La morte dei partiti politici

11 dicembre 2014 20:13 4 comments

Di Marco Invenizzi

8 dicembre 2014

comunitambrosiana.org

Sembra che i partiti politici, nell’accezione moderna che abbiamo conosciuto a partire dalla Rivoluzione francese, stiano effettivamente morendo. Della loro metamorfosi e agonia se ne occupa Sabino Cassese sul Corriere della Sera nella festa dell’Immacolata e la cosa merita attenzione perché ci riguarda, in quanto viene a mutare le caratteristiche della vita pubblica.

Prima di dire se siamo o meno contenti della loro morte cerchiamo di ricordare che cosa sono e cosa hanno rappresentato questi gruppi umani, che non sono presenti in natura ma appaiono nella storia, appunto come espressione organizzata di una novità.

La novità sono le ideologie, cioè quei tentativi da parte di gruppi di uomini, appunto i partiti, di conquistare il potere in nome di nuovi valori che esaltano solo un pezzo della realtà e della verità.

Le ideologie che esaltano la libertà (liberalismo), la nazione (nazionalismo) o l’uguaglianza (socialismo) nascono con la modernità politica che prende avvio dalla rivoluzione in Francia nel 1789.

Non che prima non ci fossero partiti o si negassero uguaglianza e libertà (che sono valori cristiani), o non si amasse la patria, ma non se ne faceva un “assoluto” a cui piegare la realtà, cioè tutto il resto.

Così l’Ottocento sarà un secolo che vedrà questi partiti (molto elitari) conquistare il potere politico e cercare di sostituire il senso comune delle popolazioni (che faceva riferimento al cristianesimo) con diverse visioni del mondo, fra l’altro in guerra fra di loro.

L’Europa divenne così il teatro di una lunga guerra civile fra ideologie contrapposte, che però soltanto dopo la Grande guerra divennero ideologie di massa, in seguito alla trasformazione dei partiti dai gruppi elitari dell’Ottocento nei moderni partiti ideologici di massa.

Questi partiti di massa entrano in crisi dopo il 1989, quando viene abbattuto il Muro di Berlino e finisce l’epoca delle ideologie.

Da allora i partiti ideologici di massa cambiano in partiti personali, sempre meno identitari e sempre più legati ad ambienti umani e geografici o a gruppi sociali, di cui rappresentano le speranze e gli interessi.

Scompaiono i comunisti, i democristiani, i missini e i socialisti, e vengono sostituiti dagli amici di Berlusconi o di Prodi, i fans di Renzi o di Grillo o di Salvini, seppure quest’ultimo ancora allo stato embrionale.

Dopo i partiti ideologici ci sono state delle alternative, come per esempio la Lega, espressione politica di un pensiero autonomista e federalista che il centralismo statalista di tutte le ideologie della storia italiana aveva escluso. Ma la trasformazione insita in questa forma di federalismo non è riuscita a mutare in modo significativo il quadro culturale e soprattutto istituzionale del Paese.

La protesta, insomma, è rimasta tale e confinata solo in alcune regioni del Nord.

Nella vita quotidiana la società diventa sempre più “liquida”, cioè priva di riferimenti importanti, e i partiti si adeguano.

Nel mondo dominato dalla “dittatura del relativismo”, l’espressione politica più indicativa di questo comune sentire è il Movimento 5 Stelle, di cui si sentono grida e insulti, battute e scomuniche, ma di cui non si conosce alcun programma né alcun principio fondamentale. È il relativismo in politica, senza statuto, senza strutture, senza gerarchia (almeno fino a poco fa), eppure pieno di litigi, risentimenti, espulsioni, tradimenti.

È un bene che questa pessima politica si stia suicidando?

Non necessariamente.

Perché al suo posto qualcuno auspica soluzioni peggiori, se possibile, come il salvatore che viene da Oriente, o l’imposizione con la forza di un ordine (ma quale ordine?), mentre in realtà la nostra residua libertà muore ogni giorno sotto la dittatura tecnocratica e burocratica dell’anonima Unione Europea, dove comandano i funzionari senza volto che però continuano a mandare agli Stati nazionali e ai loro cittadini raccomandazioni, imposizioni e sempre nuovi esami di riparazione.

Il rischio è che muoia la centralità della politica intesa come espressione della carità, come condizione per costruire il bene della comunità, così come insegna la dottrina sociale della Chiesa.

È un rischio confermato dal alcune linee di tendenza, come l’aumento dell’astensione elettorale, la diminuzione dei lettori di libri e giornali, la mancanza di interesse per il bene comune in generale, aumentata dalla grave crisi economica e occupazionale.

Non dirò a nessuno di perdere tempo guardando i dibattiti politici in televisione, né di leggere giornali quasi sempre male orientati, ma invece lo supplico di non smobilitare, di continuare a interessarsi e a impegnarsi, “armandosi” di buone letture, informandosi presso persone di fiducia, cercando di costruire gruppi dove ci si possa incontrare e organizzare.

Altrimenti sarà facile per qualcuno male intenzionato approfittare del disimpegno di tanti per imporre il dominio di pochi.

Nella storia è già accaduto.

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