia uno di seguito all’altro. Certo, dell’uno si esalta la linea nonviolenta e dell’altro si tace l’impegno militare, e tuttavia il giorno dopo il Cardinale si è recato nella città di nascita di José per celebrare una messa di ringraziamento particolare per il giovane cristero. Quel giorno il Cardinale fece appena un cenno alle “difíciles circunstancias históricas” in cui è sbocciato il fiore eroico del martirio di José… Difficili davvero, difficili da vivere poco più che da spiegare: è un attimo e, se non si sta attenti, ci si trova a inneggiare al “Jihad cristiano” (magari estrapolando dalla Bibbia qualche versetto e torcendolo a mo’ di puntello); tuttavia non si può negare, né il Cardinale l’ha fatto, che «la Chiesa di oggi in Messico è frutto della testimonianza di molti martiri, confessori, sacerdoti, religiose e cristiani sincerissimi che hanno difeso e diffuso la propria fede con valore».

Nella storia la guerra può talvolta sembrare (e forse essere) la via obbligata per la pace, ma la Chiesa non l’ha mai benedetta in assoluto e senza riserve, e così è stato anche per l’insorgenza cristera, di modo che nei nonviolenti e nei cristeros essa riconosce e celebra non l’azione o la sopportazione, ma “la difesa e la diffusione” della fede. La testimonianza, cioè il martirio, che si dà in tanti modi quanti sono i colori della luce. Di questa potente complessità il film di Dean Wright riesce a rendere la difficile “policromia”: sacerdoti disarmati e sacerdoti armati, laici armati e laici disarmati; cristiani di fede matura e solida, cristiani tiepidi o quasi inconsapevoli, briganti e avventurieri; azioni militari eroiche e delitti infami. Le qualità e i demeriti di Calles e del suo governo passano sullo sfondo, come in ogni pagina del martirologio la crudeltà del boia non è che una cornice di un evento più grande e più profondo. Qui si parla di cristiani.

Come nel Martirio di s. Matteo di Caravaggio, la grande arte ha la forza e il dovere di svelare questo evento più grande che passa tra le righe della storia: lo schemino “buoni/cattivi”, su cui tanto cinema gira, non funziona con Cristiada, perché la prima persona per cui un martire muore è il proprio carnefice (il centurione si converte alla morte di Cristo). Ai torturatori del giovane José non bastò la sua militanza nell’esercito cristero per restare indifferenti alla speranza immortale con cui moriva. Ed era stato un nemico in armi!

Se fosse stata un’altra storia, José avrebbe giurato di vendicare Anacleto e si sarebbe arruolato per questo: nella storia che è stata (solo in parte romanzata nella sceneggiatura), José prega sulla tomba di Anacleto di ricevere anche lui la grazia del martirio, e non vive come una contraddizione con lui la scelta di militare nell’esercito cristero. Poche altre pellicole hanno esaltato “il trionfo della croce” fino a questi spunti sublimi – guardi Cristiada e ti torna nel cuore l’ultimo sguardo che in The Mission (1986) p. Gabriel e p. Rodrigo si scambiano, morenti entrambi, dopo aver guidato l’uno un’insorgenza, l’altro una processione eucaristica.

Il martirio è la gloria del cristianesimo, non «il suo mestiere, la sua vanità» (come cantava De Andre’ della madre del suo “impiegato”): per questo i cristiani non lo cercano e non lo rifiutano, non se ne vendicano e non lo rinfacciano. L’irruzione di questa enorme novità spezza le faide e dissolve i rancori: così l’Impero persecutore poté diventare cristiano in una sola generazione; così Paolo VI, sempre in Uganda nel ’64, disse che «questi martiri […] aprono una nuova epoca; non […] di persecuzioni e di contrasti religiosi, ma di rigenerazione cristiana e civile».
In realtà, di fronte all’evento del martirio ogni pretesa “rivoluzione” non sembra altro che un pallido tentativo di restaurazione, e i cristiani faranno bene a non lasciarsi confondere. Per questo Cristiada è nata come una pellicola intramontabile e pone, come ogni pagina del martirologio, una duplice sfida: ai cristiani perché riscoprano “il bisogno che qualcosa cominci” (Chesterton), al mondo perché smetta di opporsi a quell’inizio sempre nuovo – e vi partecipi, invece, come può e come vuole.

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